Della vittoria

Quando avevo 17 anni, d’estate, alla fine del primo anno d’università, andai a trovare una mia amica a Malta. Fummo invitate a cena a casa di una famiglia e la festa si svolse a bordo piscina. La cena fu stupenda e al tavolo si radunarono tante persone importanti di quel minuscolo paese.

Erano parenti dei suoceri della mia amica, la maggior parte di loro erano molto più vecchi di me e potevano essere i miei genitori o persino i miei nonni. Ad un tratto, si iniziò a parlare della Seconda Guerra Mondiale e dopo poco la mia amica dovette trascinarmi via dall’aristocrazia maltese che non capì perché mi innervosii così tanto. Avevo 17 anni e per la prima volta sentì affermare che l’URSS aveva partecipato alla guerra solo indirettamente. I sovietici avevano in pratica solo aiutato ad “avvicinare” la vittoria.

Mi tremava tutto il corpo, sciorinavo cifre e date, le conoscevo molto bene: all’esame d’ammissione all’università ottenni “ottimo” nella materia “Storia della Patria”; ma oltre a conoscere la storia della Patria, conoscevo bene anche la storia mondiale e perciò potevo, a differenza dei miei interlocutori, riportare le cifre delle vittime europee ed altri episodi storici dei quali loro non sapevano nulla.

All’epoca non c’erano gli smartphone a portata di mano – oggi la conversazione sarebbe stata molto più breve.

Malta fu molto segnata dalla la guerra, tutto il fondo del mare attorno all’isola è coperto dagli aerei abbattuti durante le battaglie. Una delle chiese di Malta venne raggiunta da una bomba che per fortuna non esplose, ancora oggi la sua carcassa giace lì come fosse una reliquia. A quei tempi si gridò al miracolo: tutta la città si radunò nella chiesa a pregare e la bomba non esplose. La memoria della guerra sull’isola è molto forte e lo considero giusto. Ma è la loro memoria.

Questa memoria non sa che nella difesa di Mosca parteciparono tutti i compagni di classe di mia nonna. Avevano finito la scuola nel 1941 e si arruolarono tutti partendo per il fronte. Nessuno di quei ragazzi tornò a casa. Nessuno!!!

Ero scossa dalla rabbia, mi dicevano che avevo sbagliato le cifre e che così come affermavo non poteva essere.

Avevo 17 anni e non sapevo che in Occidente era una cosa normale. Non sapevo che studiavano su altri libri scolastici.

L’atmosfera al tavolo diventò tesa e gli altri ospiti cominciarono a gridare. Ero da sola contro tutti, ma fermarmi fu impossibile.

Non mi erano mai piaciuti discorsi del tipo “chi ha sofferto di più” ma non potei tacere davanti ad affermazioni quali: “non ci riguarda poiché lì non ci siamo stati”. Allora raccontai dell’assedio di Leningrado e degli 871 giorni d’inferno vissuti dai suoi abitanti.

I maltesi rigettarono il mio racconto come se fosse stato un particolare insignificante, allora rimasi in silenzio, ma non glielo perdonai.

Mi vergognai di aver tentato di parlarne con loro e mi sentii a disagio con la mia amica, con suo marito e con i suoi suoceri. Ma avevo fatto bene.

Quel che fa paura è che oggi si può sentire affermare cose simili dai nostri bambini e dagli adolescenti. Pare che non sappiano quel che accadde all’epoca, oppure non vogliano sapere.

Si, purtroppo, il 9 maggio a volte sembra una fiera. Dà fastidio vedere come ragazze mezze nude facciano dei selfie sullo sfondo della Fiamma eterna. Dà fastidio vedere delle facce ubriache che rompono bottiglie con i nastri di San Giorgio.

Danno fastidio tante cose, cerchiamo di non confondere termini e concetti. Non mescoliamo assieme le bravate dei balordi con la memoria di quello che ha subito il nostro paese.

Ne parliamo poco con i nostri figli, ma è importante farlo. La narrazione della memoria non può limitarsi, come avviene in alcune scuole, al fare incollare o ritagliare qualcosa di astratto sul 9 maggio, trasformandolo in un compito obbligatorio e minacciando gli alunni di mettere un voto basso se non lo si fa.

È importante raccontare come la guerra è stata vissuta dalle nostre famiglie, in modo che la “Vittoria” non sia un fatto impersonale o venga associata a un giorno di vacanza da scuola, ma sia invece il ricordo di quanti hanno combattuto e facevano parte della vita delle nostre bisnonne, oppure la memoria di un bisnonno disperso al fronte.

Portiamo avanti questa memoria così come gli ebrei ricordano il loro Olocausto e gli armeni la memoria del loro genocidio. Nessun anziano maltese o qualsiasi altra persona si può permettere di denigrare la nostra storia. Facciamolo per noi stessi, per i nostri nonni e anche per i nostri figli.

Perché altrimenti i nostri figli avranno l’opinione di quelle persone e sarà tardi ormai per riaffermare la verità.