Lyudmila Nikolaevna

Lyudmila Nikolaeva vive di chemio in chemio. Sua figlia Olya lavora nel Centro sociale di Lugansk e aiuta i bisognosi. In particolare, ha seguito Kolya Sipunov, il quale è stato portato per le cure a Mosca, grazie alla dottoressa Liza Glinka.

Ne abbiamo scritto fine giugno (leggere qui). Alla signora è stato diagnosticato il cancro nella primavera del 2016. Suo marito, colpito dalla notizia, è venuto a mancare la stessa primavera.

Lyudmila Nikolaevna aveva bisogno di medicine che nella Repubblica popolare di Lugansk non si trovano per niente.

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Sole di Lugansk

Un altro rendiconto a proposito della nostra Vika.

Le cose non vanno male, ma in questo periodo fa troppo caldo e questo fa soffrire tutti. Vika cerca di fare il meglio – aiuta con le faccende di casa, non sta mai ferma. Raccoglie le albicocche che crescono vicino alla casa. Ha iniziato ad orientarsi bene dentro casa, nonostante la cecità. Senza bastone, sa dove si trova tutto. Me la ricordo camminare come un gattino cieco – lentamente, con tanta attenzione, palpando nervosamente lo spazio con le mani. Aveva paura di tutto, si sbatteva dappertutto.

Ha iniziato a confondere il giorno con la notte. Di notte può svegliare la madre dicendo: “Mamma, ho fatto delle paste! Le avrei mangiate tutte, ma il c*lo cresce e lo zucchero. Mamma, vai a mangiare anche tu!”

Non se ne accorge più quando ha il calo di zuccheri. È un brutto segno.

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Sveta (la madre di Vika) le ha letto il mio post precedente che parla di lei “Non ti vergognare!”. Zhenya dice che la ragazza ha pianto. “Se potreste sapere, quanto voglio uscire fuori… Andare in discoteca, uscire con un ragazzo, di sera, vorrei frequentare l’istituto, andare in un bar… Come posso non vergognarmi? La mia malattia è per i ricchi…”

Per chi capita nel mio blog per la prima volta – potete leggere tutta la storia di Vika qui (link sarà attivo prossimamente).

In sintesi – aiutiamo Vika già da più di due anni.

L’abbiamo incontrata a maggio 2015, quando stava per morire. Dopo la morte del fratello ha smesso di mangiare. Soffre di diabete, ed è finito male. Ha quasi perso la vista, ha perso i due denti davanti, ha iniziato ad avere dei problemi con molti organi. Abbiamo iniziato ad aiutarla quindi in modo costante e regolare. L’abbiamo portata a Mosca, grazie a Irina Bednova, per far guarire gli occhi, ma a Mosca le è stata diagnosticata di tubercolosi. È rimasta a Mosca e per sei mesi, ha fatto la terapia nel dispensario antitubercolare. La terapia non aiutava ed è stata operata, le hanno rimosso una parte del polmone. Tutto questo è successo l’estate scorsa. Un anno fa.

I medici si sono arresi, dicono che non c’è più speranza di farle tornare la vista. Purtroppo, succede spesso con i diabetici.

A chi ha voglia di fare l’intellettuale a proposito di diabete, dico: prima della guerra nel Donbass, Vika ha vissuto con il diabete per 6 anni e non ha mai avuto dei problemi.

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Adesso Vika vive insieme con la madre a Lugansk, vivono da sole. Il padre si è dimenticato dei figli quando erano ancora piccoli. Il fratello è morto. La madre di Sveta, cioè la nonna di Vika, è stata allettata per tanto tempo e Sveta si prendeva cura di lei. È morta quando abbiamo portato Vika a Mosca per la terapia.

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Raccogliamo sempre i fondi per Vika. Vive solo grazie al nostro aiuto. L’unico reddito che hanno è la pensione di Vika. Sua madre non riesce a trovare lavoro – ed è anche difficile, considerando che Vika (anche se finge che tutto va bene) è stata in coma diverse volte e ancora non ha imparato a vivere con la cecità. Sveta ha paura di lasciarla da sola. Fatica nell’orto, senza questo nel Donbass non si può sopravvivere…

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Anche se andasse tutto liscio e ci fosse lavoro, la loro famiglia non sarà mai in grado di sostenere le spese per tutti i farmaci antitubercolari, le strisce per glicemia, le gocce per gli occhi che le servono per stabilizzare la pressione oculare. Alcune volte è stata a rischio di rimozione dell’occhio, per quanto erano forti i dolori. È stata ricoverata diverse volte.
Insomma, Vika come prima ha bisogno del nostro aiuto.

L’ultima volta non abbiamo speso molto per le medicine perché Vika faceva una pausa nella terapia con il farmaco antitubercolare “Zyvox”, è il suo farmaco principale e costa 36 mila rubli al mese (oltre 560 euro).

Se volete inviare dei soldi personalmente per Vika, come una nota scrivete “Vika”.
Vorrei ringraziare tutti quelli che aiutano Vika! Denis Ballam, Adriano, Karl Naumann – un membro del gruppo tedesco su Facebook “Humanbataillon Donbass” e tutti gli altri.
Vika è sempre felice come una bambina quando riceve i vostri regali, quando la sua mamma le legge i vostri commenti.

Insomma, grazie a tutti e per tutto! Da parte di Vika e Sveta e di tutta la nostra squadra!
Vika, spero che quando la mamma ti legge il titolo di questo post ti farà sorridere a lungo. Perché è proprio vero!

Forza, nostro sole di Lugansk!

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Un ringraziamento speciale va a Sasha che aiuta con la logistica, con l’acquisto e la spedizione delle medicine per Vika. È un lavoro enorme!

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Se volete contribuire all’aiuto per Vika e per altri abitanti del Donbass, mi potete contattare direttamente tramite il mio blog, la pagina Facebook o per l’email: littlehirosima@gmail.com (si può scrivere in inglese). Inviando i soldi per Vika come nota scrivete “Vika”.
Le informazioni dettagliate sugli aiuti umanitari in generale potete leggerle qui.

Non ti vergognare!

Mi piace questa foto, mi piace questo vestito e mi piace questo sorriso.

Vika non vede, quindi non sa dove guardare quando le fanno le foto. Anche se si mette in posa, è facile “catturarla”.

Quando ascolta, lei inchina un po’ la testa e corruga le sopracciglia, un po’ socchiudendo un occhio. E sempre ride fragorosamente. Fino ad ora non si è abituata alla sua condizione e crede che un giorno vedrà di nuovo.

Una volta per scherzo l’ho chiamata “campanellino”. Ed è proprio così. È come un fiore, bello e delicato. E ride sempre con il suo riso argentino.

Recentemente Zhenya le ha passato le medicine essenziali che le abbiamo raccolte.

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Per chi capita nel mio blog per la prima volta – potete leggere tutta la storia di Vika qui (link sarà attivo prossimamente).

Vika è una ragazza che soffre di diabete e adesso ha perso la vista. È solo la punta dell’iceberg di tutta la sua storia, la quale è impossibile raccontare in un post.

Lugansk, estate 2014. Morte del fratello, coma, mancanza dell’insulina, mancanza dei soldi e degli assegni… Vika ha smesso di mangiare e stava morendo. La salute stava deteriorando a passi da gigante, prima di tutto – la vista. E prima della guerra ha vissuto quasi tutta la sua vita con il diabete e non ha mai avuto alcun problema.

Poi abbiamo trovato la possibilità di portarla a Mosca. Pesavamo di curare gli occhi, ma, in aggiunta a tutti i suoi problemi le è stata diagnosticata la tubercolosi. Per fortuna, siamo riusciti a ricoverarla nel dispensario anti-tubercolare in Russia, dove ha passato 6 mesi, ma invano. Alla fine, è stata operata – le hanno tolto un segmento del polmone.

Di nuovo a casa. Poco meno di un anno dal ritorno continua a prendere le medicine che noi compriamo per lei con il vostro aiuto. Oltre ai farmaci anti-tubercolari, acquistiamo regolarmente delle medicine per gli occhi e strisce per glicemia. Senza la nostra assistenza la ragazza non sarebbe sopravvissuta. È strano a scriverlo, perché scrivo spesso di Vika, ogni mese. E ogni mese ripeto le stesse cose.

La famiglia di Vika è piccola – solo lei e sua madre. Il fratello è morto durante la guerra… Anche lui soffriva di diabete. Una storia agghiacciante.

La nonna di Vika è morta quando lei è partita per Mosca, insieme alla madre, per la terapia, nel 2016… La signora era già allettata da tempo e si vede che il distacco dalla famiglia per lei è stato un colpo troppo duro, non ce l’ha fatta. Il padre, dopo il divorzio, non si è più interessato dei figli.

Sveta, la madre di Vika, dopo l’ultimo coma della figlia ha paura di lasciarla da sola. Si arrangiano in qualche modo – casa, orto… Ma le medicine che servono a Vika costano da 40 a 50 mila rubli (oltre 600-700 euro – NdT) Per Lugansk queste somme sono stratosferiche – lo stipendio medio è di 4 mila rubli (circa 60 euro- NdT). E questa somma serve ogni mese… Inoltre, i farmaci più importanti e i più costosi che sono stati prescritti in Russia a Lugansk non ci sono. È impossibile comprarli, nessuna farmacia li può fornire.

Grazie al vostro aiuto riusciamo a raccogliere i soldi, comprare e spedire a Lugansk tutto il necessario per Vika.

Grazie!

Vorrei dire, che Vika ha sempre bisogno di aiuto, perché il corso della terapia ancora non è finito. Quando spedite i soldi per lei, nella nota scrivete “Vika”.

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Il morale è su, ma la loro situazione è dura. Lo capisco dalla corrispondenza con Sveta. Sono sempre insieme, e Vika è una giovane ragazza. Non escono, se non per una passeggiata in due…

Vogliamo organizzare per Vika qualcosa di interessante, portarla fuori. Ma si vergogna. Non vuole che le persone attorno sappiano che non vede. Si vergogna della sua condizione.

Vika e Sveta vivono con gli assegni sociali, adesso Sveta ha compiuto 45 anni e deve rinnovare il passaporto. Significa che bisogna fare il passaporto della Repubblica Popolare di Lugansk – non è più possibile rinnovare il passaporto ucraino. Zhenya ha scritto: “senza passaporto non può raccogliere la sua pensione dalla banca. Ci vogliono 3 mesi per fare il passaporto. La fila all’ufficio passaporti è enorme: la gente arriva alle 4-5 di mattina. Chi è arrivato e ha preso il posto nella fila entro le 6-7 riesce a fare la domanda per il passaporto lo stesso giorno.”

Come prima, Vika ha bisogno delle medicine e del nostro aiuto. Ha bisogno di questo chance di mettersi in piedi.

La ricordo com’era due anni fa: stava morendo, spegnendosi, non voleva vivere. Non avrei mai creduto all’epoca che era un “campanellino”. Adesso è un’altra persona.

Vorrei che potesse finalmente vivere una vita normale. Una vita il più normale possibile, considerando la situazione di guerra nella RPL e le sue diagnosi.

La guerra ha rovinato tante vite. Anche quella di Vika.

Tutto questo non sarebbe mai successo se non ci fosse stata la guerra.

Мi duole che lei si vergogna della sua cecità. Non è lei che dovrebbe vergognarsi.

Che siano maledetti tutti responsabili di questo inferno.

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Abbiamo portato un po’ di alimentari.

Vorrei ringraziare di nuovo tutti quelli che mandano i soldi per Vika, chi si ricorda di lei.

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Medicine per Vika portate da Mosca.

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Se volete contribuire all’aiuto per Vika e per gli altri abitanti del Donbass, mi potete contattare direttamente tramite il mio blog, la pagina Facebook o per l’email: littlehirosima@gmail.com (si può scrivere in inglese). Inviando i soldi per Vika come nota scrivete “Vika”.

Le informazioni dettagliate sugli aiuti umanitari in generale si può leggere qui.

Aiutate Olya!

Urgente! Serve aiuto! Vi prego di rispondere!

Olya è impiegata del Centro sociale di Lugansk che segue più di 20 famiglie bisognose. Grazie a lei, tra l’altro, abbiamo potuto portare a Mosca Kolya Sipunov per un intervento.

Adesso anche a lei stessa è capitata una disgrazia. E non sapevamo per niente dei suoi problemi.

La scorsa primavera a sua madre è stato diagnosticato il cancro. Suo padre, colpito dalla notizia, si è ammalato per colpa dello stress ed è morto nell’arco di una settimana. Lyudmila Nikolaevna, madre di Olya, vive di chemio in chemio. Ne ha già fatte tre. Le dovevano fare un’altra ancora due mesi fa, ma non l’hanno fatta – manca il farmaco necessario. Zhenya ha provato a cercarlo in tutte le farmacie di Lugansk, ma senza fortuna.

Ha bisogno di temozolomide (2000mg) oppure di dacarbazina (2000) – per un ciclo di 5 (cinque) giorni. Se non fa la chemio adesso, la prossima possibilità è solo il 29.07.2017 ed è troppo tardi. Come si sa, per i malati oncologici il tempo è vita. Il dispensario oncologico di Lugansk è strapieno – nelle camere non ci sono dei posti letto per accogliere tutti e molti stanno nei corridoi.

L’aiuto serve urgentemente!

Chiedo di rispondere a tutti i non indifferenti.

Olya aiuta gli altri e come spesso succede non può e non sa chiedere aiuto per se stessa.
Il problema sta anche nel fatto che la temozolomide non si vende senza ricetta e costa parecchio.

Medici, farmacisti – magari ci potrete aiutare?

Prometto di pubblicare tutti gli scontrini e il rendiconto completo, come sempre.

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C’era un aeroporto

Non c’è più l’aeroporto.

Sono rimaste delle rovine. Assomigliano alle rovine antiche…

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Quando eravamo qui d’inverno, c’erano ancora tanti carri armati e veicoli blindati bruciati. Adesso non ci sono più – tutti loro, come anche le tonnellate dei resti dei missili sono stati rottamati.

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Camminare qui è spaventoso.

Sembra che da qualche parte sia rimasto ancora un missile che può esplodere.

Oppure l’asfalto può crollare sotto i tuoi piedi.

Resti di missili dappertutto. Dei Grad, delle mine, degli obici.

Con orrore noto che già inizio a capire la differenza…

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E attorno, gli uccelli cantano i loro meravigliosi cinguettii.

Le cicale saltano e cantano.

Il mondo si è impazzito.

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La gioia di aiutare

-Dunja, ti abbiamo portato una pacchetto per Olia, c’è una lettera dentro.A casa nostra tutto è sottosopra: sacchi dei vestiti, montagne di pannolini fino al soffitto, scatole di latte artificiale, omogeneizzati. Sedie a rotelle, passeggini.

In fretta ho messo da parte il pacchetto, senza capire per bene a chi è destinata. E più tardi l’ho aperto e ho letto la lettera.

Olia è una bambina che vive in un rifugio di Pervomajsk. Ha 9 anni e scrive delle poesie sulla guerra e sulla sua vita nella città assediata. Ci ha regalato il quaderno dove scriveva e ci ha permesso a pubblicare i suoi lavori.


La scatola è piena di dolci – caramelle, cacao, cioccolato. C’è anche un quaderno e una penna – l’attrezzatura del poeta. Più la lettera.

Darja che ha portato il pacco lavora nel museo Lev Tolstoj. È stato il museo a raccogliere i regali per la bambina.

– È tutto quello che siamo riusciti a raccogliere. Abbiamo saputo troppo tardi e voi già state per partire…

Darja ha scritto a Olia come a un vero poeta. Capite? È stato un messaggio a uno scrittore, a una collega.

La leggevo e il mio sorriso diventava sempre più largo.

Alla lettera ha allegato i racconti del suo figlio di dieci anni, Ivan.

– Magari Olia gli scriverà una lettera? Lui scrive e ha già delle pubblicazioni. Magari potranno scambiare delle lettere.


Al rifugio dove vive Olia noi andavamo sotto la pioggia, ma lei non c’era e siamo andati per le vie a cercarla. Finalmente l’abbiamo vista – una bambina piccola e bella, sorridente, con una grossa borsa sportiva.

– Olia, questo è per te, una regalo da Mosca, dal museo Lev Tolstoj. Tu sai chi era Tolstoj?

Abbassa gli occhi, intimidita.

– Non lo so.

– Era una grande scrittore russo. Uno dei più grandi. Questo pacco è arrivato da Mosca specialmente per te. Lì hanno letto le tue poesie. E ti hanno scritto una lettera.

Olia era perplessa, ma il sorriso non le andava via.

Le abbiamo raccontato del museo, di Darja e del suo figlio Ivan. Stavamo sotto la pioggia e ridevamo. Lei stringeva il suo pacco come un pregio sacro.

Le storie come questa, alle quali ho contribuito, mi rendono molto felice. Sapete che gioia è aiutare gli altri?

Ovviamente a tutti i bambini del rifugio abbiamo portato dei regali – giochi e dolci.

La bambina a sinistra, nella foto sotto, si chiama Cristina. Recentemente le è stata diagnosticata una forma difficile di diabete e lei vive a Lugansk. Negli ultimi 7 mesi i suoi genitori hanno ricevuto come stipendio solo 1000 hrivne (meno di 40 euro – NdT). Lei riceve l’insulina, ma nel resto del Donbass ci sono tanti problemi. Ha bisogno delle strisce reattive per misurare la glicemia.

Dopo che ho pubblicato un post su Cristina, ho ricevuto tantissimi aiuti – una scatola piena di glucometri e penne per il trattamento del diabete, una scatola di aghi, un pacco di strisce reattive di diversi marchi, l’insulina. Abbiamo dato alla bambina tutto ciò di cui aveva bisogno.

Anche quello che è rimasto lo daremo a chi ne ha bisogno. Ci siamo messi in contatto con l’associazione dei diabetici a Lugansk e abbiamo richiesto una lista delle persone più bisognose. Non abbiamo intenzione di dare le medicine a tutti, ma le vogliamo distribuire tra quelli che hanno la situazione più grave. Grazie a tutti coloro che hanno contribuito alla raccolta. Avete aiutato tante persone. Non smetto di ripetere – quanta felicità aiutare gli altri!


10-11 aprile 2015

Pripjat del Donbass

(Pripjat è la città fantasma a 3 km dalla nucleare di Cernobyl, abbandonata dopo l’incidente del 1986- NdT)

Guardate in questi occhi.

Siete annoiati?

Guardate queste case.

Siete stufati?

Guardate questo dolore.

Non c’è niente di nuovo?

Avete bisogno dei corpi riversati, missili, morti? Bambini che piangono disperati accanto ai cadaveri nudi?

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Di che avete bisogno per non annoiarvi?

Cinque viaggi nel Donbass,

Tonnellate di dolore e di lacrime. Anziani, bambini, sotterranei, rifugi…

Le poesie dei bambini che parlano di guerra.

Che noia.

Molte persone già solo sfogliano i miei post.

– Dunja, non ce la faccio a leggere. Piango. Non voglio. Sono stufato.

 

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Questo è Khryashchevatoe.

Le foto non possono rendere ciò in cui si è trasformato questo paese.

È bruciato, distrutto quasi completamente, è diventato selvaggio e vuoto.

Ti sembra di ritrovarti in un futuro post-apocalittico e irreale.

È incredibile.

È il XXI secolo.

Non è Africa, non è Medio Oriente.

Guardate il video. Guardate attentamente. Così sono quasi tutte le strade. È noioso. Non c’è niente di nuovo.

(https://www.youtube.com/watch?v=FaqSyDExJf8&feature=player_embedded)

Non ci sono bombardamenti dall’estate.

Ma la gente continua a vivere qui. Tra loro ci sono molte persone anziane ed inferme.

Le persone che non hanno un posto dove andare, che non ricevono nessun aiuto.

Alcuni hanno bisogno dei pannoloni, ad altri servono delle medicine.

Metà del paese vive senza luce dall’estate. Molti scaldano le case con la legna. Le famiglie si radunano in una stanza, per risparmiare le candele.

– Galina Vassil’evna, prenda i soldi.

– Non, non sono una pezzente. Non serve.

Si muove piano, appena muovendo le gambe deboli.

E asciuga le lacrime.

 

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Anche noi asciughiamo le lacrime.

Dove sono i suoi figli?

Dove sono i suoi nipoti?

A Khryashchevatoe ci sono 24 famiglie bisognose che non hanno praticamente nulla.

L’aiuto qui arriva molto raramente, perché ci sono tanti posti che ne hanno più bisogno.

E qui ci sono delle persone che muoiono di fame.

Anziani, disabili…

Hanno bisogno di cibo. Semplicemente di roba da mangiare…

Mio Dio, ma sapete che significa per loro una scatola di carne conservata e un pacchetto di pasta?

Che noia?

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17 marzo 2015

Tregua sanguinosa

Nella piazza centrale di Pervomajsk il numero dei missili raccolti è raddoppiato dal nostro viaggio precedente. (gli abitanti portano i proiettili e missili che trovano al monumento di Lenin nella piazza centrale come un ricordo di quello che ha subito la città- NdT)

È solo una piccola parte di tutti i missili che hanno colpito la città.

Sasha, un ragazzo dal comando di presidio, commenta passando:

– Molti sono arrivati stanotte…

– Ma la tregua non è iniziata a mezzanotte?

– Proprio 5 minuti prima (di mezzanotte) hanno “arato” metà del centro della città con i Grad… Probabilmente stavano festeggiando la tregua. Bombardavano fino alle tre di notte dalla gioia.

Nella lontananza si sente il rumore dei colpi.


– Il calderone (Debaltsevo, NdT) sta bollendo. Bombardano principalmente lì.

Ci sono rumori diversi, da forti e sibilanti a bassissimi come se dei giganti facessero cadere per terra un sacco di farina.

In città quasi non c’è gente. C’è un vuoto che risuona. Si sentono solo esplosioni, esplosioni, esplosioni.

Ogni 5 minuti si sentono i tuoni da qualche parte. La città sembra morta e riprende solo durante la distribuzione del cibo. La gente si raduna e poi si sfolla di nuovo.

La città vive in questo stato ormai da più di sei mesi. Sotto un bombardamento continuo.

La casa vicino alla piazza centrale è stata bombardata qualche giorno fa.


Portiamo gli aiuti umanitari per i rifugi.

Di giorno la gente va a casa e di notte dorme nei sotterranei. E chi è rimasto senza tetto vive lì. Alcune persone non escono dai rifugi da mesi. Perché hanno paura. Hanno paura persino di andare a fare la spesa. Molti sono stati colpiti così dai missili o dalle schegge, quando sono saliti fuori per pochi minuti. Alcuni sono ormai stanchi e dormono a casa propria: “Se sono destinato a morire, morirò. È Dio che lo vuole.”

Avviciniamo il rifugio di una fabbrica. A pochi metri dall’ingresso c’è un buco lasciato da un Grad.

– È arrivato stanotte. Il missile è stato già estratto.

Tatjana Leonidovna, la responsabile del rifugio, ci indica la strada e ci accompagna per i corridoi lunghi del rifugio. Ci sono tantissime camere, vicoli, corridoi. Come se fossimo nella tana di un hobbit, solo che invece delle stanzette accoglienti ci incontrano degli spazi umidi, molti sono senza luce.

Qui ci sono circa 150 persone, 18 di loro sono bambini.

– Posso fare delle foto?

Le persone acconsentono, con dei gesti indifferenti.

La maggior parte di loro sono anziani.

Ci vengono spesso a trovare dei giornalisti, l’OSCE, gli stranieri. Fanno una escursione… E che senso fa? Vengono, fanno delle foto e spariscono. Voi invece avete portato degli aiuti.

Tatjana Leonidovna si mette a piangere e mi abbraccia. Con dolcezza, come una mamma.

– Grazie, cari miei, grazie che vi ricordate di noi. Grazie.


– Grazie a voi…

– Sono un medico, terapeuta. Il mio appartamento si affacciava su via Popasnaja. Sulla linea del fuoco. Adesso è appeso nell’aria… La mia casa…


Andiamo avanti, nel rifugio successivo. È più piccolo, la luce qui non c’è per niente. Qui vivono circa 35 persone.

Proseguiamo con le torce nel buio. L’umidità è fortissima. Andiamo verso una luce debole.

– Posso fotografarvi?

Un gruppo di donne anziane sogghignano.

– I nostri saluti a tutti.

– A chi?

– Ma a tutti quanti. A Ljashko e tutta quella banda di feccia nella Rada. Che sappiano che siamo tanti. Non riusciranno a uccidere tutti.

Il gruppo si è radunato attorno l’unica candela nella camera. Risparmiano il più possibile.

– Vi abbiamo portato aiuti. Da Mosca.

– Non avete paura di venire da noi?

– Eccome no.

– Bravi, grazie. Molti hanno paura.

Spazi enormi, soffitti altissimi, umidità. E gente persa in queste catacombe.


Il rifugio successivo è pieno di bambini. Sono tanti e corrono senza sosta.

Zheka sussurra:

– Vivono qui già da sei mesi. Sono rimasti senza un tetto. Adesso la loro casa è questo posto…

E noi, come deficienti, abbiamo scordato le caramelle. Femmine e maschi, tutti bellissimi. Il cuore si spezza…

Ovviamente, come sempre, ci sono tante lacrime. Sempre il dolore, sempre la gratitudine.

– Di recente sono venuti da Novgorod, Grazie che non ci dimenticate, che ci ricordate…

Hanno raccontato che un signore di Tjumen con la propria macchina ha raccolto insieme con i suoi amici del cibo e l’ha portato fino al Donbass. (Tjumen è una città in Siberia, più di 1700 km da Mosca – NdT)

Sento una vergogna indescrivibile. Che sto a posto, che tutti mi ringraziano, accarezzano i miei capelli, baciano, abbracciano. Come se fossi un parente vicino… Non è solo vergogna, ma anche un dolore straziante e un forte senso di colpa.

Abbiamo portato 2,5 tonnellate di alimentari a Pervomajsk e quando abbiamo diviso tra mense e rifugi ci siamo resi conto che diamo molto poco. Pochissimo.

Da loro vengono dei giornalisti. Filmano, esprimono il loro dispiacere con degli “Ah!” e “Oh!”, come con degli aborigeni. Fanno le foto e poi se ne vanno. E loro rimangono così.

In ogni sotterraneo la prima reazione al nostro arrivo era :”Ecco, di nuovo sono venuti a filmare”, ma quando vedono gli aiuti piangono…

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– La tregua. Tutta la notte facevano la tregua. Oddio, ma quando finirà? Quando? Ma siamo uomini. Non lo sanno?

Ancora più spesso si può sentire la rabbia e condanne:

– Dannata tregua. Non ci crediamo. Loro allungano la presa in giro. L’abbiamo già visto, sappiamo come funziona.

Sempre chiedo perché non vanno via. Ormai non so nemmeno perché lo chiedo. Le risposte sono sempre le stesse. ma chiedo, perché al mio ritorno a casa me lo chiedono tutti: perché non se ne vanno? Come se fosse una conoscenza sacrale.

Chi ha potuto e ha voluto è andato via. Sono rimasti degli anziani, bambini, i disabili, le persone che non hanno un posto dove andare. Qualcuno se n’è andato, ma è tornato indietro perché non ha un posto per vivere e soldi. Sono rimasti gli orfanotrofi e convitti con dei bambini disabili. Chi ha bisogno di loro? Molti sono rimasti con i loro genitori anziani che non possono andare da nessuna parte e i figli non si possono permettere lasciarli da soli. Molti hanno lasciato i loro genitori e sono andati via. E quelli invece… Aspettano i figli e non capiscono… E poi sono rimasti quelli che non vogliono andare perché questa è la loro terra.

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Passiamo per le vie della città e pure io vedo quante nuove rovine ci sono. Qualcosa è stato riparato, sistemato. I servizi funzionano molto efficacemente.

– Andiamo, ti faccio vedere un missile accanto a una chiesa. È arrivato prima dell’alba.

Sasha ci porta nei pressi della chiesa e vediamo lì un buco nell’asfalto.

– I genieri hanno reagito velocemente. Poco fa il missile era ancora dentro.

Alla fermata ci sono un po’ di persone.

Chiedo a Sasha:

– Stanno aspettando l’autobus?

– No, il pane. La gente non esce quasi mai senza averne bisogno. Hanno paura.

– E tu non hai paura?

– Anch’io ho paura. Ma che fare? Sono abituato.

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Torniamo nella piazza centrale.

Quando siamo arrivati a Pervomajsk c’era una nebbia fitta. Gli alberi paralizzati dalla neve, il vento penetrava nelle ossa.

In piazza c’erano delle persone che erano venute a prendere il pane.

La gente si raggrinzava e camminava nervosamente su e giù per la piazza. Qualcuno fumava. Qualcuno stava silenzioso accanto al monumento e osservava, abbassando la testa, i pezzi distorti di ferro che hanno portato via la vita di così tante persone, che hanno rovinato la vita di tutta questa gente. Qualcuno piangeva.

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Dopo aver attraversato tutta la città di Pervomajsk, siamo tornati in centro. Ed è uscito il sole.

Stavamo in una piazza grandissima. Le luci ci scaldavano ed era strano e inconsueto che con un tempo così bello le vie erano quasi vuote. Il gelo e il sole portano sempre fuori le neomamme con i bimbi nei passeggini, le signore anziane e le giovani coppie.

La brina sugli alberi ha iniziato a sciogliersi. Stava diventando più caldo.

Il rumore dei bombardamento sull’orizzonte si sentiva più spesso, ma non sentivamo e non facevamo caso ai colpi che arrivavano. Come la gente locale, siamo entrati nello stato in cui sembra che qui non può arrivare mai. Può colpire da qualsiasi altra parte, ma non qui.

E poi abbiamo visto un ragazzino che girava vicino al monumento.

Ha passato sei mesi nei rifugi insieme con la sua famiglia.

Nella macchina abbiamo trovato un peluche. Non ho visto così tanta felicità negli occhi da tanto tempo.

Questo sguardo è ancora con me.

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18 febbraio 2015

 

Quarto viaggio nel Donbass: alla guerra

– I Grad sparano.

Andiamo a tutta velocità verso Lugansk. È notte. Io sono nella macchina di Rostislav, un combattente del comando di presidio di Pervomajsk, il quale ci ha incontrato alla frontiera per accompagnarci. Non si può viaggiare senza lasciapassare. Di notte è imposto il coprifuoco.

I ragazzi nella macchina sovraccarica di aiuti umanitarii ci seguono.

Rostislav preme il pedale al massimo. Il viso non dimostra nessuna reazione. C’è solo serenità, e una grande stanchezza. Accanto a lui c’è la sua fidanzata, le sta per iniziare un attacco di nervi. I ragazzi rimangono indietro.

Osservo un campo dal finestrino. E vedo delle scariche di fuoco. Una, due, tre, quattro… Come contare? La velocità è incredibile. Come in TV, solo che io non sto di fronte allo schermo, ma sono qui, nel campo, con i Grad e la mia vita minuscola che è diventata la cosa più importante del mondo.

Una convulsione mi scuote tutto il corpo e il viso viene paralizzato.

– Lo fanno in attesa della tregua, non ti preoccupare, non sparano qui, ma in un’altra direzione. Lontano. Sembra.

Il cielo è profondo, nero e limpido. E lontano nel campo ci sono delle vampate sanguinose.

Lontano. Sembra.

Le stelle si vedono benissimo, come al sud, in Crimea d’estate. Sono profonde e bellissime.

Mi si stringe il cuore…

I ragazzi sono rimasti dietro. Ci fermiamo per aspettarli. Sono saltata dalla macchina come un proiettile. Solo adesso capisco perché qui si guida senza cinture di sicurezza. Sono saltata fuori, il cuore mi batte fortemente, le vene pulsano, sento ogni loro movimento.

La tregua è solo dopodomani. Ancora mi sembra che significhi qualcosa. Ancora ho l’illusione che possano abbassare le armi.

La paura è selvaggia e istintiva. È già la quarta volta che sono qui. Ho sentito degli spari in lontananza centinaia di volte. Di notte martellavano in continuazione. Ma erano lontani, non arrivavano a Lugansk.

Invece adesso l’ho visto. È insopportabile.

Fuori fa gelo, sono scesa dalla macchina senza abbottonarmi, senza capire cosa sta succedendo. È un panico stupido. Il freddo mi penetra tutto il corpo, ma non lo sento. Il vento mi sbatte in faccia. Il fatto che sparavano in un’atra direzione non lo comprendo. Nel cervello c’è solo il pensiero che adesso ci saranno dei missili e bisogna fare in tempo a ripararsi in un fosso. La comprensione adeguata arriva solo più tardi.

Per adesso mi sembra che sono un bersaglio nudo e vivo.

Nel cielo si vede la via lattea. Il gelo ha fatto diventare l’aria pura e trasparente. Le stelle mi guardano con una fredda eternità. Dio mio, quanto sono belle. Dio mio, che cos’è? Dio mio, come vivere con tutto ciò?

– Rostik, portiamo gli aiuti a Pervomajsk. Mi sa che dopodomani inizia la tregua, lo porteremo per i rifugi…

– La tregua… Penso che sicuramente sarà più tranquillo… Andremo per una strada sicura.

I ragazzi ci raggiungono. Non hanno visto il Grad. Ma io sì.

Lontano. Sembra…

Avanti ci aspetta Pervomajsk… città bombardata e bombardata senza sosta per sei mesi. Dove una settimana fa ci sono stati cinque colpi precisi, diretti contro l’ospedale. Ma l’ospedale ancora resiste e continuerà a ricevere tutti i malati e feriti. Lì lavorano degli eroi che non sono andati via e continuano a fare il loro dovere. A Prevomajsk, dove alcune persone non sono uscite dai rifugi sotterranei da mesi. Dove i missili continuavano a colpire tutta la notte della tregua. Martellavano e martellavano, martellavano e martellavano. A Donbass dicono proprio così.

Col tempo uno smette di notare il costante rumore dei missili in arrivo. Diventa una specie di norma. Persino durante il nostro soggiorno di tre giorni ci siamo stancati di reagire e notare. Bum, bum, bum…

Lontano. Sembra.

Un paio di giorni fa un missile ha colpito un edificio nel centro di Pervomajsk.

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17 febbraio 2015

Terzo viaggio

Il terzo viaggio è stato probabilmente il più difficile.

La situazione è cambiata drasticamente dal nostra ultima visita.

È iniziata la guerra, ecco.


Questa volta avevamo più tempo per raccogliere il carico, ci hanno portato tanta roba. Grazie a tutti coloro che ci hanno risposto, a chi ha trovato il tempo di venire! Tutto è in ottimo stato, tante cose sono quasi nuove! Lena, grazie per le confezioni con un gioco e caramelle. Nicol, grazie per i tuoi ciocolatini. I bambini erano felici. Anche noi lo eravamo insieme a loro.


Abbiamo quasi pienamente abbandonato l’idea di raccogliere il cibo – è molto difficile capire poi quanto portiamo di peso e di volume. È anche difficile distribuire il cibo per le mense. Raccogliamo i soldi. Poi con questi (nelle foto sotto si vedono gli scontrini) compriamo principalmente il cibo, pannolini, latte artificiale, pappe. Grazie a tutti che hanno partecipato alla raccolta dei fondi! Oksana, Liosha – avete accumulto i soldi da parte vostra! E grazie a tutti coloro che si sono fidati direttamente di me, pur non sonoscendomi di persona. La maggioranza di queste persone nemmeno ha dei conoscenti comuni con me, questo mi ha meravigliato tantissimo.

Un conoscente ha inviato una grande somma (l’ho conosciuto solo dopo che mi ha scritto un sms: “Inviate i dati bancari”) dai paesi Baltici, ha chiesto di non menzionare il suo nome. Ha fatto un bonifico per 70 mila rubli. Quando ho ricevuto questa somma, per 10 minuti ero convinta che si trattasse di uno sbaglio. Di solito mandano da 500 a 5.000 rubli. Le somme più grandi capitano più raramente. Ed ecco una sorpresa! Grazie!

Penso che non mi basterà un post per ringraziare tutti.

La gente invia i soldi da tutte le parti, la geografia si sta allargando di continuo –USA, Australia, Norvegia, Italia, diverse città russe, molte persone dalla Crimea, da Kiev e ciò è importantissimo.


Durante il viaggio sentivamo una certa paura. E quando stavamo per arrivare alla frontiera abbiamo saputo che a Pervomajsk hanno ucciso il comandante, Evgenij Ishchenko, insieme a tre volontari di Mosca. Abbiamo perso il coraggio.

Arrivati a Lugansk, abbiamo deciso di scaricare e lasciare tutto al mio amico Zheka, del quale mi fido come di me stessa. A quell’ora c’era un forte bombardamento su Stakhanov (sulla strada per Pervomajsk), Pervomajsk e Kirovsk. Sono città vicine. I ragazzi dal comando del presidio e Zheka ci hanno vietato di andare.


A tutti queli che chiedono “perché nessuno va via?” posso rispondere: sulla strada del ritorno abbiamo visto una fila per 12 ore macchine alla frontiera con la Russia e delle folle di persone che la attraversavano a piedi. Principalmente erano delle suddette città. La situazione lì è davvero dura.

Come prima ci sono rimaste tante persone anziane le quali per diversi motivi non possono andarsene. Su questo tema bisogna parlare separatamente, qui non è il posto adatto.

C’è una catastrofe umanitaria.


A Lugansk, Zheka mi ha fatto conoscere una donna straordinaria di nome Valentina, una cittadina attiva del villaggio Fabrichnoe. Lei ci ha raccontato di un gruppo dei disabili, pazienti impossibilitati a muoversi e anziani che disperatamente avevano bisogno di aiuto. Abbiamo deciso di aiutarli. Abbiamo visitato ogni persona, abbiamo fatto delle foto. Posso dire solo una cosa: volevamo aiutare loro e silenziosamente andare via, per non disturbare, non intervenire nel loro dolore. Invece eravamo costretti a fotografarci con tutti questi pannolini, lattine di carne… Terribile…

Di Valentina e di quelli che abbiamo visitato con lei voglio scrivere un post separato.

L’uomo nella foto è il figlio di una donna a letto, ha perso una gamba durante il bombardamento…


Abbiamo anche portato il necessario ad alcune mamme che ne avevano bisogno.

Questa signora ha tre figli. Il loro padre l’ha lasciata e nemmeno ha visto il suo figlio di tre mesi – il piccolino è adorabile.


Abbiamo anche portato un po’ di giocattoli all’orfanotrofio di Krasnodon per i bambini disabili – lì ci sono dei bambini con la sindrome di Down, con paralisi cerebrale infantile, che non possono camminare ecc. Bambini abbandonati… Non posso mettere tutte le impressioni in poche parole, ci sarà dopo un racconto da parte…

L’aiuto lì serve ovunque. Hanno bisogno del tutto! Vorrei semplicemente spezzarmi.

Così siamo partiti per Mosca, lasciando tutto a casa di Zheka. Secondo il piano, lui doveva andare a Pervomajsk appena si rallenta il bombardamento.

Un paio di giorno dopo la nostra partenza Zheka ha consegnato una parte dell’aiuto all’orfanotrofio regionale N. 1 di Lugansk. Quando venivamo a Pervomajsk, avevamo sempre pochissimo tempo, di solito scaricavamo tutto in una chiesa oppure presso un centro di distribuzione e partivamo.


“Grazie Dunia” – questa frase non mi piace, e non solo a me. Ma già l’altra volta Zheka ha deciso che, in mia assenza, c’è bisogno di un foglio simile in modo che la gente veda che tutto è arrivato ai destinatari. Di recente ho saputo che i miei amici che non sono d’accordo con me e per scherzo dicevano che volevano organizzare un flashmob – fare una foto accanto ai contenitori per l’immondizia con il cartello “Grazie Dunia”. Va bene, ragazzi, non vedo l’ora.

Abbiamo anche conosciuto delle persone da Kirovsk, hanno detto che anche loro hanno dei grossi problemi con l’aiuto umanitario. Noi con Zheka abbiamo deciso che una parte del cibo bisogna portare anche là.


A Kirovsk la situazione è calda. Un mio conoscente mi scrive da lì regolarmente. Passa mezza giornata e mi arriva un messaggio privato: “hanno annunciato la minaccia di un attacco aereo”, “In centro tre missili sono arrivati nella zona del quartiere Centralny”. Ad ogni modo Kirovsk è meno distrutto di Pervomajsk per il quale abbiamo raccolto tutto. Ma fa paura.

Continuavano a bombardare Pervomajsk, senza sosta. Giorni passano, ma la situazione non si tranquilizza.

Chiamiamo ogni giorno:

– Zheka, non rischiare!

– Non lo farò.

Invece ho tanta paura che andrà lì, sotto i missili. Porterà gli aiuti.

Vorrei tanto raccontare dell’eroismo di Zhenya e Lena. I ragazzi chiedono di non diffondere le loro foto, ma io lo vorrei fare… Ma non posso stare zitta. Sono veri e propri eroi del nostro tempo. Sono orgogliosa di avere tali amici. Non solo Uomini con una “U” maiuscola, ma Eroi. Zheka, Lena, vi voglio tanto bene. Il resto è un repost dalla sua pagina Facebook:

“… Il garage è pieno della salvezza per qualcuno… E ogni giorno diventa sempre più insopportabile vedere che questa salvezza sta da te come un peso morto. Hanno iniziato a bombardare tutti i giorni e adesso a Pervomajsk, a Kirovsk, a Stakhanov è diventato piuttosto pericoloso… tutto ciò già sembra una sciocchezza, un malinteso spiacevole. Ci siamo svegliati di mattina con la moglie, ci siamo guardati – “andiamo”. In un’ora abbiamo caricato il pulmino, abbiamo telefonato – “preparatevi ad incontrarci, veniamo”. Dall’altra parte del telefono danno delle istruzioni, dove fermarsi prima di entrare nella città, dove aspettare l’accompagnamento. A Pervomajsk l’ingresso per la strada dove entravamo prima è diventato pericoloso. Periodicamente dal lato ucraino arriva “un regalo”. Partiamo. Lungo la strada ci sono 10 posti di blocco. Le domande tipiche sono:

– Dove andate, che cosa portate?

– A Pervomajsk, portiamo l’aiuto umanitario ai civili.

– Grazie, potete passare.

Sui visi di alcuni si vede la stanchezza, su alcuni c’è un sorriso e ringraziamento. Ringraziamento per la gente.

Peraltro su molti blocchi di posto già riconoscono la mia giacca color verde acido da un pompiere inglese, e mi fanno passare senza domande. Non è la prima volta che passiamo con la stessa missione. Ma è piacevole lo stesso.

Arriviamo al posto assegnato, un paio di chilometri da Pervomajsk. Telefoniamo. Ci dicono di aspettare un po’. Aspettiamo. Sulla destra, dalla boscaglia, alla distanza di circa 500-700 metri si difende sparando, con dei “boom” giganteschi, l’artiglieria della Repubblica Popolare di Lugansk. Sparano con qualcosa di grande. Non si sente dove cadono i missili, quindi vanno lontano. Sobbalziamo dalla sorpresa. Ma già siamo abituati, perché per due mesi la linea del fronte è stata praticamente a 1-3 chilometri dalla nostra casa. La scorta è in ritardo. E finalmente da dietro la collina a una velocità pazzesca arriva la familiare Lada Priora.


– Ci sarà un tratto di un paio di chilometri. Andiamo veloce, è pericoloso. Poi passeremo per la periferia. Lì è sicuro.

– Ok, andiamo.

Il mio povero pulmino con la percorrenza di 640 mila chilometri e quattro ruote diverse, accelerando sulla discesa fino a una velocità pazzesca, a tutto spiano entra su una nuova salita. Fa fatica a tenere dietro la Priora. Alla fine, ci sono 1,5 tonnellate di carico. Ma non ci ha piantato in asso, bravo. Abbiamo passato. Nella lontananza si sente una cannonata.

La prima impressione all’entrata in città è che la città è morta. Non c’è nessuno. Assolutamente nessuno. Le vie, le piazze sono praticamente deserte. Invece un paio di settimane fa, quando abbiamo portato il carico precedente, qui passeggiavano delle mamme con i loro bambini, la gente andava per i fatti suoi. La città viveva. Mezza distrutta, con il polietilene al posto delle finestre, con dei buchi spaventose nelle case, ma la città era viva. Adesso è una città fantasma. Chernobyl. Soltanto dopo un bombardamento atroce. La seconda cosa che spicca subito all’occhio è la massa di nuove distruzioni. Siamo venuti già tante volte e l’occhio nota quasi ogni 100-200 metri i nuovi segni dei colpi dell’artiglieria. Siamo arrivati al comune, o come si chiama adesso… Non mi ha interessato il nome… La cannonata non è più “lì da qualche parte”, è già attorno a noi. Nella città. Siamo venuti perché dobbiamo informarci in quali mense sociali bisogna portare gli alimentari prima di tutto. Entriamo. Lì ci sono alcuni cosacchi e tre civili con facce spaventate. Un cosacco ci spiega con un sogghigno:

– L’OSCE.

Poi dice a loro:

– Ecco le persone che hanno portato l’aiuto umanitario, volete accompagnarle?

Loro, dopo aver bisbigliato tra loro come delle api in un alveare angosciato, rispondono:

– No, grazie. Dangerous.

– Hanno paura, – sorride il cosacco.

Ci informiamo dove e che cosa bisogna portare in prima fila. Andiamo. La prima è una mensa dove Dunia con dei ragazzi hanno portato gli alimentari di persona. Ci riconoscono, piangono, ci abbracciano. Ci accolgono come dei parenti vicini, molto attesi. A gara raccontano come e che cosa preparavano con dei prodotti che abbiamo portato l’altra volta. Hanno corso fuori tutte, dalle cuoche ai lavapiatti. Gli occhi brillano dalla gioia. E attorno le cannonate. Le ragazze non fanno attenzione. Io ho un nodo alla gola, mia moglie piange. Pazienza, ce la faremo. Scarichiamo una parte di alimentari, facciamo delle foto.


Andiamo in un’altra mensa. Dall’altra volta ha subito dei cambiamenti. È stata colpita. La parte destra della facciata è distrutta. La mensa funziona. I vecchi sono come nella Leningrado assediata, come delle ombre, lentamente, senza forze e senza rumore vengono alla mensa. Alla vita. Lì, dove danno da mangiare. Gratis. Tutti i giorni. E anche versano nei barattoli di vetro per portare via con sé. C’è un bel profumo. E questo è bello… Scarichiamo. La gente ci avvicina, chiede: “Chi siete? Da dove venite?”. Spiego che le persone comuni aiutano in proprio. Noi siamo qui solo a distribuire. Gli occhi di questi anziani sono pieni di lacrime. “Grazie, cari”. E io di nuovo ho questo nodo traditore alla gola. Quante volte sono venuto qui e non riesco ancora ad abituarmi a tutto ciò. Mi arrabbio con me stesso in silenzio. “Una femminuccia, porca miseria”.


Mentre scaricavamo, è arrivata la notizia che è stato colpito un palazzo condominiale, il numero 19 vicino alla fabbrica. C’è un incendio. Poi andiamo in altre due mense. Dappertutto ci incontrano delle ragazze-cuoche, con gli occhi rossi tirano su col naso. Le cuoche sono di tutte le età – da quasi bambine a quasi nonne.

Andiamo in chiesa, scarichiamo i vestiti per adulti, latte condensato e caramelle per i bambini. Lì c’è una scuola domenicale e un coro dei bambini. Non è della chiesa. Nel coro cantano una cinquantina di persone. Nel frattempo si bombarda sul serio. E sempre più vicino.

Chiedo:

– Dura da tanto?

– È l’ottavo giorno. Ieri è stato quasi traquillo, oggi hanno iniziato di nuovo, ma questo ancora è niente. Dovevate sentire quello di prima… Com’è andato il vostro viaggio?

– Beh, ieri è stato tranquillo, anche stamattina, quindi siamo arrivati…

Il nostro accompagnatore è stato informato che l’impianto industriale è stato colpito. Ci sono dei feriti. Si vede che si preoccupa per noi.

– Tutto qui. Scarichiamo il resto nel magazzino, poi finiremo noi a distribuire. Voi dovete scappare dalla città gambe levate. È pericoloso…

Obbediamo.

Il magazzino è nella piazza centrale. Tutti vedono che cosa arriva e che cosa si porta via. E possono paragonare con quello che si mangia nelle mense. Lì anche distribuiscono tra le mamme degli omogeneizzati, dei pannolini e vestiti per i bambini. La gente si fida di loro e ciò vale tantissimo.

Abbiamo scaricato tutto, fatto delle foto.

L’accompagnatore ci porta via dalla città per dei sentieri sconosciuti, a lungo andiamo per l’area rurale, tra le boscaglie. Usciamo sull’autostrada.

– Ecco, siete oltre il posto di blocco. Qui i colpi non arrivano. Quasi.

L’accompagnatore mi tira la mano.

Mi rendo conto che vado a più di cento chilomeetri di velocità. Siamo al sicuro. E la gente è rimasta lì. A vivere. A vivere chi ha fortuna…

2 febbraio 2015