Ballano tutti!

Dopo la pubblicazione sulla raccolta dei fondi per l’acqua di Pervomajsk due settimane fa – praticamente 5 minuti dopo la gente ha iniziato a inviare dei soldi.

Mandavano da tutte le parti della Russia.

Mandavano dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra, dall’Italia.

E abbiamo raccolto la somma necessaria – 50 mila rubli – molto velocemente. I soldi che servono per comprare una pompa di cui Pervomajsk ha tanto bisogno dopo che le forze armate ucraine hanno distrutto il sistema del fornimento dell’acqua a maggio. Tutto questo tempo la città rimaneva senz’acqua.

Ho subito scritto a Olga Ishchenko e altri ragazzi di Pervomajsk che ci danno una mano. E poi subito ho trasferito i soldi.

Ed ecco – ho già ricevuto la foto con Olga e la nuova pompa.

L’hanno già comprata ed installata!!!

Ce l’abbiamo fatta”

Dopo aver inviato i soldi ad Olga Ishchenko continuavo a ricevere altri pagamenti.

E io li trasferirò il prima possibile.

Potranno comprare un’altra pompa o trivellare un nuovo pozzo – anche questo è importantissimo. E, tra l’altro, costa molto di più. Per la città questo aiuto non ha prezzo.

Ma ve lo immaginate???

Penso che siamo in grado a vincere!

Il bene vince sempre. sul male.

E adesso balliamo tutti di gioia!

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Acqua di Pervomajsk

Questa è la realtà di Pervomajsk di oggi.

L’acqua non c’è. Bottiglie, pentole, vasche – tutti i contenitori possibili vengono riempiti con l’acqua.

Da maggio le forze armate ucraine hanno bloccato la forniture dell’acqua in città.

Non si può né lavarsi, né cucinare, né lavare un bambino o un anziano allettato.

Per la città è una catastrofe.

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Tutt’oggi nella città sono stati trivellati 2 pozzi.

La gente riempe a mano le bottiglie e le porta a casa.

Ma qui c’è un problema. In modo che la città possa far funzionare l’acquedotto almeno 2 volte alla settimana, il serbatoio deve essere fornito da minimo 4 pozzi e servono due pompe aggiuntive.

Dunque bisogna trivellare altri due pozzi.

Bisogna farlo presto, prima che arrivi il freddo.

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Per adesso ci sono solo dei portatori d’acqua che forniscono l’acqua in tutti i quartieri nei giorni stabiliti in modo che la gente possa riempire le taniche.

Bisogna considerare anche l’acqua si consuma più della benzina. Le persone sono costrette a portare tutte queste bottiglie in mano fino alle proprie case. La maggior parte non ha macchine.

E non parliamo nemmeno degli anziani o delle sole madri.

Alcune persone hanno problemi con le gambe e camminano a malapena, ma sono costrette a portare nei loro carrelli 30 e passa litri d’acqua.

Ogni goccia è a peso d’oro.

Lavare piatti.

Scaricare l’acqua nel water.

Lavarsi la faccia.

Cucinare.

Non c’è bisogno di continuare.

Basta immaginare la vita senz’acqua nelle condizioni di un appartamento in città

E quando farà freddo?

Perché il riscaldamento dei palazzi condominiali non è possibile senz’acqua. E bisogna anche considerare che in molti appartamenti mancano i vetri alle finestre – i buchi sono coperti dalla pellicola. La gente ha paura di sistemare le finestre perché in qualsiasi momento, nonostante la tregua, le schegge di un missile le possono rompere di nuovo.

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Nell’internet su diversi forum e reti sociali della città si parla solo del problema dell’acqua. Tutta la colpa viene data all’amministrazione attuale della città. Per un motivo misterioso tutti sembrano di aver scordato che non è stata l’amministrazione a tagliare la gente dall’acqua. Non è stata l’amministrazione a bombardare appositamente – sì-sì, appositamente – tutte le possibilità del fornimento dell’acqua nella città.

Ho visto con i propri occhi come Olga Ischenko, il vice-sindaco di Pervomajsk ha visitato gli operai che trivellavano i pozzi. Io non capisco un bel nulla in ciò.

Sulle pareti c’erano appese delle tabelle con delle parole sofisticate. E Olga parlava con gli operai come se avesse trivellato anche lei e conoscesse la pressione precisa di tutto.

Tutti loro sudano sangue per risolvere il problema il prima possibile.

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Lugansk non darà i soldi per la trivellazione e le pompe – “arrangiatevi da soli”. Ciò si può capire, considerando la situazione generale di catastrofe nella regione.

Ma la città come deve arrangiarsi? Non è chiaro. Le tasse, i servizi comunali – la principale voce d’entrata del bilancio – non sono pagati. Tutto è a causa del fatto che molti sono rimasti senza lavoro, inoltre molti non hanno nemmeno ciò per cui pagare – sono rimasti senza tetto, senza finestre, senza mura. La città è stata mutilata come nessun altro posto nel Donbass. Non è rimasto nessun edificio che non sia stato danneggiato in qualche modo. Quasi tutti hanno passato l’inverno nei rifugi e nei sotterranei. L’ho visto con i propri occhi e ne ho scritto parecchie volte nel mio blog.

Molti non hanno i soldi semplicemente perché fisicamente sono inesistenti, non si può prenderli da nessuna parte.

Gli impiegati dei servizi comunali hanno meritato un monumento – molti di loro continuavano a lavorare anche durante bombardamenti e non ricevevano nessuno stipendio. Riparavano tetti, le comunicazioni, i cavi e lo facevano con prontezza, più operosamente che in città dove la situazione era tranquilla. E facevano tutto ciò accompagnati letteralmente dal fischio dei proiettili.

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Questa volta abbiamo portato parecchi alimentari e medicine per la città.

Ma nei confronti al problema del acqua è niente.

Mi è venuta questa idea -provare a raccogliere i fondi e aiutare la città a trivellare i nuovi pozzi e comprare le pompe di cui ha così tanto bisogno.

Non è una somma così grande come può sembrare. Ad esempio, una pompa costa circa 50 mila rubli. Più o meno, dipende dalla capacità e da dove si compra.

E quindi invito chi si fida di me a partecipare alla raccolta di fondi.

Capisco che questo appello è un po’ strano. Mi rendo conto che questo è più astratto dell’aiuto agli anziani con pannoloni e traverse. Ma mi sembra che sia molto più reale. Considerando che TUTTI hanno bisogno dell’acqua. E del riscaldamento.

Come sempre continueremo a portare l’aiuto ai più bisognosi nella regione (orfani, senzatetto, pensionati, famiglie numerose, case di riposo, collegi ecc.).

Se volete invece inviare i soldi specificamente per questo progetto – specificate nel vostro pagamento “Acqua di Pervomajsk”.

Tutti i fondi raccolti saranno trasferiti a Olga Ishchenko, facente funzione del sindaco di Pervomajsk.

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Vita senz’acqua

A Pervomajsk già da due mesi manca l’acqua.

Le forze armate ucraine hanno bloccato il rifornimento idrico della città. Gli acquaioli portano l’acqua nei cortili secondo un piano.

Il caldo nella città è insopportabile, tutto è fermo, aspettando la pioggia. È afoso, il sole brucia, non ci si può né lavare, né lavare i panni – niente.

La città è quieta, anche se a volte arrivano i missili.

– il 28 giugno uno è arrivato in cucina, proprio nel forno. Ho preso il bambino e ho corso nella camera da letto. Tutte le finestre nella casa si sono rotte.

– Un Grad?

– No, un carro armato.

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Elena Bochurina è rimasta senza marito, è morto un anno fa di cancro.

La figlia maggiore Katia ha 23 anni, insegna canto. Il figlio minore, Ilja, ha 2 anni e mezzo. È nato prima della guerra, quando lei non era più giovane.

Adesso sono rimasti senza uomo in casa.

– Non c’è nessuno per riparare il tetto.

– E voi continuate a cucinare qui?

– E dove? Qui teniamo anche l’acqua. Sapete che non c’è l’acqua in città?

– Lo sappiamo.

Barattoli, pentole, bottiglie, secchi – tutti i recipienti sono pieni d’acqua.

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– Dove mettere gli alimentari?

– In casa, promettono la pioggia.

La cucina si trova in un annesso. Questo ha salvato la vita della donna e del suo figlio.

– Il passeggino è rimasto in cucina. È pieno di chiodi, vetro, tegole… ma non fa niente. L’abbiamo pulito, riparato e usiamo di nuovo.

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è arrivata la pioggia. Un forte acquazzone ha tolto la polvere, ha annaffiato giardini e gli orti.

Il caldo non è passato.

E nella cucina di Elena c’è un diluvio…

Sono arrivati 4 missili

– Poroshenko, vieni da noi, nel Donbass, passa un po’ di tempo nei sotterranei, come fanno i nostri figli.

Yurchenko Vera Artemovna, nata nel 1939.

L’11 agosto 2014 ha perso 2 figli di fronte alla propria casa a Pervomajsk.

Quasi tutti ricordano il momento preciso in cui è arrivato il missile.

– Li abbiamo sepolti vicino alla casa, insieme agli altri. Dopo, non uscivo più dal sotterraneo della scuola. Siamo usciti il quarantesimo giorno e siamo andati a pulire.

Non ho tempo di accendere la macchina fotografica. Vera Artemovna non smette di parlare.

– Dovevo togliere pezzi di cervello con le proprie mani.

Le lacrime le scorrono copiosamente, e lei sempre cerca di asciugarle.

Zheka, il quale si occupa degli aiuti umanitari da tanto tempo e regolarmente, si è allontanato – non ce la fa a sentire.

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Vera Artemovna mi porta all’ingresso del palazzo condominiale dove vive.

È tutto bucato dai missili. Sembra una casa fatta di cartone che si può rovinare con una penna. Sotto si vede una piccola porta con dei fiori.

– Sono stati uccisi proprio qui, all’ingresso. Qui stavano. Io porto sempre dei fiori freschi.

Vicino al palazzo ci sono delle aiuole con fiori di cui prende cura.

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– 4 missili sono arrivati nel nostro palazzo…

L’angolo dell’edificio è completamente distrutto. Da cima a fondo c’è un buco enorme. E solo i resti della carta da parati che si vedono qua e là servono a ricordare a cosa serviva l’edificio.

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– Andiamo, vi faccio vedere dove ci nascondevamo. E dove ci nasconderemo ancora… Se servirà…

Apro la porta e vedo il soffitto crollato e una piccola apertura. Qui passiamo, piegandoci in due.

– Vera Artemovna, andiamo, portiamo gli aiuti.

Non ho più le forze. Duro non è la parola giusta.

– Andiamo, vi faccio vedere dove vivevamo e dove stavamo durante i bombardamenti.

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– Sapete, stava qui, all’ingresso, e faceva passare a tutti. Aspettava finché tutti non passassero. Qui è caduto… Oddio, che carogne… Anche io sono stata ferita. Ecco, vedete come succede. Sono nata prima di una guerra e finisco la vita durante un’altra…

Quando ha visto il pollo e il latte si è messa a piangere ed abbracciarmi.

-Vieni qua, figliola. Grazie, grazie a te.

E piange…

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Perché?

In ogni villaggio, in ogni città del Donbass dove abbiamo portato gli aiuti – e noi li distribuiamo in maniera mirata, per case, appartamenti, rifugi, mense sociali – sentiamo tantissime storie. Prima la gente si sente imbarazzata, quando entriamo, ma poi la barriera si rompe. Iniziano a raccontare e raccontare. I racconti si ripetono. Non mi sorprendono più. Solo che per molte persone tutti questi racconti sono come prima “non veri”, sono delle “distorsioni”, sono la propaganda della TV russa.

Ecco a voi le storie raccontate dai civili. Ed ecco a voi i fatti presentati dagli ufficiali locali e dagli impiegati del comando di presidio delle città.

Dappertutto, sentite? Dappertutto dove siamo stati ci raccontavano che quando la guardia nazionale e le forze armate ucraine entravano in un paese, loro colpivano con precisione chirurgica l’infrastruttura, distruggendola.

Forza, raccontate che stavano difendendo la loro terra dagli invasori russi…

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Georgievka:

Gli unici 2 asili, “Kolossok” e “Beriozka”, e le 2 scuole sono stati distrutti. L’edificio del consiglio rurale è stato bombardato con dei colpi mirati di proiettili incendiari. Ciò è stato raccontato al capo consiglio Elena Nikitina dagli esperti.

Ex-consiglio rurale di Georgievka.

 

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La fabbrica di lavorazione del pesce è stata bombardata.

Nell’officina che produce tegole in metallo i macchinari sono stati distrutti dai mitra.

Il mobilificio è distrutto, tutti i macchinari sono stati portati via e tutto ciò che non sono riusciti ad avviare è stato bruciato.

La fabbrica di metalloplastica è stata distrutta. I carri armati hanno schiacciato i gasdotti. Quando gli chiedevano perché, rispondevano: “non ne abbiamo bisogno”.

Nessuno capisce perché un carro armato ha distrutto un’area giochi per bambini.

Da diverse persone, ho sentito che i militari della guardia nazionale dicevano agli abitanti: “le nostre rimesse sono meglio delle vostre case”, “perché siete così poveri?” Elena Nikitina: “Non capiscono proprio dove combattono”.

Da Novosvetlovka il battaglione “Aidar” portava via la roba dalle case con dei camion. Una delle donne ha raccontato che dalla sua casa hanno portato via tutto, persino i cucchiai. Parlare delle distruzioni di Kryashchevatoe e di Novosvetlovka fa paura. Intere strade sono ridotte in rovine. Radunavano le persone in un posto e andavano per le case a saccheggiare.

Di Pervomajsk ho raccontato già in precedenza.

Ospedale N.2 di Pervomajsk

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Scuola N. 1, Pervomajsk (Il buco dov’era la lavagna è già stato sistemato…)

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Quasi tutti gli edifici della città sono stati colpiti. Molti sono completamente distrutti.

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Vicino a tutti questi edifici distrutti non c’erano quasi mai delle unità militari. Cioè, questi edifici sono stati colpiti apposta, per distruggere l’infrastruttura della città. Bombardavano miratamente ospedali, scuole, asili, stazioni di distribuzione del gas.

A Chernukhino sono stati avvelenati quasi tutti i pozzi dell’acqua potabile. I militari “versavano dentro il gasolio”, come raccontava gli abitanti.

– Dio mio, ma perché?

– E chi lo sa?

Ditemi, perché, perché bombardare il Centro Geriatrico di Lugansk per i veterani di guerra e del lavoro dove vivono 250 anziani, di cui 170 allettati – è fisicamente impossibile evacuare queste persone?

Il centro è posizionato in mezzo a un bosco, non c’è stata mai nessuna unità militare nelle sue vicinanze per giustificare il bombardamento.

Perché avvelenare i pozzi, schiacciare con i carri armati i parchi giochi, colpire ospedali e asili??

PERCHÉ?

Contro chi combattono?

 

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26 maggio 2015

La gioia di aiutare

-Dunja, ti abbiamo portato una pacchetto per Olia, c’è una lettera dentro.A casa nostra tutto è sottosopra: sacchi dei vestiti, montagne di pannolini fino al soffitto, scatole di latte artificiale, omogeneizzati. Sedie a rotelle, passeggini.

In fretta ho messo da parte il pacchetto, senza capire per bene a chi è destinata. E più tardi l’ho aperto e ho letto la lettera.

Olia è una bambina che vive in un rifugio di Pervomajsk. Ha 9 anni e scrive delle poesie sulla guerra e sulla sua vita nella città assediata. Ci ha regalato il quaderno dove scriveva e ci ha permesso a pubblicare i suoi lavori.


La scatola è piena di dolci – caramelle, cacao, cioccolato. C’è anche un quaderno e una penna – l’attrezzatura del poeta. Più la lettera.

Darja che ha portato il pacco lavora nel museo Lev Tolstoj. È stato il museo a raccogliere i regali per la bambina.

– È tutto quello che siamo riusciti a raccogliere. Abbiamo saputo troppo tardi e voi già state per partire…

Darja ha scritto a Olia come a un vero poeta. Capite? È stato un messaggio a uno scrittore, a una collega.

La leggevo e il mio sorriso diventava sempre più largo.

Alla lettera ha allegato i racconti del suo figlio di dieci anni, Ivan.

– Magari Olia gli scriverà una lettera? Lui scrive e ha già delle pubblicazioni. Magari potranno scambiare delle lettere.


Al rifugio dove vive Olia noi andavamo sotto la pioggia, ma lei non c’era e siamo andati per le vie a cercarla. Finalmente l’abbiamo vista – una bambina piccola e bella, sorridente, con una grossa borsa sportiva.

– Olia, questo è per te, una regalo da Mosca, dal museo Lev Tolstoj. Tu sai chi era Tolstoj?

Abbassa gli occhi, intimidita.

– Non lo so.

– Era una grande scrittore russo. Uno dei più grandi. Questo pacco è arrivato da Mosca specialmente per te. Lì hanno letto le tue poesie. E ti hanno scritto una lettera.

Olia era perplessa, ma il sorriso non le andava via.

Le abbiamo raccontato del museo, di Darja e del suo figlio Ivan. Stavamo sotto la pioggia e ridevamo. Lei stringeva il suo pacco come un pregio sacro.

Le storie come questa, alle quali ho contribuito, mi rendono molto felice. Sapete che gioia è aiutare gli altri?

Ovviamente a tutti i bambini del rifugio abbiamo portato dei regali – giochi e dolci.

La bambina a sinistra, nella foto sotto, si chiama Cristina. Recentemente le è stata diagnosticata una forma difficile di diabete e lei vive a Lugansk. Negli ultimi 7 mesi i suoi genitori hanno ricevuto come stipendio solo 1000 hrivne (meno di 40 euro – NdT). Lei riceve l’insulina, ma nel resto del Donbass ci sono tanti problemi. Ha bisogno delle strisce reattive per misurare la glicemia.

Dopo che ho pubblicato un post su Cristina, ho ricevuto tantissimi aiuti – una scatola piena di glucometri e penne per il trattamento del diabete, una scatola di aghi, un pacco di strisce reattive di diversi marchi, l’insulina. Abbiamo dato alla bambina tutto ciò di cui aveva bisogno.

Anche quello che è rimasto lo daremo a chi ne ha bisogno. Ci siamo messi in contatto con l’associazione dei diabetici a Lugansk e abbiamo richiesto una lista delle persone più bisognose. Non abbiamo intenzione di dare le medicine a tutti, ma le vogliamo distribuire tra quelli che hanno la situazione più grave. Grazie a tutti coloro che hanno contribuito alla raccolta. Avete aiutato tante persone. Non smetto di ripetere – quanta felicità aiutare gli altri!


10-11 aprile 2015

Aiuto umanitario

2 tonnellate di alimentari + vestiti per bambini, latte artificiale, pannolini e regali.

E anche, a parte delle sedie a rotelle, questa volta portavamo anche una nuova finestra plastica, padelle, miscelatori e tante altre cose utili.

Mi scrivono spesso che adesso c’è la tregua, è tranquillo e che ricevono già abbastanza aiuti.

La mia risposta è – le macchine non bastano mai. Credetemi, lì c’è una catastrofe generale. La gente sopravvive.

Sembra che non ci siano persone che soffrano la fame, almeno a Pervomajsk. È tranquillo, i colpi arrivano raramente, anche se gli spari si sentono spesso. È la tregua, ma tutti si sono fermati, aspettando il nuovo inferno.

Gli impiegati dei servizi pubblici hanno meritato di avere dei propri monumenti. Reagiscono subito agli eventi. Riparano, ricostruiscono. Lo fanno gratis, perché i soldi sono pagati molto raramente.

Molti sono rimasti senza niente e queste persone vivono nelle cantine sotterranee e nei rifugi. Si vestono di ciò che viene portato a loro e mangiano ciò che viene dato.

In alcuni paesi, come Khryashchevatoe, Metallist, la situazione con l’aiuto umanitario è terribile. Hanno sofferto dai bombardamenti ancora d’estate, adesso sono da tanto tempo “nelle retrovie”, ma… sono stati dimenticati.

In realtà, mi sono accorta che la maggior parte delle persone invia i soldi già la seconda, la terza, a volte anche la quarta (!) volta. Penso che sia la gratifica migliore per il nostro lavoro. E tutte queste persone non mi conoscevano prima.

Mi rende felice il fatto che partecipano sempre più paesi e che non solo gli emigranti inviano i soldi. Bulgaria, Croazia, molte persone dagli stati Uniti, Germania, Italia, Svezia…

Questa volta, come sempre, abbiamo comprato tanti alimentari, pannolini, omogeneizzati, latte artificiale. La maggior parte del nostro aiuto è andata a Pervomajsk. Abbiamo consegnato al commando di presidio tutti i prodotti per bambini, pazienti allettati, anziani – da lì l’aiuto viene distribuito secondo le liste e passaporti.

Anche questa volta abbiamo distribuito gli alimentari nelle mense sociali. Siamo venuti proprio per l’8 marzo e tutte le donne che lavorano lì hanno ricevuto dei regali.

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Questa mensa è famosa. Sta presso la scuola bombardata a febbraio che è stata nel video di Graham Phillips.

Ecco le ragazze-eroine che per 6 mesi cucinavano dei pranzi deliziosi per i cittadini. Senza pensare a se stesse, ma pensando invece degli altri.

 

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Le lavoratrici delle mense non lavorano per i soldi. Nonostante tutto, nonostante la tregua o la sua mancanza, sono sempre al lavoro. Sono Persone, Persone con una “P” maiuscola.

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Oltre all’aiuto per la città di Pervomajsk portiamo anche aiuto mirato in altri luoghi. Ci sono già molte famiglie in diversi luoghi dove portiamo cibo e medicine necessarie. Ad esempio, tra loro ci sono delle famiglie del villaggio di Fabrichnoe, la famiglia di Ljubov Mikhajlovna, la quale ha perso a colpa del bombardamento una gamba e un braccio. Ogni volta che veniamo a Donbass cerchiamo di venire in questo villagio con gli aiuti.

Visitiamo anche il villaggio di Metallist. Non è colpito molto gravemente, ma anche lì ci sono delle famiglie con bambini e con persone allettate che non hanno quasi nulla. Per loro ogni scatola di carne conservata vale molto.

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La signora nella foto sotto ha avuto un ictus. L’acqua a casa è quasi assente e non ci sono dei prodotti necessari per curarla. Lei capisce tutto, ma è completamente immobile. Quando manca l’acqua e mancano i soldi, prendersi cura di una malata del genere è molto difficile. Chi ha esperienza di cura degli allettati mi capirà. La sua figlia ha pianto, quando ha ricevuto dei pannoloni, salviette e traverse.

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Dopo ogni viaggio rimangono tonnellate di foto, di rendiconti, di lettere con ringraziamenti. Ma non ho mai tempo per scrivere del tutto e pubblicare tutte le foto. Quante storie… Un giorno le scriverò tutte. Di sicuro. Ma adesso è molto duro…

Noi cerchiamo di non prendere i vestiti. Principalmente raccogliamo gli alimentari. Ma a volte ci portano dei vestiti e la maggior parte noi li portiamo per gli orfanotrofi oppure in maniera mirata, alle famiglie con bambini piccoli.

Molte persone mi chiedono, quando danno i soldi o quando portano l’aiuto, se tutto raggiunge i destinatari, come viene distribuito l’aiuto.

Rispondo: distribuiamo tutto personalmente. Nelle mense sociali, nei rifugi, nelle famiglie.

Quello che non facciamo in tempo a portare noi, lo portano i miei amici Lena e Zhenya di Lugansk.

Credetemi, è la fatica di Sisifo.

<…>

Recentemente abbiamo iniziato ad andare a Khryashchevatoe, il quale d’estate è praticamente diventato una città-fantasma. Le case intatte non ci sono. Tutto è distrutto. In ogni via c’è un carro armato o un VTT bruciato. E qui la gente continua a vivere. In una parte del villaggio finora manca la luce e gli abitanti scaldano le case con stufe e accendono le candele.

Nella foto sotto c’è Bajdushev Emeljan, nato nel 1937, con sua moglie Kharchenko Clavdija, nata nel 1939. D’estate la loro casa è stata completamente distrutta. Quando è caduto il missile loro stavano nell’orto e questo fatto li ha salvati. Emeljan Vasilyevich è stato colpito da tante schegge. Anche la moglie è stata colpita, ma di meno. Le sue gambe sono state salvate, ma non può camminare. Le gambe sono gonfie, la linfa fuoriesce da tutte le ferite. Non hanno medicine, non hanno soldi, per cui non vuole andare in ospedale. È già stato lì dopo l’intervento ed è convinto che senza medicine l’ospedale non ha senso.

Una delle sue sorelle è morta il primo giorno di guerra. Quando hanno iniziato a bombardare lei ha cercato di scappare per nascondersi ed è stata colpita da un mortaio. Il suo corpo è rimasto lì per un mese e mezzo, finché la line del fuoco non si è spostata. Quando l’hanno trovata era già tutta nera. L’altra sorella è stata durante tutti i bombardamenti a casa. Non è scesa mai nella cantina per principio. Ha detto che se deve morire, preferisce morire a casa invece di cercare aiuto altrove. La casa è rimasta intatta. Ma il primo giorno di tregua lei è morta d’infarto…

Gli anziani vivono in una casa collettiva dei medici. Klavdija Mikhajlovna piangeva, ricordando la propria casa che nono c’è più. Lei dice che il suo desiderio più forte è di nuovo essere nella propria casa, nel proprio cortile… Abbiamo lasciato a loro degli alimentari e una sedia a rotelle. E verremo ancora.

 

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26 marzo 2015

È un obice, non è un grad

– Il 15 inizierà di nuovo. Questo è così, una vacanza…

Rostik butta la sigaretta per terra.

– Dammene, per favore, una, solo che i miei non la vedano…

A Pervomajsk ho sempre tanta voglia di fumare. Mi nascondo come una ragazzina, le dita tremano. La “tregua” qui è una parola vuota. Nessuno ci crede. Non ci credo neanche io.

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In città è arrivata la primavera. Il sole scalda, le ragazze camminano per le vie con i passeggini, la gente va a spasso. L’aria non si muove, non si sente nulla. Io sobbalzo con qualsiasi rumore strano, ma non sono i missili in arrivo.

Negli occhi delle persone non c’è tranquillità. Si legge solo una spaventosa ed opprimente comprensione che tutto ciò sarà per lungo tempo.

– Andiamo nella scuola che è stata recentemente bombardata. Graham Philips l’ha filmata a febbraio.

Siamo stati già lì, abbiamo portato l’aiuto umanitario.

 

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In mezzo alla classe, proprio dove c’era appesa la lavagna, c’è un buco, chiuso con dei mattoni.

– È un obice, non è un grad…

Dalla finestra si vede una scritta fatta sull’asfalto del cortile con gessetto: “Diplomati 2013. Come volano gli anni. Ci manchi, nostra classe”.

Ove sono adesso questi ragazzi? Sono tutti vivi?

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Quasi tutte le finestre della scuola sono rotte. Dappertutto ci sono dei libri, manuali, vetri.

Un mappamondo bucato…

E poi la cosa che impressiona più di tutto sono i corridoi e le classi vuoti in mezzo l’anno scolastico…

Le mie lacrime sono tutte esaurite, non è rimasto quasi niente. Sono finite tempo fa, ancora nella vita precedente.

Quando ero una bambina in un rifugio sotterraneo e scrivevo delle poesie.

Quando stavo preparando una zuppa e accanto si esplodevano i missili.

 

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Presso la scuola funziona una mensa sociale, dove vengono a mangiare le persone bisognose. È proprio questa mensa che è stata filmata dal giornalista inglese.

La signora che piange nel video ha saputo della morte del proprio marito due ore prima. Ha due figli.

Il bombardamento si può vedere dal minuto 1.30. Il video è stato fatto qualche giorno prima del nostro viaggio precedente:

https://www.youtube.com/watch?v=yVtPA1a5hcY&feature=player_embedded

Queste signore lavorano in una mensa sociale che dà da mangiare alle persone.

In città la maggior parte mangia così. Le mense non hanno mai smesso di funzionare. Anche nei giorni più duri, quando faceva paura uscire fuori e dei missili si esplodevano in continuazione, loro rimanevano ai loro posti e continuavano a cucinare. Ecco come sono le nostre donne. Le mense in totale sono nove e lì lavorano una cinquantina di persone. Donne, ragazze, ragazzine, nonne…

Un giorno sono state colpite 4 (!) mense. Sembra che sia stato fatto apposta.

 

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L’ospedale N. 2 è stato colpito direttamente 5 volte, uno dei colpi è arrivato nel reparto pediatrico.

L’ospedale n. 1 non c’è più, è stato completamente distrutto. È rimasto solo un rifugio dove vivono delle persone.

Il centro di nascita è stato colpito tre volte. Il primo missile è arrivato di sera, alle 22. Di mattina hanno iniziato a riparare e ne è arrivato un altro.

Bombardavano le mense. Una di queste è rimasta intatta, perché il missile non l’ha raggiunta – ha colpito due piani superiori dell’edificio dove si trova la mensa.

La scuola migliore della città, la numero 6, è stata bombardata quattro (!) volte. Non sarà più possibile ricostruirla.

Le scuole numero 1 e 2 sono state colpite tre volte, sono danneggiate di meno. La scuola sulle foto di sopra è quella numero 1.

Il centro di assistenza sociale è stato bombardato 4 volte – 8 colpi diretti. La scuola professionale n. 31, l’istituto tecnico n. 74 e n. 39, l’asilo “Alen’kij tsvetochek” sono distrutti. La scuola infermieri è stata colpita 2 volte. Nel palasport “Junost'” il tetto è stato forato tre volte.

La prima volta è stato colpito a settembre, i lavori di riparazione sono durati fino a dicembre. Il secondo colpo è arrivato appena finiti i lavori. Sembra che qualcuno aspettasse quel momento. Sembra o no?

L’asilo per bambini disabili è distrutto.

Hanno impiegato molto tempo per riparare il pronto soccorso. Appena finiti i lavori è arrivato un altro missile.

L’ufficio postale è stato bombardato 2 volte. Con dei colpi diretti.

4 centrali termiche sono state danneggiate, una di loro non è più ricostruibile.

La stazione sanitaria è distrutta.

Lo stabilimento “Burtsekh” che rappresenta la risorsa economica di tutta la città è distrutto.

La stazione di distribuzione del gas che sta fuori città, in mezzo a un campo, è stata completamente distrutta dal fuoco. Accanto e vicino non c’è niente.

In città quasi tutti gli edifici sono stati colpiti.

300 case hanno subito dei danni molto gravi, come ad esempio questa nella foto:

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Le mie lacrime sono esaurite, non ci sono quasi per niente, Sono finite da un pezzo, ancora nella vita precedente.

Quando ero una bambina in un rifugio sotterraneo e scrivevo le poesie.

Quando stavo preparando la zuppa e accanto esplodevano i missili.

14 marzo 2015

Salvando le vite

– Una settimana fa ci sono stati cinque colpi diretti, oltre la sala caldaie.

La visita all’ospedale di Pervomajsk ci ha lasciato l’impressione più forte di tutto ciò che ho visto a Donbass. Ed anche l’impressione più terrificante e pesante.

All’ingresso principale dell’ospedale c’è una giovane infermiera.

– Chi volete vedere?

– Abbiamo portato gli aiuti umanitari. Avete delle persone nel rifugio?

Lei sorride.

– Noi viviamo qui. Avete bisogno di Nikolaj Aleksandrovich?


Ci accompagnano nelle stanze vuote dell’ospedale. Sembrano assolutamente nuove – le mura sono pulite, gli spazi sono rifiniti con piastrelle. Non hanno niente a che fare con il mondo attorno.

All’orizzonte compare Nikolaj Aleksandrovich. Prima è stato il capo del servizio sanitario pubblico della città e adesso sostituisce il medico primario, il quale se n’è andato.

Ci presentiamo, stringiamo le mani, consegniamo gli aiuti.

– Volete una visita guidata?

La sua voce è stanca, ma sorridente. Nascondo gli occhi. Una visita guidata. Da queste parole mi stringe la gola. Mi vergogno.

Passa un medico, basso, con uno stetoscopio. Si vede che è impegnato. Nikolaj Aleksandrovich lo presenta.

– Questo è il mio amico, il mio fratello, un compagno. Tutta la guerra è con noi. Sta sull’ambulanza durante ogni bombardamento. Tira fuori le persone da sotto le macerie. Il nostro pronto soccorso…

Cerco di ricordare il suo viso.

– Posso farLe una foto?

Imbarazzato ritrae lo sguardo.

– Va bene…

– Non avete paura di venire? Ci martellano in continuazione.

Lui fa una pausa, come suggerendoci di ascoltare. Nell’edificio l’arrivo dei missili non si sente, ma ci sono di sicuro, anche se lontano.

– Si, abbiamo paura.

Ridono.

– I giovani vengono. C’è stata qui da noi una missione dell’OSCE. Quando hanno iniziato ad arrivare i colpi, loro sono scappati in cinque minuti. Dico – rimanete, vi faccio vedere che cosa è stato fatto con l’ospedale. E loro rispondono: no, grazie. Questa è l’OSCE.

E si mettono di nuovo a ridere.


Andiamo avanti come dei fantasmi, dissolvendo nei corridoi vuoti che prima erano pieni di vita…

Cerco di non stare troppo indietro a Nikolaj Aleksandrovich

– E i pazienti adesso dove sono?

– Una settimana fa ci hanno bombardato e la gente è stata evacuata all’ospedale di Stakhanov, ma questi giorni ricominceremo a ricevere i pazienti.

– Ho sentito che ci sono stati cinque colpi?

– Il reparto ostetrico è stato colpito ancora 6 settimane fa. E adesso sono stati colpiti cinque reparti – pediatria, cardiologia, reparto malattie infettive, urologia…

– C’erano tante persone?

– Parecchie. Principalmente anziani. Nel reparto pediatrico c’erano dei bambini…Andiamo al primo e secondo piano, vi faccio vedere. Ecco, vedete? Uno è arrivato direttamente da sopra. Insieme con la soffitta. Dopo il primo colpo sono uscito fuori, tre minuti dopo che sono rientrato c’è stato un altro colpo. L’edificio si è scosso. E qui il colpo è arrivato in una camera.


Quando è arrivato il primo missile, in quella stanza uno dei nostri medici stava ricevendo i pazienti. È vivo per miracolo. Potete immaginare come si sentiva?

Tutti i missili sono stati portati via, alla piazza centrale, sotto il monumento di Lenin.

– Quando stavano bombardando avevamo 11 persone trattato con trazione transcheletrica. Chi con le braccia, chi con le gambe.


Noto che nelle camere colpite le mura sono riparate alla meglio, con quello che poteva trovarsi.

– Abbiamo chiuso quasi tutti i buchi per non perdere il caldo. Domani la cardiologia si riavvia.


–  E voi dove vivete?

– Io?

Nikolaj Aleksandrovich fa finta di non sentire. Gli impiegati lo circondano e parlano della sala caldaie. Quella dov’è arrivata la mina durante il bombardamento.

– Io vivo nel mio studio. Quasi tutti noi viviamo qui. Adesso è tranquillo, tutti sono andati per i fatti loro, ma verso la sera si raduneranno. Molti sono rimasti senza casa. Andiamo nel sotterraneo, vi faccio vedere come viviamo.

Per strada incontriamo un giovane ragazzo .Nikolaj Aleksandrovich reagisce subito:

– Questo è Artiom, un futuro accademico. È chirurgo.


Penso che Artiom sia mio coetaneo. Sopra la divisa di medico ha un giubbotto. Nell’edificio non hanno ancora acceso il riscaldamento. Fa freddo. È stato qui tutta la guerra, non se n’è andato. Artiom e Nikolaj Aleksandrovich ridono:

– Artiom è un futuro luminare di medicina. Ma quanto ci piacerebbe fare degli interventi pacifici!

– Già, poco fa abbiamo avuto un’ernia – quanta gioia! Se no, tutti feriti dalle schegge…

Artiom vive nell’ospedale e dorme direttamente nella sala medici. Nikolaj Aleksandrovich alza minacciosamente le sopracciglia:

– E quando c’è un bombardamento, non scende mai nel rifugio. Dice sempre: “Tutto è nelle mani del Signore”. Ecco com’è fatto. Non è andato via. Tutta la guerra, 7 mesi sotto i bombardamenti continui…

Cerco di ricordare anche il suo viso. È così giovane, chiaro, sorridente. Di nuovo mi si stringe la gola e non trovo le parole.

Mamma mia, quanto è giovane.

Tutta la guerra.

Scendiamo nel rifugio e si sente un forte profumo di zuppa. Buono.

– Queste sono le nostre ragazze, l’anestesista e la cardiologa.

Cerco di ricordare ognuna di loro, guardare nei loro occhi.

Loro ridono, sorridono, immaginate?


Molte, ovviamente, sono andate via. Sono rimaste poche.

– Abbiamo una ragazza, come Lei, giovanissima. Anche lei vive e lavora qui. Non è partita. Fa il suo dovere, è ecografista. Riceve i suoi pazienti direttamente qui.

Passiamo per le stanze sotterranee. Ci sono delle persone – pazienti rimasti senza tetto. Ci sono dei bambini.

– Siamo civilizzati qui – guardate, c’è la TV!

Le giovani mediche ridono.

– Nell’ospedale sono morte 81 persone, e i feriti non si possono nemmeno contare. Una volta stavamo facendo contemporaneamente otto interventi, uno di loro era un bambino. Erano tutti civili. E tutto ciò con il rumore costante dei Grad e delle mine che cadono. Anche i nostri ragazzi sull’ambulanza lavorano sotto ogni bombardamento. Ma non se ne vanno dalla città. Tutta la guerra stanno qui.

Ha ripetuto “civili” due volte, come se avesse paura di non essere compreso correttamente.

– Ho sentito che sono morte 500 persone, tutti civili, in tutto il periodo.

– Io parlo solo di chi è stato portato da noi. E gli altri sono trasportati direttamente alla polizia scientifica, non è il nostro reparto.

– Bombardavano specificamente l’ospedale? Perché i colpi sono diretti.

Non ci sono obiettivi strategicamente importanti, a parte il quartiere residenziale, nelle vicinanze. Non c’è niente.

Nikolaj Aleksandrovich non mi ha sentito. Oppure ha fatto finta di non sentire.

Lo seguo e mi sembra che sono in una realtà parallela. Mosca non c’è. Non c’è la mia casa, né il mio lavoro, non c’è niente.

Oh Signore, che sta succedendo?

C’è solo questo ospedale. Ci sono solo queste persone. UOMINI. EROI.

Quante persone come me vengono qui per le “visite guidate”?

Vengono, guardano, vengono impressionati?

Allargano le braccia. Stringono le mani.

E vanno via.

E questi rimangono. E fanno il loro lavoro. Guidano le macchine sotto bombardamenti.

Tutta la guerra.

Nikolaj Aleksandrovich.


4 marzo 2015

Tregua sanguinosa

Nella piazza centrale di Pervomajsk il numero dei missili raccolti è raddoppiato dal nostro viaggio precedente. (gli abitanti portano i proiettili e missili che trovano al monumento di Lenin nella piazza centrale come un ricordo di quello che ha subito la città- NdT)

È solo una piccola parte di tutti i missili che hanno colpito la città.

Sasha, un ragazzo dal comando di presidio, commenta passando:

– Molti sono arrivati stanotte…

– Ma la tregua non è iniziata a mezzanotte?

– Proprio 5 minuti prima (di mezzanotte) hanno “arato” metà del centro della città con i Grad… Probabilmente stavano festeggiando la tregua. Bombardavano fino alle tre di notte dalla gioia.

Nella lontananza si sente il rumore dei colpi.


– Il calderone (Debaltsevo, NdT) sta bollendo. Bombardano principalmente lì.

Ci sono rumori diversi, da forti e sibilanti a bassissimi come se dei giganti facessero cadere per terra un sacco di farina.

In città quasi non c’è gente. C’è un vuoto che risuona. Si sentono solo esplosioni, esplosioni, esplosioni.

Ogni 5 minuti si sentono i tuoni da qualche parte. La città sembra morta e riprende solo durante la distribuzione del cibo. La gente si raduna e poi si sfolla di nuovo.

La città vive in questo stato ormai da più di sei mesi. Sotto un bombardamento continuo.

La casa vicino alla piazza centrale è stata bombardata qualche giorno fa.


Portiamo gli aiuti umanitari per i rifugi.

Di giorno la gente va a casa e di notte dorme nei sotterranei. E chi è rimasto senza tetto vive lì. Alcune persone non escono dai rifugi da mesi. Perché hanno paura. Hanno paura persino di andare a fare la spesa. Molti sono stati colpiti così dai missili o dalle schegge, quando sono saliti fuori per pochi minuti. Alcuni sono ormai stanchi e dormono a casa propria: “Se sono destinato a morire, morirò. È Dio che lo vuole.”

Avviciniamo il rifugio di una fabbrica. A pochi metri dall’ingresso c’è un buco lasciato da un Grad.

– È arrivato stanotte. Il missile è stato già estratto.

Tatjana Leonidovna, la responsabile del rifugio, ci indica la strada e ci accompagna per i corridoi lunghi del rifugio. Ci sono tantissime camere, vicoli, corridoi. Come se fossimo nella tana di un hobbit, solo che invece delle stanzette accoglienti ci incontrano degli spazi umidi, molti sono senza luce.

Qui ci sono circa 150 persone, 18 di loro sono bambini.

– Posso fare delle foto?

Le persone acconsentono, con dei gesti indifferenti.

La maggior parte di loro sono anziani.

Ci vengono spesso a trovare dei giornalisti, l’OSCE, gli stranieri. Fanno una escursione… E che senso fa? Vengono, fanno delle foto e spariscono. Voi invece avete portato degli aiuti.

Tatjana Leonidovna si mette a piangere e mi abbraccia. Con dolcezza, come una mamma.

– Grazie, cari miei, grazie che vi ricordate di noi. Grazie.


– Grazie a voi…

– Sono un medico, terapeuta. Il mio appartamento si affacciava su via Popasnaja. Sulla linea del fuoco. Adesso è appeso nell’aria… La mia casa…


Andiamo avanti, nel rifugio successivo. È più piccolo, la luce qui non c’è per niente. Qui vivono circa 35 persone.

Proseguiamo con le torce nel buio. L’umidità è fortissima. Andiamo verso una luce debole.

– Posso fotografarvi?

Un gruppo di donne anziane sogghignano.

– I nostri saluti a tutti.

– A chi?

– Ma a tutti quanti. A Ljashko e tutta quella banda di feccia nella Rada. Che sappiano che siamo tanti. Non riusciranno a uccidere tutti.

Il gruppo si è radunato attorno l’unica candela nella camera. Risparmiano il più possibile.

– Vi abbiamo portato aiuti. Da Mosca.

– Non avete paura di venire da noi?

– Eccome no.

– Bravi, grazie. Molti hanno paura.

Spazi enormi, soffitti altissimi, umidità. E gente persa in queste catacombe.


Il rifugio successivo è pieno di bambini. Sono tanti e corrono senza sosta.

Zheka sussurra:

– Vivono qui già da sei mesi. Sono rimasti senza un tetto. Adesso la loro casa è questo posto…

E noi, come deficienti, abbiamo scordato le caramelle. Femmine e maschi, tutti bellissimi. Il cuore si spezza…

Ovviamente, come sempre, ci sono tante lacrime. Sempre il dolore, sempre la gratitudine.

– Di recente sono venuti da Novgorod, Grazie che non ci dimenticate, che ci ricordate…

Hanno raccontato che un signore di Tjumen con la propria macchina ha raccolto insieme con i suoi amici del cibo e l’ha portato fino al Donbass. (Tjumen è una città in Siberia, più di 1700 km da Mosca – NdT)

Sento una vergogna indescrivibile. Che sto a posto, che tutti mi ringraziano, accarezzano i miei capelli, baciano, abbracciano. Come se fossi un parente vicino… Non è solo vergogna, ma anche un dolore straziante e un forte senso di colpa.

Abbiamo portato 2,5 tonnellate di alimentari a Pervomajsk e quando abbiamo diviso tra mense e rifugi ci siamo resi conto che diamo molto poco. Pochissimo.

Da loro vengono dei giornalisti. Filmano, esprimono il loro dispiacere con degli “Ah!” e “Oh!”, come con degli aborigeni. Fanno le foto e poi se ne vanno. E loro rimangono così.

In ogni sotterraneo la prima reazione al nostro arrivo era :”Ecco, di nuovo sono venuti a filmare”, ma quando vedono gli aiuti piangono…

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– La tregua. Tutta la notte facevano la tregua. Oddio, ma quando finirà? Quando? Ma siamo uomini. Non lo sanno?

Ancora più spesso si può sentire la rabbia e condanne:

– Dannata tregua. Non ci crediamo. Loro allungano la presa in giro. L’abbiamo già visto, sappiamo come funziona.

Sempre chiedo perché non vanno via. Ormai non so nemmeno perché lo chiedo. Le risposte sono sempre le stesse. ma chiedo, perché al mio ritorno a casa me lo chiedono tutti: perché non se ne vanno? Come se fosse una conoscenza sacrale.

Chi ha potuto e ha voluto è andato via. Sono rimasti degli anziani, bambini, i disabili, le persone che non hanno un posto dove andare. Qualcuno se n’è andato, ma è tornato indietro perché non ha un posto per vivere e soldi. Sono rimasti gli orfanotrofi e convitti con dei bambini disabili. Chi ha bisogno di loro? Molti sono rimasti con i loro genitori anziani che non possono andare da nessuna parte e i figli non si possono permettere lasciarli da soli. Molti hanno lasciato i loro genitori e sono andati via. E quelli invece… Aspettano i figli e non capiscono… E poi sono rimasti quelli che non vogliono andare perché questa è la loro terra.

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Passiamo per le vie della città e pure io vedo quante nuove rovine ci sono. Qualcosa è stato riparato, sistemato. I servizi funzionano molto efficacemente.

– Andiamo, ti faccio vedere un missile accanto a una chiesa. È arrivato prima dell’alba.

Sasha ci porta nei pressi della chiesa e vediamo lì un buco nell’asfalto.

– I genieri hanno reagito velocemente. Poco fa il missile era ancora dentro.

Alla fermata ci sono un po’ di persone.

Chiedo a Sasha:

– Stanno aspettando l’autobus?

– No, il pane. La gente non esce quasi mai senza averne bisogno. Hanno paura.

– E tu non hai paura?

– Anch’io ho paura. Ma che fare? Sono abituato.

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Torniamo nella piazza centrale.

Quando siamo arrivati a Pervomajsk c’era una nebbia fitta. Gli alberi paralizzati dalla neve, il vento penetrava nelle ossa.

In piazza c’erano delle persone che erano venute a prendere il pane.

La gente si raggrinzava e camminava nervosamente su e giù per la piazza. Qualcuno fumava. Qualcuno stava silenzioso accanto al monumento e osservava, abbassando la testa, i pezzi distorti di ferro che hanno portato via la vita di così tante persone, che hanno rovinato la vita di tutta questa gente. Qualcuno piangeva.

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Dopo aver attraversato tutta la città di Pervomajsk, siamo tornati in centro. Ed è uscito il sole.

Stavamo in una piazza grandissima. Le luci ci scaldavano ed era strano e inconsueto che con un tempo così bello le vie erano quasi vuote. Il gelo e il sole portano sempre fuori le neomamme con i bimbi nei passeggini, le signore anziane e le giovani coppie.

La brina sugli alberi ha iniziato a sciogliersi. Stava diventando più caldo.

Il rumore dei bombardamento sull’orizzonte si sentiva più spesso, ma non sentivamo e non facevamo caso ai colpi che arrivavano. Come la gente locale, siamo entrati nello stato in cui sembra che qui non può arrivare mai. Può colpire da qualsiasi altra parte, ma non qui.

E poi abbiamo visto un ragazzino che girava vicino al monumento.

Ha passato sei mesi nei rifugi insieme con la sua famiglia.

Nella macchina abbiamo trovato un peluche. Non ho visto così tanta felicità negli occhi da tanto tempo.

Questo sguardo è ancora con me.

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18 febbraio 2015