Quarto viaggio nel Donbass: alla guerra

– I Grad sparano.

Andiamo a tutta velocità verso Lugansk. È notte. Io sono nella macchina di Rostislav, un combattente del comando di presidio di Pervomajsk, il quale ci ha incontrato alla frontiera per accompagnarci. Non si può viaggiare senza lasciapassare. Di notte è imposto il coprifuoco.

I ragazzi nella macchina sovraccarica di aiuti umanitarii ci seguono.

Rostislav preme il pedale al massimo. Il viso non dimostra nessuna reazione. C’è solo serenità, e una grande stanchezza. Accanto a lui c’è la sua fidanzata, le sta per iniziare un attacco di nervi. I ragazzi rimangono indietro.

Osservo un campo dal finestrino. E vedo delle scariche di fuoco. Una, due, tre, quattro… Come contare? La velocità è incredibile. Come in TV, solo che io non sto di fronte allo schermo, ma sono qui, nel campo, con i Grad e la mia vita minuscola che è diventata la cosa più importante del mondo.

Una convulsione mi scuote tutto il corpo e il viso viene paralizzato.

– Lo fanno in attesa della tregua, non ti preoccupare, non sparano qui, ma in un’altra direzione. Lontano. Sembra.

Il cielo è profondo, nero e limpido. E lontano nel campo ci sono delle vampate sanguinose.

Lontano. Sembra.

Le stelle si vedono benissimo, come al sud, in Crimea d’estate. Sono profonde e bellissime.

Mi si stringe il cuore…

I ragazzi sono rimasti dietro. Ci fermiamo per aspettarli. Sono saltata dalla macchina come un proiettile. Solo adesso capisco perché qui si guida senza cinture di sicurezza. Sono saltata fuori, il cuore mi batte fortemente, le vene pulsano, sento ogni loro movimento.

La tregua è solo dopodomani. Ancora mi sembra che significhi qualcosa. Ancora ho l’illusione che possano abbassare le armi.

La paura è selvaggia e istintiva. È già la quarta volta che sono qui. Ho sentito degli spari in lontananza centinaia di volte. Di notte martellavano in continuazione. Ma erano lontani, non arrivavano a Lugansk.

Invece adesso l’ho visto. È insopportabile.

Fuori fa gelo, sono scesa dalla macchina senza abbottonarmi, senza capire cosa sta succedendo. È un panico stupido. Il freddo mi penetra tutto il corpo, ma non lo sento. Il vento mi sbatte in faccia. Il fatto che sparavano in un’atra direzione non lo comprendo. Nel cervello c’è solo il pensiero che adesso ci saranno dei missili e bisogna fare in tempo a ripararsi in un fosso. La comprensione adeguata arriva solo più tardi.

Per adesso mi sembra che sono un bersaglio nudo e vivo.

Nel cielo si vede la via lattea. Il gelo ha fatto diventare l’aria pura e trasparente. Le stelle mi guardano con una fredda eternità. Dio mio, quanto sono belle. Dio mio, che cos’è? Dio mio, come vivere con tutto ciò?

– Rostik, portiamo gli aiuti a Pervomajsk. Mi sa che dopodomani inizia la tregua, lo porteremo per i rifugi…

– La tregua… Penso che sicuramente sarà più tranquillo… Andremo per una strada sicura.

I ragazzi ci raggiungono. Non hanno visto il Grad. Ma io sì.

Lontano. Sembra…

Avanti ci aspetta Pervomajsk… città bombardata e bombardata senza sosta per sei mesi. Dove una settimana fa ci sono stati cinque colpi precisi, diretti contro l’ospedale. Ma l’ospedale ancora resiste e continuerà a ricevere tutti i malati e feriti. Lì lavorano degli eroi che non sono andati via e continuano a fare il loro dovere. A Prevomajsk, dove alcune persone non sono uscite dai rifugi sotterranei da mesi. Dove i missili continuavano a colpire tutta la notte della tregua. Martellavano e martellavano, martellavano e martellavano. A Donbass dicono proprio così.

Col tempo uno smette di notare il costante rumore dei missili in arrivo. Diventa una specie di norma. Persino durante il nostro soggiorno di tre giorni ci siamo stancati di reagire e notare. Bum, bum, bum…

Lontano. Sembra.

Un paio di giorni fa un missile ha colpito un edificio nel centro di Pervomajsk.

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17 febbraio 2015

Terzo viaggio

Il terzo viaggio è stato probabilmente il più difficile.

La situazione è cambiata drasticamente dal nostra ultima visita.

È iniziata la guerra, ecco.


Questa volta avevamo più tempo per raccogliere il carico, ci hanno portato tanta roba. Grazie a tutti coloro che ci hanno risposto, a chi ha trovato il tempo di venire! Tutto è in ottimo stato, tante cose sono quasi nuove! Lena, grazie per le confezioni con un gioco e caramelle. Nicol, grazie per i tuoi ciocolatini. I bambini erano felici. Anche noi lo eravamo insieme a loro.


Abbiamo quasi pienamente abbandonato l’idea di raccogliere il cibo – è molto difficile capire poi quanto portiamo di peso e di volume. È anche difficile distribuire il cibo per le mense. Raccogliamo i soldi. Poi con questi (nelle foto sotto si vedono gli scontrini) compriamo principalmente il cibo, pannolini, latte artificiale, pappe. Grazie a tutti che hanno partecipato alla raccolta dei fondi! Oksana, Liosha – avete accumulto i soldi da parte vostra! E grazie a tutti coloro che si sono fidati direttamente di me, pur non sonoscendomi di persona. La maggioranza di queste persone nemmeno ha dei conoscenti comuni con me, questo mi ha meravigliato tantissimo.

Un conoscente ha inviato una grande somma (l’ho conosciuto solo dopo che mi ha scritto un sms: “Inviate i dati bancari”) dai paesi Baltici, ha chiesto di non menzionare il suo nome. Ha fatto un bonifico per 70 mila rubli. Quando ho ricevuto questa somma, per 10 minuti ero convinta che si trattasse di uno sbaglio. Di solito mandano da 500 a 5.000 rubli. Le somme più grandi capitano più raramente. Ed ecco una sorpresa! Grazie!

Penso che non mi basterà un post per ringraziare tutti.

La gente invia i soldi da tutte le parti, la geografia si sta allargando di continuo –USA, Australia, Norvegia, Italia, diverse città russe, molte persone dalla Crimea, da Kiev e ciò è importantissimo.


Durante il viaggio sentivamo una certa paura. E quando stavamo per arrivare alla frontiera abbiamo saputo che a Pervomajsk hanno ucciso il comandante, Evgenij Ishchenko, insieme a tre volontari di Mosca. Abbiamo perso il coraggio.

Arrivati a Lugansk, abbiamo deciso di scaricare e lasciare tutto al mio amico Zheka, del quale mi fido come di me stessa. A quell’ora c’era un forte bombardamento su Stakhanov (sulla strada per Pervomajsk), Pervomajsk e Kirovsk. Sono città vicine. I ragazzi dal comando del presidio e Zheka ci hanno vietato di andare.


A tutti queli che chiedono “perché nessuno va via?” posso rispondere: sulla strada del ritorno abbiamo visto una fila per 12 ore macchine alla frontiera con la Russia e delle folle di persone che la attraversavano a piedi. Principalmente erano delle suddette città. La situazione lì è davvero dura.

Come prima ci sono rimaste tante persone anziane le quali per diversi motivi non possono andarsene. Su questo tema bisogna parlare separatamente, qui non è il posto adatto.

C’è una catastrofe umanitaria.


A Lugansk, Zheka mi ha fatto conoscere una donna straordinaria di nome Valentina, una cittadina attiva del villaggio Fabrichnoe. Lei ci ha raccontato di un gruppo dei disabili, pazienti impossibilitati a muoversi e anziani che disperatamente avevano bisogno di aiuto. Abbiamo deciso di aiutarli. Abbiamo visitato ogni persona, abbiamo fatto delle foto. Posso dire solo una cosa: volevamo aiutare loro e silenziosamente andare via, per non disturbare, non intervenire nel loro dolore. Invece eravamo costretti a fotografarci con tutti questi pannolini, lattine di carne… Terribile…

Di Valentina e di quelli che abbiamo visitato con lei voglio scrivere un post separato.

L’uomo nella foto è il figlio di una donna a letto, ha perso una gamba durante il bombardamento…


Abbiamo anche portato il necessario ad alcune mamme che ne avevano bisogno.

Questa signora ha tre figli. Il loro padre l’ha lasciata e nemmeno ha visto il suo figlio di tre mesi – il piccolino è adorabile.


Abbiamo anche portato un po’ di giocattoli all’orfanotrofio di Krasnodon per i bambini disabili – lì ci sono dei bambini con la sindrome di Down, con paralisi cerebrale infantile, che non possono camminare ecc. Bambini abbandonati… Non posso mettere tutte le impressioni in poche parole, ci sarà dopo un racconto da parte…

L’aiuto lì serve ovunque. Hanno bisogno del tutto! Vorrei semplicemente spezzarmi.

Così siamo partiti per Mosca, lasciando tutto a casa di Zheka. Secondo il piano, lui doveva andare a Pervomajsk appena si rallenta il bombardamento.

Un paio di giorno dopo la nostra partenza Zheka ha consegnato una parte dell’aiuto all’orfanotrofio regionale N. 1 di Lugansk. Quando venivamo a Pervomajsk, avevamo sempre pochissimo tempo, di solito scaricavamo tutto in una chiesa oppure presso un centro di distribuzione e partivamo.


“Grazie Dunia” – questa frase non mi piace, e non solo a me. Ma già l’altra volta Zheka ha deciso che, in mia assenza, c’è bisogno di un foglio simile in modo che la gente veda che tutto è arrivato ai destinatari. Di recente ho saputo che i miei amici che non sono d’accordo con me e per scherzo dicevano che volevano organizzare un flashmob – fare una foto accanto ai contenitori per l’immondizia con il cartello “Grazie Dunia”. Va bene, ragazzi, non vedo l’ora.

Abbiamo anche conosciuto delle persone da Kirovsk, hanno detto che anche loro hanno dei grossi problemi con l’aiuto umanitario. Noi con Zheka abbiamo deciso che una parte del cibo bisogna portare anche là.


A Kirovsk la situazione è calda. Un mio conoscente mi scrive da lì regolarmente. Passa mezza giornata e mi arriva un messaggio privato: “hanno annunciato la minaccia di un attacco aereo”, “In centro tre missili sono arrivati nella zona del quartiere Centralny”. Ad ogni modo Kirovsk è meno distrutto di Pervomajsk per il quale abbiamo raccolto tutto. Ma fa paura.

Continuavano a bombardare Pervomajsk, senza sosta. Giorni passano, ma la situazione non si tranquilizza.

Chiamiamo ogni giorno:

– Zheka, non rischiare!

– Non lo farò.

Invece ho tanta paura che andrà lì, sotto i missili. Porterà gli aiuti.

Vorrei tanto raccontare dell’eroismo di Zhenya e Lena. I ragazzi chiedono di non diffondere le loro foto, ma io lo vorrei fare… Ma non posso stare zitta. Sono veri e propri eroi del nostro tempo. Sono orgogliosa di avere tali amici. Non solo Uomini con una “U” maiuscola, ma Eroi. Zheka, Lena, vi voglio tanto bene. Il resto è un repost dalla sua pagina Facebook:

“… Il garage è pieno della salvezza per qualcuno… E ogni giorno diventa sempre più insopportabile vedere che questa salvezza sta da te come un peso morto. Hanno iniziato a bombardare tutti i giorni e adesso a Pervomajsk, a Kirovsk, a Stakhanov è diventato piuttosto pericoloso… tutto ciò già sembra una sciocchezza, un malinteso spiacevole. Ci siamo svegliati di mattina con la moglie, ci siamo guardati – “andiamo”. In un’ora abbiamo caricato il pulmino, abbiamo telefonato – “preparatevi ad incontrarci, veniamo”. Dall’altra parte del telefono danno delle istruzioni, dove fermarsi prima di entrare nella città, dove aspettare l’accompagnamento. A Pervomajsk l’ingresso per la strada dove entravamo prima è diventato pericoloso. Periodicamente dal lato ucraino arriva “un regalo”. Partiamo. Lungo la strada ci sono 10 posti di blocco. Le domande tipiche sono:

– Dove andate, che cosa portate?

– A Pervomajsk, portiamo l’aiuto umanitario ai civili.

– Grazie, potete passare.

Sui visi di alcuni si vede la stanchezza, su alcuni c’è un sorriso e ringraziamento. Ringraziamento per la gente.

Peraltro su molti blocchi di posto già riconoscono la mia giacca color verde acido da un pompiere inglese, e mi fanno passare senza domande. Non è la prima volta che passiamo con la stessa missione. Ma è piacevole lo stesso.

Arriviamo al posto assegnato, un paio di chilometri da Pervomajsk. Telefoniamo. Ci dicono di aspettare un po’. Aspettiamo. Sulla destra, dalla boscaglia, alla distanza di circa 500-700 metri si difende sparando, con dei “boom” giganteschi, l’artiglieria della Repubblica Popolare di Lugansk. Sparano con qualcosa di grande. Non si sente dove cadono i missili, quindi vanno lontano. Sobbalziamo dalla sorpresa. Ma già siamo abituati, perché per due mesi la linea del fronte è stata praticamente a 1-3 chilometri dalla nostra casa. La scorta è in ritardo. E finalmente da dietro la collina a una velocità pazzesca arriva la familiare Lada Priora.


– Ci sarà un tratto di un paio di chilometri. Andiamo veloce, è pericoloso. Poi passeremo per la periferia. Lì è sicuro.

– Ok, andiamo.

Il mio povero pulmino con la percorrenza di 640 mila chilometri e quattro ruote diverse, accelerando sulla discesa fino a una velocità pazzesca, a tutto spiano entra su una nuova salita. Fa fatica a tenere dietro la Priora. Alla fine, ci sono 1,5 tonnellate di carico. Ma non ci ha piantato in asso, bravo. Abbiamo passato. Nella lontananza si sente una cannonata.

La prima impressione all’entrata in città è che la città è morta. Non c’è nessuno. Assolutamente nessuno. Le vie, le piazze sono praticamente deserte. Invece un paio di settimane fa, quando abbiamo portato il carico precedente, qui passeggiavano delle mamme con i loro bambini, la gente andava per i fatti suoi. La città viveva. Mezza distrutta, con il polietilene al posto delle finestre, con dei buchi spaventose nelle case, ma la città era viva. Adesso è una città fantasma. Chernobyl. Soltanto dopo un bombardamento atroce. La seconda cosa che spicca subito all’occhio è la massa di nuove distruzioni. Siamo venuti già tante volte e l’occhio nota quasi ogni 100-200 metri i nuovi segni dei colpi dell’artiglieria. Siamo arrivati al comune, o come si chiama adesso… Non mi ha interessato il nome… La cannonata non è più “lì da qualche parte”, è già attorno a noi. Nella città. Siamo venuti perché dobbiamo informarci in quali mense sociali bisogna portare gli alimentari prima di tutto. Entriamo. Lì ci sono alcuni cosacchi e tre civili con facce spaventate. Un cosacco ci spiega con un sogghigno:

– L’OSCE.

Poi dice a loro:

– Ecco le persone che hanno portato l’aiuto umanitario, volete accompagnarle?

Loro, dopo aver bisbigliato tra loro come delle api in un alveare angosciato, rispondono:

– No, grazie. Dangerous.

– Hanno paura, – sorride il cosacco.

Ci informiamo dove e che cosa bisogna portare in prima fila. Andiamo. La prima è una mensa dove Dunia con dei ragazzi hanno portato gli alimentari di persona. Ci riconoscono, piangono, ci abbracciano. Ci accolgono come dei parenti vicini, molto attesi. A gara raccontano come e che cosa preparavano con dei prodotti che abbiamo portato l’altra volta. Hanno corso fuori tutte, dalle cuoche ai lavapiatti. Gli occhi brillano dalla gioia. E attorno le cannonate. Le ragazze non fanno attenzione. Io ho un nodo alla gola, mia moglie piange. Pazienza, ce la faremo. Scarichiamo una parte di alimentari, facciamo delle foto.


Andiamo in un’altra mensa. Dall’altra volta ha subito dei cambiamenti. È stata colpita. La parte destra della facciata è distrutta. La mensa funziona. I vecchi sono come nella Leningrado assediata, come delle ombre, lentamente, senza forze e senza rumore vengono alla mensa. Alla vita. Lì, dove danno da mangiare. Gratis. Tutti i giorni. E anche versano nei barattoli di vetro per portare via con sé. C’è un bel profumo. E questo è bello… Scarichiamo. La gente ci avvicina, chiede: “Chi siete? Da dove venite?”. Spiego che le persone comuni aiutano in proprio. Noi siamo qui solo a distribuire. Gli occhi di questi anziani sono pieni di lacrime. “Grazie, cari”. E io di nuovo ho questo nodo traditore alla gola. Quante volte sono venuto qui e non riesco ancora ad abituarmi a tutto ciò. Mi arrabbio con me stesso in silenzio. “Una femminuccia, porca miseria”.


Mentre scaricavamo, è arrivata la notizia che è stato colpito un palazzo condominiale, il numero 19 vicino alla fabbrica. C’è un incendio. Poi andiamo in altre due mense. Dappertutto ci incontrano delle ragazze-cuoche, con gli occhi rossi tirano su col naso. Le cuoche sono di tutte le età – da quasi bambine a quasi nonne.

Andiamo in chiesa, scarichiamo i vestiti per adulti, latte condensato e caramelle per i bambini. Lì c’è una scuola domenicale e un coro dei bambini. Non è della chiesa. Nel coro cantano una cinquantina di persone. Nel frattempo si bombarda sul serio. E sempre più vicino.

Chiedo:

– Dura da tanto?

– È l’ottavo giorno. Ieri è stato quasi traquillo, oggi hanno iniziato di nuovo, ma questo ancora è niente. Dovevate sentire quello di prima… Com’è andato il vostro viaggio?

– Beh, ieri è stato tranquillo, anche stamattina, quindi siamo arrivati…

Il nostro accompagnatore è stato informato che l’impianto industriale è stato colpito. Ci sono dei feriti. Si vede che si preoccupa per noi.

– Tutto qui. Scarichiamo il resto nel magazzino, poi finiremo noi a distribuire. Voi dovete scappare dalla città gambe levate. È pericoloso…

Obbediamo.

Il magazzino è nella piazza centrale. Tutti vedono che cosa arriva e che cosa si porta via. E possono paragonare con quello che si mangia nelle mense. Lì anche distribuiscono tra le mamme degli omogeneizzati, dei pannolini e vestiti per i bambini. La gente si fida di loro e ciò vale tantissimo.

Abbiamo scaricato tutto, fatto delle foto.

L’accompagnatore ci porta via dalla città per dei sentieri sconosciuti, a lungo andiamo per l’area rurale, tra le boscaglie. Usciamo sull’autostrada.

– Ecco, siete oltre il posto di blocco. Qui i colpi non arrivano. Quasi.

L’accompagnatore mi tira la mano.

Mi rendo conto che vado a più di cento chilomeetri di velocità. Siamo al sicuro. E la gente è rimasta lì. A vivere. A vivere chi ha fortuna…

2 febbraio 2015

Donne e guerra

Un amico mi ha scritto a proposito dei viaggi a Lugansk: “Vale la pena? I clan di oligarchi fanno i propri conti tra loro. La gente comune muore. La storia è vecchia come il mondo.”Sono rimasta perplessa. Che posso dire? La domanda principale delle ultime settimane da parte degli amici – perché rischiare?

Posso rispondere con una storia.

C’è questa signora, Chernykh Liubov Mikhajlovna, nata nel 1953.

Quando siamo venuti a Lugansk non potevamo portare l’aiuto a Pervomajsk, per il quale abbiamo raccolto i fondi. Lì c’era e ancora c’è un bombardamento massiccio. La gente si sta nascondendo nelle cantine e nei rifugi.

Ci hanno segnalato alcuni indirizzi a Lugansk e nei centri limitrofi, dove vivono delle persone bisognose, e abbiamo portato un po’ di roba lì. Principalmente abbiamo visitato dei disabili, pazienti allettati e molto anziani.

In una delle case ci ha incontrato un ragazzino molto simpatico, il quale sempre scappava da noi e si vergognava di prendere delle caramelle.

La sua nonna era su una sedia a rotelle. Ci sentivamo a disagio a intruderci nella casa con le scarpe di strada. Stavamo nell’anticamera, imbarazzati. Eravamo ospiti arrivati da un mondo alieno. E Liubov Mikhajlovna ci sorrideva. Questo sorriso era allo stesso tempo pieno di dolore e ringraziamento e il suo sguardo era insopportabile.

– Avete bisogno di qualche cosa?

– Una sedia a rotelle andrebbe bene… Abbiamo trovato questa, ma è rotta, durerà poco.

È diventata invalida da poco. Non è abituata stare seduta così, si vede.

Usciamo dalla casa e Valentina, una cittadina del villaggio Fabrichnoe, attiva e piena di simpatia, racconta:

– Liubov Mikhajlovna è un eroina.

Quando in agosto Lugansk era sotto bombardamenti mirati continui, nella fattoria avicola di Fabrichnoe hanno distrutto 4 capannoni su 7. Nei capannoni rimasti c’erano dei polli. Più correttamente, i loro cadaveri. Dopo qualche tempo hanno iniziato a decomporsi, erano comparsi dei vermi. C’era un forte rischio che infezioni e malattie potessero diffondersi per la città La città era bombardata continuamente e gli operai non bastavano per pulire i capannoni dalle carcasse. Quindi hanno chiesto l’aiuto ai cittadini. Che tipo di aiuto? Bisognava al caldo, dentro i locali con le mani raccogliere i corpi decomposti degli uccelli. Era impossibile stare lì a lungo perché si rischiava un avvelenamento, anche letale. Vi potete immaginare una montagna dei corpi decomposti, un fetore, un’afa insieme al caldo? E come fiore all’occhietto c’era anche il rischio di essere colpiti dai bombardamenti.

I cittadini hanno risposto alla richiesta. Non c’erano gli uomini. Quindi sono andate le donne. Delle donne comuni. Madri, nonne. Molte erano anziane.

Tra loro c’era Liubov Mikhajlovna.

Ha l’età della mia mamma e della mia suocera. Quando ci penso, mi strazia il cuore.

Al caldo, al suono di mortai e obici, rischiando la salute, lei, come le altre, ripuliva i capannoni dai cadaveri di polli.

Può sembrare patetico, ma non lo è. Io sminuisco l’eroismo di queste persone. Perché non posso immaginare com’era in realtà.

Le donne nei capannoni crollavano, svenendo. Molte vomitavano.

Queste sono le nostre donne…

E poi vicino è caduto un missile.

Liubov Mikhajlovna ha perso una gamba e un braccio. Farò del tutto per trovarla e portarle una sedia a rotelle.


28 gennaio 2015

Upd: la sedia a rotelle per Liubov Mikhajlovna è stata trovata e consegnata – NdT.

Appunti dalla guerra

Nell’arco dell’ultimo mese nella mia vita ci sono stati dei cambiamenti globali.Mi ha avvolto un buio così denso che è difficile da descriverlo.

Le storie innumerevoli che ho sentito a Novosvetlovka, Lugansk, Pervomajsk, non mi danno sosta.

I volti dei bambini, le scritte sulle case, le nonne che salgono e scendono le scale con fatica per andare a prendere il pane, le case distrutte…

Più di tutto nel mondo vorrei cancellare dalla memoria queste storie, dimenticare questi visi. Vorrei andare per i negozi e al cinema e discutere furiosamente, come prima, in internet su chi ha ragione e chi è colpevole.

Ma da’altra parte, questa è la vita e la devo conoscere e la devo ricordare. Tutti noi la dobbiamo conoscere e non girare le spalle. Non si può nascondere la testa, bisogna capire: la guerra, diamine, non è un bollettino o delle dichiarazioni di bravura da parte dei capi dell’esercito. La guerra è un dolore eterno e paura.

– D’estate seppellivamo i morti negli orti. Il bombardamento era così fitto che potevamo farlo solo vicino alle case… E in città aleggiava l’odore dei cadaveri. Quanti sono morti non si sa fino adesso. A volte un corpo può rimanere in un appartamento a lungo. E nessuno lo sa. Magari fin’ora qualcuno ancora sta così da qualche parte…


Mi hanno dato delle foto.

– Tieni, magari riuscirai a pubblicarle.

Dio mio, ci sei? Mi senti?

Non le posso guardare! Dio mio, uccidimi, ma non posso! Sono debole e non posso! Non posso riuscire a guardarle!

Di sfuggita vedo cadaveri di donne, bambini, di anziane. Nelle foto vicino ai cadaveri ci sono dei passaporti dove si vede chi sono. Che i combattenti da salotto non scrivano “Questo è una truffa”. Da vomitare.

– Eh, Dunia, che cosa aspettavi? È la guerra.

Guerra, guerra.

Questa parola ci segue come un eco. È stata sempre vuota, ma adesso si è riempita di significato. Di un significato sanguinoso, straziante e pesantissimo.

Questo significato è diventato un maglio che uccide tutti i giorni.

Stiamo attraversando Lugansk e dappertutto vediamo della scritte:


– Zheka, che cos’è ?

– Quando tutto stava iniziando i “cittadini attivisti” segnalavano le persone in questo modo. È il segno con cui identificavano “separatisti”. Nonostante il segno era comparso prima di tutti gli eventi, era velocemente politicizzato. Anche qualcuno di miei “amici” mi ha riferito. Adesso il mio nome è nelle liste dei Servizi di Sicurezza dell’Ucraina.

Nel Donbass ho tanti amici adesso. Mi sono diventati molto vicini.

– Julia, perché la figlia di quella vostra parente anziana non la porta da sé, a Kiev?

– Dice: “L’avete votato, adesso pagate”. Rifiuta di parlare anche con il proprio fratello. Dice che è un separatista e non vuole parlare con lui.

A Pervomajsk, Novosvetlovka, dappertutto nel Donbass, sono rimaste tantissime persone anziane. Molti non vogliono andarsene. Ma molti non hanno nemmeno la possibilità. Hanno dei figli, ma quelli non si ricordano di loro. Molti amici e parenti rifiutano proprio a comunicare – “Non dovevate andare al referendum, l’avete meritato, adesso pagate”.


– Nostri parenti vivono a Novgorod. Perché non ci trasferiamo? Ma non è che ci invitano. Hanno poco spazio.

Irina ha gli occhi bagnati. Sua figlia ha l’età della mia, un paio di mesi in più. Sta cinquettando allegramente di caramelle e giochi. Il marito è morto, vivono dal suocero. Lei fa il chirurgo in un ospedale locale.

– Recentemente sono andata a vedere la loro pagina in una rete sociale, vedo – sono stati in Turchia, per le vacanze. Proprio in quel periodo stavano bombardando la nostra Novosvetlovka (un piccolo comune nella regione di Lugansk, lungo l’autostada che collega Lugansk e Krasnodon – NdT). E noi siamo rimati senza casa…


21 gennaio 2015

Aiuto per Pervomajsk-2

Abbiamo portato la seconda macchina con l’aiuto umanitario per Pervomajsk.Questa volta sono andata anch’io fino alla destinazione.

Che questo post sia un post di gioia e di trionfo sull’abominazione umana che ci ha circondato.

La gente continua a scrivermi. Offrono aiuti, scrivono da città diverse, inclusa Kiev. Molti di loro stanno sulle posizioni diverse.

Amici, uomini, no – Uomini! Che vi posso dire!

Sono pazza di gioia a sapere che ci siete!

E grazie a voi e solo a voi porteremo una terza macchina!


Se volete aiutare o partecipare in persona – scrivetemi su Facebook (il link è attivo) oppure inviatemi un messaggio privato su livejournal o per email – littlehirosima@gmail.com. Prego solo di scrivere dagli account reali. Perché dopo che mi hanno minacciato nei messaggi privati alcune volte sono diventata piuttosto sospettosa.

Che cosa serve?

Servono tantissimo dei vestiti e scarpe per bambini, particolarmente quelli pesanti.

In generale, abbiamo passato alla raccolta dei soldi con i quali poi compriamo gli alimentari necessari e tutto ciò che serve ai bambini – pannolini, latte artificiale, omogeneizzati, traverse monouso, anche i pannoloni per adulti. Ci sono tanti malati allettati, anziani, anche loro hanno bisogno dell’aiuto.

Se vi è scomodo inviare i soldi potete comprare merce da soli e portarla a noi.

Se qualcuno vuole venire a Pervomajsk, portare il carico – anche questo sarebbe stupendo. Perché tutti noi, quelli che aiutano, lavoriamo, abbiamo dei figli, dei malati o dei genitori anziani e siamo pochi (((

Abbiamo portato la seconda macchina con l’aiuto umanitario per Pervomajsk.

Questa volta sono andata anch’io fino alla destinazione.

Che questo post sia un post di gioia e di trionfo sull’abominazione umana che ci ha circondato.

La gente continua a scrivermi. Offrono aiuti, scrivono da città diverse, inclusa Kiev. Molti di loro stanno sulle posizioni diverse.

Amici, uomini, no – Uomini! Che vi posso dire!

Sono pazza di gioia a sapere che ci siete!

E grazie a voi e solo a voi porteremo una terza macchina!
Se volete aiutare o partecipare in persona – scrivetemi su Facebook (il link è attivo) oppure inviatemi un messaggio privato su livejournal o per email – littlehirosima@gmail.com. Prego solo di scrivere dagli account reali. Perché dopo che mi hanno minacciato nei messaggi privati alcune volte sono diventata piuttosto sospettosa.

Che cosa serve?

Servono tantissimo dei vestiti e scarpe per bambini, particolarmente quelli pesanti.

In generale, abbiamo passato alla raccolta dei soldi con i quali poi compriamo gli alimentari necessari e tutto ciò che serve ai bambini – pannolini, latte artificiale, omogeneizzati, traverse monouso, anche i pannoloni per adulti. Ci sono tanti malati allettati, anziani, anche loro hanno bisogno dell’aiuto.

Se vi è scomodo inviare i soldi potete comprare merce da soli e portarla a noi.

Se qualcuno vuole venire a Pervomajsk, portare il carico – anche questo sarebbe stupendo. Perché tutti noi, quelli che aiutano, lavoriamo, abbiamo dei figli, dei malati o dei genitori anziani e siamo pochi (((


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Quando siamo arrivati a Lugansk, ha iniziato a nevicare alla grande. La neve ha coperto molti crateri lasciati dai bombardamenti. In alcuni di questi si vedono ancora i missili.


Ma il giorno dopo si è sciolto tutto, anche se continuava a fare molto freddo. Avevamo sempre freddo.


Le mie impressioni di Pervomajsk l’ho descritte in un post precedente (“C’è gente, non sparate”). Non voglio ripetere che eravamo tutti shockati.

Molti amici mi dicevano: “”E che cosa aspettavi? È la guerra”.

Sapevamo tutti che era la guerra. Non tutti erano così sensibili, come me. Inoltre, avevamo delle idee assolutamente diverse a proposito di ciò che stava accadendo lì. Proprio opposte.

Ma dopo il viaggio non è rimasto più niente su che discutere.

Perché quando vedi la città distrutta, senti decine di storie delle anziane, delle donne, sul cuore non è solo una pietra, ma un masso di mille tonnellate. Penso, è proprio quello che sta spingendo Sisifo.


Arriviamo al centro della città e vedo una macchina dalla quale distribuiscono il pane alle persone secondo un elenco. Mezza pagnotta a ciascuno. Il ragazzo che lo sta facendo chiede di non fotografarlo. In generale, la situazione umanitaria nella città, da quando abbiamo portato la prima macchina, è migliorata. Grazie alla diffusione di notizie tramite i mass media l’attenzione è stata attirata alla città e adesso è meglio. Quando siamo venuti, nella città distribuivano delle razioni portate dalla Croce Rossa.


Ma ciò non significa che l’aiuto non serve. Serve, eccome. Credetemi, non dimenticherò mai come piangevano le donne in tutte le mense, chiese, in tutti i posti dove siamo stati, e come ci ringraziavano.

Probabilmente, dopo una tale esperienza, si può tranquillamente non avere paura della morte.


Adesso conosciamo anche un piccolo segreto. Bisogna sempre portare con se tante confezioni di caramelle. Perché i bambini ci sono dappertutto. È impossibile non fare loro un pensierino.


Quando siamo entrati in chiesa lì c’era un coro di bambini. Cantavano qualcosa molto bello in ucraino. Non avevamo tante caramelle con noi, ma siamo riusciti a dare una manciata a ciascuno. Quanta gioia c’era per tutti!


Mi facevano posare per tutte le foto, come una bandierina “ecco il cibo, l’abbiamo consegnato, non l’abbiamo mangiato”. Ma non avevo più forze di stare in piedi. Asciughi le lacrime e ti metti in posa di nuovo…


Mi hanno dato anche due diplomi firmati dal sindaco con il ringraziamento da parte dei cittadini. Mi dispiace che il diploma ho ricevuto solo io, perché l’abbiamo fatto tutti insieme.

Grazie a voi, ragazzi, amici, persone sconosciute che non siete indifferenti alla disgrazia degli altri. Grazie allo sponsor sconosciuto per una somma considerevole la quale ci ha permesso di inviare la seconda macchina così presto.

Andremo ancora, e sono immensamente felice della vostra disponibilità.

Mannaggia, sto piangendo di nuovo. Ma questa volta sono lacrime di gioia.

8 gennaio 2015

C’è gente! Non sparate!

– Ira, non piangere! Non stanno sparando, ti è sembrato!
In cucina si svolge la distribuzione del cibo. La gente è venuta con vasetti di vetro a una mensa sociale.

Avvicino le donne che lavorano in mensa e dò degli assorbenti igienici. La seconda di loro, l’amica di Ira, si mette a piangere.

– Cari miei, grazie!

– Non dovete. È da molto che hanno sparato?

– Ma, sembra che ieri hanno sparato con i Grad.

– Ma c’è la tregua, no?

Il cuore stringe. E se lo faranno ancora?

Loro invece ridono. E poi piangeranno di nuovo.

– Oh mio Dio, ma loro sanno che ci stanno martellando! Ma non ce l’hanno delle madri e dei figli?

Tutti a Pervomaisk sono vicini alle lacrime. Manca poco. Quasi tutti hanno il cuore straziato dal dolore. Il dolore che non si può descrivere, né trasmettere. La città è stata assediata ancora il 22 luglio. Da quel giorno fino al 9 dicembre ha vissuto sotto un costante bombardamento quotidiano. Adesso c’è una tregua, ma i cittadini dicono che sempre sentono delle salve o dei tiri. A volte vengono bombardati. Già da sei mesi vivono in terrore, paura e morte.

– Nonostante la tregua, i nipoti dormono sempre vestiti. E con i documenti.

L’amica la spinge.

– E tu mica non dormi vestita?

Nel frattempo in fila ci sono quasi esclusivamente dei pensionati. Salgono con fatica le scale e dopo aver mostrato il passaporto e messo la firma ricevono da mangiare. Gli sguardi sono pesanti, come i passi e le parole.

– Perché non andate via che è pericoloso qui?

– E dove andiamo? Chi ha bisogno di noi? D’estate molti sono partiti. Adesso stanno tornando indietro. Qui c’è la nostra casa. Dove andiamo da qui?

Mi sento come mi avessero messo sopra un masso e mi avessero schiacciato.

D’estate, di 60 mila abitanti ne sono rimasti 5 mila, adesso già sono circa 15 mila. La gente è tornata nella città che è costantemente bombardata.


– Per fortuna, non soffriamo più di fame. Ma il cibo basta appena.
Tengo la porta aperta, c’è una signora anziana.

– Siete voi che ci avete portato da mangiare?

– Sì, noi.

Ha le lacrime negli occhi.

– Carissima, grazie a te! Dio esiste!

Questa è già la terza mensa e dappertutto piangono tutti. Poi ci baciano le guance e piangono di nuovo. E grazie, grazie, grazie. Il cuore è alla rovescia. Sono stata sviscerata, sono stata sventrata e adesso dentro c’è solo un vuoto infinito.


Entrare a Pervomaisk non si può. La città è in un ferro di cavallo, circondata da tutte le parti dalle forze armate ucraine e dalla guardia nazionale. Per arrivare qui da Lugansk bisogna passare più di un posto do blocco. Ma è impossibile entrare in città se non sei residente. Il passaggio è chiuso. Il nostro carico umanitario era scortato da Rostislav, un bel miliziano altissimo.

– Rostislav, come ti fai chiamare?

– Non ho uno pseudonimo. Sono Rostislav, Rostik. Sono nato e ho vissuto qui. Non ho bisogno di aver paura. In rete e dappertutto scrivo il mio indirizzo, dico – vieni e parliamo.

Rostislav ci fa salire nella sua macchina. Guardo giù – c’è una granata con attorno il filo dell’iphone, come con il cordone ombelicale di un bambino.


– È vera?

Ride.

– Prendila. Tu guarda dietro.

La prendo in mano e le mani tremano. Dietro c’è un oggetto molto grande. Ovviamente più grande di un mitra. Vorrei proprio sapere che cos’è.

– Mamma mia, ma che cos’è?

Il mio amico che accompagna il carico umanitario, Ruben, risponde:

– Mukha (“Mosca” nome del RPG-18, un razzo anticarro sovietico – NdT).

– No, è un RPG-26. Andiamo, vi faccio vedere che hanno fatto con la nostra città.


Rostislav con calma fuma una sigaretta dopo l’altra. è più giovane di me, ma mi sento accanto a lui una bambina – uno sguardo preciso e chiaro.

Guardo dal finestrino e cerco di trovare almeno una casa che non è stata colpita. Dove non sono state rotte almeno le finestre. E non riesco a farlo.

– Tanto è stato già ricostruito. Vedi quel tetto? È stato messo qualche giorno fa. E qui – vedi? – hanno messo dei sacchi di plastica sulle finestre. Hanno fatto già tanto. Ma puoi vedere da sola che sta succedendo. ecco, vedi, un cratere – proprio qui una famiglia è uscita per preparare sul fuoco da mangiare… Vedi quella casa? – un uomo non ha fatto in tempo nemmeno a saltare giù nella cantina, la porta è rimasta aperta. Ed i resti sono dappertutto. Con il primo colpo.

Dopo qualche minuto la mano è già stanca di fare le foto ed aprire il finestrino. Non ho le forze per uscire. Rimane solo l’impotenza e la debilitazione. Una debilitazione svogliata e cupa. Quante volte ho visto nei giornali e in rete delle innumerevoli foto dopo i bombardamenti, ma niente aiuta a comprenderlo quando lo vedi con i propri occhi.

Non ci sono dei vaccini speciali che aiuterebbero ad osservarlo con calma.


– Ma lo fanno apposta?

– Ma no, mica apposta. Il bombardamento non è preciso.

– I correttori lavorano?

– Prima sì, ma adesso non più.


– Cercano di colpire la milizia, voi?

– Sai, li catturavamo. Tra loro ci sono dei ragazzi, persone in gamba. Quando hanno visto che non combattono l’esercito russo, ma colpiscono anziani e bambini, molti hanno cercato di scappare. Erano stati tutti zombizzati, convinti che liberavano la gente da Putin. Ma insomma, semplicemente bombardano la città a mazzo. Scuole, istituti, il palazzo dello sport – tutto senza discriminazione. Hanno crivellato la città…


Rostik fa un tiro di sigaretta, socchiude gli occhi.

– Entriamo nel portone.

Con passi lenti saliamo le scale.

– Mio Dio, che cos’è?

– I nostri figli tutti sanno distinguere dal suono che cosa spara – un obice, un grad, un mortaio. Questo viene dall’aria, da un aereo…


– Ma che razza di roba è? I bambini, i vecchi – perché loro?

– A tutti loro hanno lavato il cervello. Ma ci sono delle persone normali. Una volta hanno bombardato un campo. Quindi è rimasto qualcosa di umano. Non possono non adempiere ad un ordine, ma capiscono che ad ogni cluster va via una vita oppure qualcuno perde per sempre la propria casa.

– Magari è meglio lasciare la città in modo che la gente può vivere? Ciò vale la vita di centinaia di persone?

Rostislav mi guarda e questo sguardo mi penetra fino alle ossa:

– Uccideranno la metà qui oppure la metteranno in prigione. Non sai mica che siamo tutti “terroristi” qui. Non tradiremo la gente.

Nel centro di Pervomaisk di recente, dopo l’annuncio di tregua, la gente ha iniziato a portare dei proiettili conservati. Proprio al monumento di Lenin.

Accanto c’è una bandiera ucraina, calpestata nella neve e fango.


La gente costantemente viene e resta a lungo. Poi va via in silenzio. Verso il cimitero.

– Faremo un monumento con questi. Che si sappia

Ancora due settimane fa non usciva nessuno di casa.

– Venivamo a distribuire il pane, chiamavamo, e la gente gridava dai sotterranei – “Butta qua giù”. Avevano paura di uscire fuori. A volte, durante le pause, alcuni, che avevano ancora appartamenti intatti, correvano a casa per lavarsi e prendere delle cose necessarie. Molti erano colpiti così. E tutti stavano nelle cantine e nei rifugi.

Con un dito mostra dei proiettili.

– Questi sono di un grad, questi di un mortaio, questi invece sono proiettili dirompenti. Questi sono dall’aria…

Un mucchio di tubi mezzo arrugginiti. Come se avessero tagliato decine di grondaie, se non porre l’occhio. Ognuno di loro è una morte o una disgrazia.


Adesso c’è già gente per le strade. Ma in generale la città sembra morta. Sembra che sei arrivato a Pripiat dopo l’esplosione (la città ucraina 3 km dalla nucleare di Cernobyl, abbandonata dopo l’incidente del 1986 – NdT).

Rostik ci porta per cortili, ma non si vede ormai niente. Come se gli occhi fossero coperti con un velo. Non ci sono delle persone. Non ci sono delle case. Parchi con giochi storti. Morte.

Su tante case è scritto: “GENTE”.

– Rostik, che cos’è?

– La gente lo ha scritto, ma mica aiuta…

La gente ha scritto, per chi – per la gente?


Un grido dal fondo del cuore scritto con il sangue. Quasi su ogni casa.

Un grido scritto con lacrime e dolore. Siamo UOMINI. Non uccidete! UOMINI.

Questa scritta sarà con me per sempre. è stata incisa con l’acido, non è più rimovibile. Sta sempre davanti agli occhi.

– Andiamo nel rifugio. Ti faccio vedere dove vivono quelli che sono rimasti senza niente e dove si nascondono.


Scendiamo in un sotterraneo. Dappertutto ci sono appese delle coperte. In mezzo c’è una stufetta panciuta. Materassi, coperte, sacchi con vestiti, taniche dell’acqua. La gente inizia ad agitarsi. Hanno visto il miliziano e subito l’hanno circondato e riempito con tante domande. Si è unito a noi un amico di Rostik, Sania. Il suo nomignolo è “Velocità”. Sania, circondato dalle donne, cerca di difendersi.

– Ci sono tante persone che vivono qui?

Una donna mi guarda attraverso.

– Quando bombardano il rifugio è pieno. Adesso noi viviamo qui.

Vedo un ambiente a parte, separato a mezzo di panni. Li sposto per vedere una donna anziana che mi guarda spaventata. Appena vede che siamo venuti con del cibo, i suoi occhi diventano colmi di lacrime.


– Lei è da sola qui?
– I figli sono andati via e la casa è stata distrutta da due razzi. Vivo qui.

– Perché i figli non la portano via?

– Non lo so. Ma io non andrò da nessuna parte. La mia casa è qui, qui morirò.

E lacrime, lacrime, lacrime. E un dolore straziante.


Nei sotterranei di questo genere vivono in comune. Mangiano e fanno tutto insieme.

I miei occhi sono gonfi. Rostik mi guarda:

– Non sei abituata. Non fa niente. Andiamo avanti.

La conversazione è caotica, ci sono mille domande – che cosa, chi, perché. E negli occhi c’è solo quella anziana e la scritta “GENTE”.

– Prima la gente si comportava orribilmente – toglievano l’uno all’altro delle razioni, litigavano. Tutti cercavano di afferrare qualcosa per se stessi. Adesso tutto è cambiato. La guerra ha svegliato nelle persone il lato umano. Adesso portiamo il cibo e versano l’olio nei bicchieri, chiamano l’uno l’altro. Tutti condividono tutto.

Ma bisogna vivere per sei mesi sotto bombardamenti per diventare Uomo?


All’uscita dalla città, al posto di blocco c’è un ragazzo. Ha 18 anni, non di più. Gli diamo delle caramelle e sorride felicemente.

– Nella vostra città hanno messo l’albero di Natale?

– Si, l’hanno messo.

– Anche da noi. è Capodanno alla fine!

Eravamo poche persone che hanno portato a Pervomaisk l’aiuto umanitario da Mosca. L’abbiamo raccolto con l’aiuto degli amici, conoscenti, tramite internet. Siamo di posizioni politiche molto diverse,ma non c’era nessuno che non piangeva sulla strada del ritorno. Piangevamo, soffocandoci, girandoci, inghiottendo le lacrime dall’impotenza totale davanti a questo orrore.
4 gennaio 2015

L’aiuto umanitario per Pervomajsk

A lungo stavo a pensare – cosa posso scrivere nel rendiconto sui soldi raccolti e su tutto ciò che è diventato l’aiuto umanitario per Pervomajsk lo scorso fine settimana?Sinceramente, dopo che ho pubblicato il post – dai, facciamolo tutto da soli, – ero perplessa. Perché non immaginavo proprio che cosa bisognava fare. Che cosa portare? Come portare? Chi porterà? Insomma, cosa fare? E come? Solo il silenzio risuonava. Già ero disperata. Perché ho fatto questa decisione?

E poi mi ha scritto Sasha:

– Dunia, noleggio una macchina, andiamo e portiamo.

L’ha fatto così facilmente senza fare domande, senza spaventi. Non l’ho mai visto nella mia vita. Lo conosco solo virtualmente. E lui semplicemente mi ha fatto questa proposta.

– Facciamo?

– Si!

E non importava più quanto e che cosa avessimo raccolto. Anche se sarà solo quello che riusciremo a comprare noi due. Lo porteremo. Anche se aiuteremo solo tre persone, sarà una cosa giusta.

E poi è comparso Liosha – Dunia, uniamo le forze? Ho degli amici che ci aiuteranno. E poi hanno iniziato a scrivere anche i miei amici e tutto si è messo in movimento. Già due giorni prima della partenza mi bombardavano con dei messaggi le persone che non mi conoscevano affatto. Mi offrivano assistenza, davano i numeri di telefono necessari, mettevano in contatto con le persone, facevano i bonifici, potavano i soldi in persona.

Di notte venivano a portare delle borse piene di pasta e carne in scatola. Di giorno mi rintracciavano nella metropolitana con i pacchi pieni di pappe e traverse per neonati.

La mamma riceveva gli alimentari, il nostro appartamento è diventato un magazzino.


In meno di cinque giorni abbiamo raccolto circa 100 mila rubli.

Con questi fondi abbiamo comprato degli alimentari e prodotti igienici necessari. Una parte dei soldi è stata spesa per la benzina. Purtroppo, non riesco a trovare lo scontrino. Ma credetemi, Sasha ha speso in proprio molto di più per la benzina e il noleggio della macchina.


Ho ricevuto i soldi dalla Francia e dall’Italia. Da Mariupol e Rostov. Anche qualche bonifico da Kiev, fatto che apprezzo particolarmente.

– Dunia, abbiamo delle posizioni diverse, naturalmente, ma è una causa giusta. Bisogna aiutare le persone.

Sveta, la mia amica, andava con me all’Auchan, imballava fasce di garza e assorbenti. Si è alzata alle sei di mattina per aiutare a caricare tutto nella macchina.


Sasha stoicamente guidava la macchina da Mosca a Lugansk e indietro. Ovviamente, con l’accompagnamento delle mie chiacchiere infinite, però.

Sasha, Sasha. Dopo che abbiamo dato il passaggio a una bambina di 6 anni con la sua mamma che sono rimaste senza tetto, io piangevo nella macchina e lei cercava di consolarmi. E poi ha detto semplicemente:

– Se c’è bisogno, andiamo ancora.


E poi c’erano tutti quelli che portavano il cibo, telefonavano, scrivevano.

Ragazzi, grazie!

E poi la cosa più importante – Zhenya e Lena. Questi due di notte ci aspettavano insieme al comandante alla frontiera. Ci accompagnavano dappertutto – all’aeroporto, per i villaggi distrutti. Abbiamo scaricato tutto e partiti di nuovo per Mosca. A loro invece toccava la parte più difficile.

Un inchino a voi. Un inchino profondissimo.


Sono andati sulla linea del fronte. A Pervomajsk, dove già da sei mesi non arrivano aiuti.

Alla città dove sparano continuamente, persino durante la tregua. E prima della tregua qui c’era un bombardamento continuo di artiglieria pesante. La gente nemmeno usciva dai sotterranei. Il 70% degli edifici è stato ridotto in rovine.

Mi dispiace tantissimo che non ero con loro.


Subito è comparso il problema con la distribuzione del cibo. Perché a dare in maniera mirata, a molti non basterà. Quindi abbiamo deciso di distribuire il cibo tra mense sociali. Le mense sono gratuite.

Le ragazze nelle foto non sono delle bambine qualsiasi, sono cuoche e lavapiatti professionali. Lavorano insieme agli adulti.

Zhenya ha scritto di sera: “Immagina, quando abbiamo iniziato a scaricare gli alimentari, il primo era miglio. Le ragazze-cuoche hanno strillato di gioia: “Wow! Facciamo della zuppa!” E poi quando hanno visto l’olio… non parlo già del latte condensato e della carne in scatola, era uno stupore.”


“Gli occhi erano pieni di FELICITÀ. E sai, sono così LIETI che abbiamo portato la roba per la gente… E quando hanno saputo che tutto è stato raccolto non da un’organizzazione, ma dalle persone, c’era un regno di lacrime.”

Lo capite?

Con le lacrime negli occhi (video da 1.01 minuti)

Non piangere!

https://m.youtube.com/watch?v=p6kYQMObt_c

Siccome a parte del cibo avevamo anche tanta roba per bambini, i ragazzi distribuivano i regali in maniera mirata.

Sinceramente, la trovo molto imbarazzante quella cartella “Grazie Dunia”.

Ma Zhenya e Lena hanno deciso che così sarà più chiaro che l’aiuto è arrivato al destinatario.

Nella foto sono i bambini che vivono nella cantina (l’ultima foto del post). Il numero totale di abitanti in quel luogo ammonta a 30 persone.

Tutti i prodotti per i neonati li abbiamo distribuiti tra le mamme.


Molte persone a Pervomajsk vivono così – nelle cantine, in gruppi.


In realtà, Zhenya ha fatto tantissime foto.

La cosa più importante che vorrei dire è che la gente continua a scrivere offrendo l’aiuto.

E noi andiamo di nuovo questo fine settimana! Abbiamo raccolto un altro furgone di alimentari, prodotti e vestiti per bambini.

Probabilmente ci saranno ancora!


25 dicembre 2014