Aiuto umanitario

2 tonnellate di alimentari + vestiti per bambini, latte artificiale, pannolini e regali.

E anche, a parte delle sedie a rotelle, questa volta portavamo anche una nuova finestra plastica, padelle, miscelatori e tante altre cose utili.

Mi scrivono spesso che adesso c’è la tregua, è tranquillo e che ricevono già abbastanza aiuti.

La mia risposta è – le macchine non bastano mai. Credetemi, lì c’è una catastrofe generale. La gente sopravvive.

Sembra che non ci siano persone che soffrano la fame, almeno a Pervomajsk. È tranquillo, i colpi arrivano raramente, anche se gli spari si sentono spesso. È la tregua, ma tutti si sono fermati, aspettando il nuovo inferno.

Gli impiegati dei servizi pubblici hanno meritato di avere dei propri monumenti. Reagiscono subito agli eventi. Riparano, ricostruiscono. Lo fanno gratis, perché i soldi sono pagati molto raramente.

Molti sono rimasti senza niente e queste persone vivono nelle cantine sotterranee e nei rifugi. Si vestono di ciò che viene portato a loro e mangiano ciò che viene dato.

In alcuni paesi, come Khryashchevatoe, Metallist, la situazione con l’aiuto umanitario è terribile. Hanno sofferto dai bombardamenti ancora d’estate, adesso sono da tanto tempo “nelle retrovie”, ma… sono stati dimenticati.

In realtà, mi sono accorta che la maggior parte delle persone invia i soldi già la seconda, la terza, a volte anche la quarta (!) volta. Penso che sia la gratifica migliore per il nostro lavoro. E tutte queste persone non mi conoscevano prima.

Mi rende felice il fatto che partecipano sempre più paesi e che non solo gli emigranti inviano i soldi. Bulgaria, Croazia, molte persone dagli stati Uniti, Germania, Italia, Svezia…

Questa volta, come sempre, abbiamo comprato tanti alimentari, pannolini, omogeneizzati, latte artificiale. La maggior parte del nostro aiuto è andata a Pervomajsk. Abbiamo consegnato al commando di presidio tutti i prodotti per bambini, pazienti allettati, anziani – da lì l’aiuto viene distribuito secondo le liste e passaporti.

Anche questa volta abbiamo distribuito gli alimentari nelle mense sociali. Siamo venuti proprio per l’8 marzo e tutte le donne che lavorano lì hanno ricevuto dei regali.

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Questa mensa è famosa. Sta presso la scuola bombardata a febbraio che è stata nel video di Graham Phillips.

Ecco le ragazze-eroine che per 6 mesi cucinavano dei pranzi deliziosi per i cittadini. Senza pensare a se stesse, ma pensando invece degli altri.

 

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Le lavoratrici delle mense non lavorano per i soldi. Nonostante tutto, nonostante la tregua o la sua mancanza, sono sempre al lavoro. Sono Persone, Persone con una “P” maiuscola.

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Oltre all’aiuto per la città di Pervomajsk portiamo anche aiuto mirato in altri luoghi. Ci sono già molte famiglie in diversi luoghi dove portiamo cibo e medicine necessarie. Ad esempio, tra loro ci sono delle famiglie del villaggio di Fabrichnoe, la famiglia di Ljubov Mikhajlovna, la quale ha perso a colpa del bombardamento una gamba e un braccio. Ogni volta che veniamo a Donbass cerchiamo di venire in questo villagio con gli aiuti.

Visitiamo anche il villaggio di Metallist. Non è colpito molto gravemente, ma anche lì ci sono delle famiglie con bambini e con persone allettate che non hanno quasi nulla. Per loro ogni scatola di carne conservata vale molto.

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La signora nella foto sotto ha avuto un ictus. L’acqua a casa è quasi assente e non ci sono dei prodotti necessari per curarla. Lei capisce tutto, ma è completamente immobile. Quando manca l’acqua e mancano i soldi, prendersi cura di una malata del genere è molto difficile. Chi ha esperienza di cura degli allettati mi capirà. La sua figlia ha pianto, quando ha ricevuto dei pannoloni, salviette e traverse.

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Dopo ogni viaggio rimangono tonnellate di foto, di rendiconti, di lettere con ringraziamenti. Ma non ho mai tempo per scrivere del tutto e pubblicare tutte le foto. Quante storie… Un giorno le scriverò tutte. Di sicuro. Ma adesso è molto duro…

Noi cerchiamo di non prendere i vestiti. Principalmente raccogliamo gli alimentari. Ma a volte ci portano dei vestiti e la maggior parte noi li portiamo per gli orfanotrofi oppure in maniera mirata, alle famiglie con bambini piccoli.

Molte persone mi chiedono, quando danno i soldi o quando portano l’aiuto, se tutto raggiunge i destinatari, come viene distribuito l’aiuto.

Rispondo: distribuiamo tutto personalmente. Nelle mense sociali, nei rifugi, nelle famiglie.

Quello che non facciamo in tempo a portare noi, lo portano i miei amici Lena e Zhenya di Lugansk.

Credetemi, è la fatica di Sisifo.

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Recentemente abbiamo iniziato ad andare a Khryashchevatoe, il quale d’estate è praticamente diventato una città-fantasma. Le case intatte non ci sono. Tutto è distrutto. In ogni via c’è un carro armato o un VTT bruciato. E qui la gente continua a vivere. In una parte del villaggio finora manca la luce e gli abitanti scaldano le case con stufe e accendono le candele.

Nella foto sotto c’è Bajdushev Emeljan, nato nel 1937, con sua moglie Kharchenko Clavdija, nata nel 1939. D’estate la loro casa è stata completamente distrutta. Quando è caduto il missile loro stavano nell’orto e questo fatto li ha salvati. Emeljan Vasilyevich è stato colpito da tante schegge. Anche la moglie è stata colpita, ma di meno. Le sue gambe sono state salvate, ma non può camminare. Le gambe sono gonfie, la linfa fuoriesce da tutte le ferite. Non hanno medicine, non hanno soldi, per cui non vuole andare in ospedale. È già stato lì dopo l’intervento ed è convinto che senza medicine l’ospedale non ha senso.

Una delle sue sorelle è morta il primo giorno di guerra. Quando hanno iniziato a bombardare lei ha cercato di scappare per nascondersi ed è stata colpita da un mortaio. Il suo corpo è rimasto lì per un mese e mezzo, finché la line del fuoco non si è spostata. Quando l’hanno trovata era già tutta nera. L’altra sorella è stata durante tutti i bombardamenti a casa. Non è scesa mai nella cantina per principio. Ha detto che se deve morire, preferisce morire a casa invece di cercare aiuto altrove. La casa è rimasta intatta. Ma il primo giorno di tregua lei è morta d’infarto…

Gli anziani vivono in una casa collettiva dei medici. Klavdija Mikhajlovna piangeva, ricordando la propria casa che nono c’è più. Lei dice che il suo desiderio più forte è di nuovo essere nella propria casa, nel proprio cortile… Abbiamo lasciato a loro degli alimentari e una sedia a rotelle. E verremo ancora.

 

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26 marzo 2015

Terzo viaggio

Il terzo viaggio è stato probabilmente il più difficile.

La situazione è cambiata drasticamente dal nostra ultima visita.

È iniziata la guerra, ecco.


Questa volta avevamo più tempo per raccogliere il carico, ci hanno portato tanta roba. Grazie a tutti coloro che ci hanno risposto, a chi ha trovato il tempo di venire! Tutto è in ottimo stato, tante cose sono quasi nuove! Lena, grazie per le confezioni con un gioco e caramelle. Nicol, grazie per i tuoi ciocolatini. I bambini erano felici. Anche noi lo eravamo insieme a loro.


Abbiamo quasi pienamente abbandonato l’idea di raccogliere il cibo – è molto difficile capire poi quanto portiamo di peso e di volume. È anche difficile distribuire il cibo per le mense. Raccogliamo i soldi. Poi con questi (nelle foto sotto si vedono gli scontrini) compriamo principalmente il cibo, pannolini, latte artificiale, pappe. Grazie a tutti che hanno partecipato alla raccolta dei fondi! Oksana, Liosha – avete accumulto i soldi da parte vostra! E grazie a tutti coloro che si sono fidati direttamente di me, pur non sonoscendomi di persona. La maggioranza di queste persone nemmeno ha dei conoscenti comuni con me, questo mi ha meravigliato tantissimo.

Un conoscente ha inviato una grande somma (l’ho conosciuto solo dopo che mi ha scritto un sms: “Inviate i dati bancari”) dai paesi Baltici, ha chiesto di non menzionare il suo nome. Ha fatto un bonifico per 70 mila rubli. Quando ho ricevuto questa somma, per 10 minuti ero convinta che si trattasse di uno sbaglio. Di solito mandano da 500 a 5.000 rubli. Le somme più grandi capitano più raramente. Ed ecco una sorpresa! Grazie!

Penso che non mi basterà un post per ringraziare tutti.

La gente invia i soldi da tutte le parti, la geografia si sta allargando di continuo –USA, Australia, Norvegia, Italia, diverse città russe, molte persone dalla Crimea, da Kiev e ciò è importantissimo.


Durante il viaggio sentivamo una certa paura. E quando stavamo per arrivare alla frontiera abbiamo saputo che a Pervomajsk hanno ucciso il comandante, Evgenij Ishchenko, insieme a tre volontari di Mosca. Abbiamo perso il coraggio.

Arrivati a Lugansk, abbiamo deciso di scaricare e lasciare tutto al mio amico Zheka, del quale mi fido come di me stessa. A quell’ora c’era un forte bombardamento su Stakhanov (sulla strada per Pervomajsk), Pervomajsk e Kirovsk. Sono città vicine. I ragazzi dal comando del presidio e Zheka ci hanno vietato di andare.


A tutti queli che chiedono “perché nessuno va via?” posso rispondere: sulla strada del ritorno abbiamo visto una fila per 12 ore macchine alla frontiera con la Russia e delle folle di persone che la attraversavano a piedi. Principalmente erano delle suddette città. La situazione lì è davvero dura.

Come prima ci sono rimaste tante persone anziane le quali per diversi motivi non possono andarsene. Su questo tema bisogna parlare separatamente, qui non è il posto adatto.

C’è una catastrofe umanitaria.


A Lugansk, Zheka mi ha fatto conoscere una donna straordinaria di nome Valentina, una cittadina attiva del villaggio Fabrichnoe. Lei ci ha raccontato di un gruppo dei disabili, pazienti impossibilitati a muoversi e anziani che disperatamente avevano bisogno di aiuto. Abbiamo deciso di aiutarli. Abbiamo visitato ogni persona, abbiamo fatto delle foto. Posso dire solo una cosa: volevamo aiutare loro e silenziosamente andare via, per non disturbare, non intervenire nel loro dolore. Invece eravamo costretti a fotografarci con tutti questi pannolini, lattine di carne… Terribile…

Di Valentina e di quelli che abbiamo visitato con lei voglio scrivere un post separato.

L’uomo nella foto è il figlio di una donna a letto, ha perso una gamba durante il bombardamento…


Abbiamo anche portato il necessario ad alcune mamme che ne avevano bisogno.

Questa signora ha tre figli. Il loro padre l’ha lasciata e nemmeno ha visto il suo figlio di tre mesi – il piccolino è adorabile.


Abbiamo anche portato un po’ di giocattoli all’orfanotrofio di Krasnodon per i bambini disabili – lì ci sono dei bambini con la sindrome di Down, con paralisi cerebrale infantile, che non possono camminare ecc. Bambini abbandonati… Non posso mettere tutte le impressioni in poche parole, ci sarà dopo un racconto da parte…

L’aiuto lì serve ovunque. Hanno bisogno del tutto! Vorrei semplicemente spezzarmi.

Così siamo partiti per Mosca, lasciando tutto a casa di Zheka. Secondo il piano, lui doveva andare a Pervomajsk appena si rallenta il bombardamento.

Un paio di giorno dopo la nostra partenza Zheka ha consegnato una parte dell’aiuto all’orfanotrofio regionale N. 1 di Lugansk. Quando venivamo a Pervomajsk, avevamo sempre pochissimo tempo, di solito scaricavamo tutto in una chiesa oppure presso un centro di distribuzione e partivamo.


“Grazie Dunia” – questa frase non mi piace, e non solo a me. Ma già l’altra volta Zheka ha deciso che, in mia assenza, c’è bisogno di un foglio simile in modo che la gente veda che tutto è arrivato ai destinatari. Di recente ho saputo che i miei amici che non sono d’accordo con me e per scherzo dicevano che volevano organizzare un flashmob – fare una foto accanto ai contenitori per l’immondizia con il cartello “Grazie Dunia”. Va bene, ragazzi, non vedo l’ora.

Abbiamo anche conosciuto delle persone da Kirovsk, hanno detto che anche loro hanno dei grossi problemi con l’aiuto umanitario. Noi con Zheka abbiamo deciso che una parte del cibo bisogna portare anche là.


A Kirovsk la situazione è calda. Un mio conoscente mi scrive da lì regolarmente. Passa mezza giornata e mi arriva un messaggio privato: “hanno annunciato la minaccia di un attacco aereo”, “In centro tre missili sono arrivati nella zona del quartiere Centralny”. Ad ogni modo Kirovsk è meno distrutto di Pervomajsk per il quale abbiamo raccolto tutto. Ma fa paura.

Continuavano a bombardare Pervomajsk, senza sosta. Giorni passano, ma la situazione non si tranquilizza.

Chiamiamo ogni giorno:

– Zheka, non rischiare!

– Non lo farò.

Invece ho tanta paura che andrà lì, sotto i missili. Porterà gli aiuti.

Vorrei tanto raccontare dell’eroismo di Zhenya e Lena. I ragazzi chiedono di non diffondere le loro foto, ma io lo vorrei fare… Ma non posso stare zitta. Sono veri e propri eroi del nostro tempo. Sono orgogliosa di avere tali amici. Non solo Uomini con una “U” maiuscola, ma Eroi. Zheka, Lena, vi voglio tanto bene. Il resto è un repost dalla sua pagina Facebook:

“… Il garage è pieno della salvezza per qualcuno… E ogni giorno diventa sempre più insopportabile vedere che questa salvezza sta da te come un peso morto. Hanno iniziato a bombardare tutti i giorni e adesso a Pervomajsk, a Kirovsk, a Stakhanov è diventato piuttosto pericoloso… tutto ciò già sembra una sciocchezza, un malinteso spiacevole. Ci siamo svegliati di mattina con la moglie, ci siamo guardati – “andiamo”. In un’ora abbiamo caricato il pulmino, abbiamo telefonato – “preparatevi ad incontrarci, veniamo”. Dall’altra parte del telefono danno delle istruzioni, dove fermarsi prima di entrare nella città, dove aspettare l’accompagnamento. A Pervomajsk l’ingresso per la strada dove entravamo prima è diventato pericoloso. Periodicamente dal lato ucraino arriva “un regalo”. Partiamo. Lungo la strada ci sono 10 posti di blocco. Le domande tipiche sono:

– Dove andate, che cosa portate?

– A Pervomajsk, portiamo l’aiuto umanitario ai civili.

– Grazie, potete passare.

Sui visi di alcuni si vede la stanchezza, su alcuni c’è un sorriso e ringraziamento. Ringraziamento per la gente.

Peraltro su molti blocchi di posto già riconoscono la mia giacca color verde acido da un pompiere inglese, e mi fanno passare senza domande. Non è la prima volta che passiamo con la stessa missione. Ma è piacevole lo stesso.

Arriviamo al posto assegnato, un paio di chilometri da Pervomajsk. Telefoniamo. Ci dicono di aspettare un po’. Aspettiamo. Sulla destra, dalla boscaglia, alla distanza di circa 500-700 metri si difende sparando, con dei “boom” giganteschi, l’artiglieria della Repubblica Popolare di Lugansk. Sparano con qualcosa di grande. Non si sente dove cadono i missili, quindi vanno lontano. Sobbalziamo dalla sorpresa. Ma già siamo abituati, perché per due mesi la linea del fronte è stata praticamente a 1-3 chilometri dalla nostra casa. La scorta è in ritardo. E finalmente da dietro la collina a una velocità pazzesca arriva la familiare Lada Priora.


– Ci sarà un tratto di un paio di chilometri. Andiamo veloce, è pericoloso. Poi passeremo per la periferia. Lì è sicuro.

– Ok, andiamo.

Il mio povero pulmino con la percorrenza di 640 mila chilometri e quattro ruote diverse, accelerando sulla discesa fino a una velocità pazzesca, a tutto spiano entra su una nuova salita. Fa fatica a tenere dietro la Priora. Alla fine, ci sono 1,5 tonnellate di carico. Ma non ci ha piantato in asso, bravo. Abbiamo passato. Nella lontananza si sente una cannonata.

La prima impressione all’entrata in città è che la città è morta. Non c’è nessuno. Assolutamente nessuno. Le vie, le piazze sono praticamente deserte. Invece un paio di settimane fa, quando abbiamo portato il carico precedente, qui passeggiavano delle mamme con i loro bambini, la gente andava per i fatti suoi. La città viveva. Mezza distrutta, con il polietilene al posto delle finestre, con dei buchi spaventose nelle case, ma la città era viva. Adesso è una città fantasma. Chernobyl. Soltanto dopo un bombardamento atroce. La seconda cosa che spicca subito all’occhio è la massa di nuove distruzioni. Siamo venuti già tante volte e l’occhio nota quasi ogni 100-200 metri i nuovi segni dei colpi dell’artiglieria. Siamo arrivati al comune, o come si chiama adesso… Non mi ha interessato il nome… La cannonata non è più “lì da qualche parte”, è già attorno a noi. Nella città. Siamo venuti perché dobbiamo informarci in quali mense sociali bisogna portare gli alimentari prima di tutto. Entriamo. Lì ci sono alcuni cosacchi e tre civili con facce spaventate. Un cosacco ci spiega con un sogghigno:

– L’OSCE.

Poi dice a loro:

– Ecco le persone che hanno portato l’aiuto umanitario, volete accompagnarle?

Loro, dopo aver bisbigliato tra loro come delle api in un alveare angosciato, rispondono:

– No, grazie. Dangerous.

– Hanno paura, – sorride il cosacco.

Ci informiamo dove e che cosa bisogna portare in prima fila. Andiamo. La prima è una mensa dove Dunia con dei ragazzi hanno portato gli alimentari di persona. Ci riconoscono, piangono, ci abbracciano. Ci accolgono come dei parenti vicini, molto attesi. A gara raccontano come e che cosa preparavano con dei prodotti che abbiamo portato l’altra volta. Hanno corso fuori tutte, dalle cuoche ai lavapiatti. Gli occhi brillano dalla gioia. E attorno le cannonate. Le ragazze non fanno attenzione. Io ho un nodo alla gola, mia moglie piange. Pazienza, ce la faremo. Scarichiamo una parte di alimentari, facciamo delle foto.


Andiamo in un’altra mensa. Dall’altra volta ha subito dei cambiamenti. È stata colpita. La parte destra della facciata è distrutta. La mensa funziona. I vecchi sono come nella Leningrado assediata, come delle ombre, lentamente, senza forze e senza rumore vengono alla mensa. Alla vita. Lì, dove danno da mangiare. Gratis. Tutti i giorni. E anche versano nei barattoli di vetro per portare via con sé. C’è un bel profumo. E questo è bello… Scarichiamo. La gente ci avvicina, chiede: “Chi siete? Da dove venite?”. Spiego che le persone comuni aiutano in proprio. Noi siamo qui solo a distribuire. Gli occhi di questi anziani sono pieni di lacrime. “Grazie, cari”. E io di nuovo ho questo nodo traditore alla gola. Quante volte sono venuto qui e non riesco ancora ad abituarmi a tutto ciò. Mi arrabbio con me stesso in silenzio. “Una femminuccia, porca miseria”.


Mentre scaricavamo, è arrivata la notizia che è stato colpito un palazzo condominiale, il numero 19 vicino alla fabbrica. C’è un incendio. Poi andiamo in altre due mense. Dappertutto ci incontrano delle ragazze-cuoche, con gli occhi rossi tirano su col naso. Le cuoche sono di tutte le età – da quasi bambine a quasi nonne.

Andiamo in chiesa, scarichiamo i vestiti per adulti, latte condensato e caramelle per i bambini. Lì c’è una scuola domenicale e un coro dei bambini. Non è della chiesa. Nel coro cantano una cinquantina di persone. Nel frattempo si bombarda sul serio. E sempre più vicino.

Chiedo:

– Dura da tanto?

– È l’ottavo giorno. Ieri è stato quasi traquillo, oggi hanno iniziato di nuovo, ma questo ancora è niente. Dovevate sentire quello di prima… Com’è andato il vostro viaggio?

– Beh, ieri è stato tranquillo, anche stamattina, quindi siamo arrivati…

Il nostro accompagnatore è stato informato che l’impianto industriale è stato colpito. Ci sono dei feriti. Si vede che si preoccupa per noi.

– Tutto qui. Scarichiamo il resto nel magazzino, poi finiremo noi a distribuire. Voi dovete scappare dalla città gambe levate. È pericoloso…

Obbediamo.

Il magazzino è nella piazza centrale. Tutti vedono che cosa arriva e che cosa si porta via. E possono paragonare con quello che si mangia nelle mense. Lì anche distribuiscono tra le mamme degli omogeneizzati, dei pannolini e vestiti per i bambini. La gente si fida di loro e ciò vale tantissimo.

Abbiamo scaricato tutto, fatto delle foto.

L’accompagnatore ci porta via dalla città per dei sentieri sconosciuti, a lungo andiamo per l’area rurale, tra le boscaglie. Usciamo sull’autostrada.

– Ecco, siete oltre il posto di blocco. Qui i colpi non arrivano. Quasi.

L’accompagnatore mi tira la mano.

Mi rendo conto che vado a più di cento chilomeetri di velocità. Siamo al sicuro. E la gente è rimasta lì. A vivere. A vivere chi ha fortuna…

2 febbraio 2015

Donne e guerra

Un amico mi ha scritto a proposito dei viaggi a Lugansk: “Vale la pena? I clan di oligarchi fanno i propri conti tra loro. La gente comune muore. La storia è vecchia come il mondo.”Sono rimasta perplessa. Che posso dire? La domanda principale delle ultime settimane da parte degli amici – perché rischiare?

Posso rispondere con una storia.

C’è questa signora, Chernykh Liubov Mikhajlovna, nata nel 1953.

Quando siamo venuti a Lugansk non potevamo portare l’aiuto a Pervomajsk, per il quale abbiamo raccolto i fondi. Lì c’era e ancora c’è un bombardamento massiccio. La gente si sta nascondendo nelle cantine e nei rifugi.

Ci hanno segnalato alcuni indirizzi a Lugansk e nei centri limitrofi, dove vivono delle persone bisognose, e abbiamo portato un po’ di roba lì. Principalmente abbiamo visitato dei disabili, pazienti allettati e molto anziani.

In una delle case ci ha incontrato un ragazzino molto simpatico, il quale sempre scappava da noi e si vergognava di prendere delle caramelle.

La sua nonna era su una sedia a rotelle. Ci sentivamo a disagio a intruderci nella casa con le scarpe di strada. Stavamo nell’anticamera, imbarazzati. Eravamo ospiti arrivati da un mondo alieno. E Liubov Mikhajlovna ci sorrideva. Questo sorriso era allo stesso tempo pieno di dolore e ringraziamento e il suo sguardo era insopportabile.

– Avete bisogno di qualche cosa?

– Una sedia a rotelle andrebbe bene… Abbiamo trovato questa, ma è rotta, durerà poco.

È diventata invalida da poco. Non è abituata stare seduta così, si vede.

Usciamo dalla casa e Valentina, una cittadina del villaggio Fabrichnoe, attiva e piena di simpatia, racconta:

– Liubov Mikhajlovna è un eroina.

Quando in agosto Lugansk era sotto bombardamenti mirati continui, nella fattoria avicola di Fabrichnoe hanno distrutto 4 capannoni su 7. Nei capannoni rimasti c’erano dei polli. Più correttamente, i loro cadaveri. Dopo qualche tempo hanno iniziato a decomporsi, erano comparsi dei vermi. C’era un forte rischio che infezioni e malattie potessero diffondersi per la città La città era bombardata continuamente e gli operai non bastavano per pulire i capannoni dalle carcasse. Quindi hanno chiesto l’aiuto ai cittadini. Che tipo di aiuto? Bisognava al caldo, dentro i locali con le mani raccogliere i corpi decomposti degli uccelli. Era impossibile stare lì a lungo perché si rischiava un avvelenamento, anche letale. Vi potete immaginare una montagna dei corpi decomposti, un fetore, un’afa insieme al caldo? E come fiore all’occhietto c’era anche il rischio di essere colpiti dai bombardamenti.

I cittadini hanno risposto alla richiesta. Non c’erano gli uomini. Quindi sono andate le donne. Delle donne comuni. Madri, nonne. Molte erano anziane.

Tra loro c’era Liubov Mikhajlovna.

Ha l’età della mia mamma e della mia suocera. Quando ci penso, mi strazia il cuore.

Al caldo, al suono di mortai e obici, rischiando la salute, lei, come le altre, ripuliva i capannoni dai cadaveri di polli.

Può sembrare patetico, ma non lo è. Io sminuisco l’eroismo di queste persone. Perché non posso immaginare com’era in realtà.

Le donne nei capannoni crollavano, svenendo. Molte vomitavano.

Queste sono le nostre donne…

E poi vicino è caduto un missile.

Liubov Mikhajlovna ha perso una gamba e un braccio. Farò del tutto per trovarla e portarle una sedia a rotelle.


28 gennaio 2015

Upd: la sedia a rotelle per Liubov Mikhajlovna è stata trovata e consegnata – NdT.