Chernukhino. Arrivati.

Ci ha contattato un ospizio di Gorlovka. Ci hanno chiesto di aiutare – l’ospizio è piccolo ed è fornito in via residuale. Mancano detersivi, pannoloni, traverse, soluzioni fisiologiche – insomma tutto. Gli impiegati non ricevono gli stipendi.

Secondo i bollettini di guerra Gorlovka è sulla linea di fuoco. Il centro viene bombardato alla grande.

Io voglio andare, ma i miei amici non vogliono nemmeno sentirne parlare – è troppo pericoloso. E alla fine decidiamo di andare invece a Chernyukhino e Debaltsevo. Lì l’aiuto serve di sicuro…

 

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Ultimamente hanno spesso portato aiuti a Debaltsevo e Chernukhino, grazie anche alla visibilità nei media. Molte persone sono aiutate da parenti e amici. Noi siamo molto limitati con il tempo e le finanze e non possiamo fornire l’aiuto a tutti, come sempre, cerchiamo di aiutare i più bisognosi – chi è rimasto senza tetto, chi è stato ferito. A chi non non viene aiutato dai figli, chi ha a suo carico dei malati allettati, ecc. Abbiamo un piano d’azione che funziona: prima di tutto cerchiamo il capo del consiglio rurale e chiediamo la lista delle persone bisognose. Così abbiamo aiutato a Khryashchevatoe, a Georgievka. Poi andiamo da casa a casa e distribuiamo l’aiuto personalmente. È la parte più dura. Alla fine della giornata siamo completamente esausti.

Nonostante che sia domenica, presto abbiamo trovato Irina Arkhipova, vicecapo del consiglio rurale, – tutti i numeri telefonici sono appesi al portone del consiglio. Mentre la aspettavamo, ci avvicinavano degli abitanti. Abbiamo parlato con loro.

– Eravate qui d’inverno?

– Eravamo qui. Fa paura ricordare. Qui si trovava la guardia nazionale. Rapinavano, saccheggiavano. Versavano gasolio nei pozzi.

– Perché?

– Ma questo è ancora niente. Chiedete alla gente, qualsiasi persona potrà confermare. Facevano uscire di casa le persone e le mettevano davanti a loro come uno scudo umano. Loro invece andavano dietro con le macchine. Avanti portavano gli anziani e le donne, queste carogne.

– Tutti erano così?

– No, i militari di leva di solito sono normali. Ma i battaglioni…. Non ne parlerò. Sono stati catturati i militari delle forze armate ucraine – dicono che non possono sparare – dietro ci sono delle truppe di blocco…

Dello scudo umano e della acqua avvelenata ho sentito da tante persone.

Appena arrivata, Irina ha controllato la banca dati nel computer e ha scelto le persone che hanno bisogno dell’aiuto. Ci ha accompagnati dappertutto, anche se era il suo giorno libero.

– Adesso molti stanno tornando. D’inverno, di 6000 famiglie ne sono rimaste 1300.

– E adesso?

– Circa 2500.

– Lei era qui d’inverno?

– Sì. Ma non ne voglio parlare, scusatemi.

 

Molochek Galina vicino alla sua casa. Ex-casa…

Sapete, è una sensazione molto strana vedere una persona accanto o dentro la propria casa distrutta. È sempre perplessa, è difficile spiegare questa sensazione. Non è né risentimento, né rabbia. È difficile comprendere. Ecco hai tutto e ad un tratto sei buttato fuori, sei privato di tutto ciò: foto, regali, anelli della nonna, disegni dei bambini…

Solo un attimo. E sei da solo con questa realtà. Senza niente.

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Adesso Galina vive dai vicini…

 

Bodnar Valentina vive dal figlio, attraverso la strada. È disabile, senza aiuto non ce la fa. Lei sorride sempre e non si lamenta mai. Ma gli occhi.. Gli occhi non ingannano.

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Quasi tutti coloro che abbiamo visitato, chiedevano cartone bitumato ed altri materiali di costruzione.

– Per riparare le case.. Almeno il tetto, poi il resto già piano piano… Ma senza tetto non si può fare nulla.

 

Nelia ha due invalidi a suo carico. Lei lavora a Debaltsevo, ma lo stipendio non arriva. Sua madre è stata ferita con una scheggia, adesso è allettata, il suo stato è molto grave. Praticamente non riprende conoscenza.

– Da noi vivevano quelli della guardia nazionale. Prima di andarsene hanno messo delle trappole esplosive. Vedete lo scantinato? Era qui. I nostri ragazzi poi le hanno tolte… Fa paura ricordare, scusate.

 

In quasi tutte le case che abbiamo visitato la gente non vuole ricordare. Ma è solo all’inizio. E poi… poi ci dispiace che abbiamo chiesto…

Non riesco a togliermi dal pensiero questo scantinato. Ma perché?

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5 giugno 2015



Sulle rovine della vita

Altre case, altre lacrime…

Riabtseva Tatiana

– il 20 agosto, alle 4 di mattina. Appena-appena sono scesa nella cantina.

È rimasta senza casa, vive dai vicini.

Il figlio si è impiccato quest’inverno. Lavoro non c’è.

Vive solo grazie all’orto e agli aiuti umanitari.

 

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Elena, capo del consiglio rurale di Georgievka racconta:

– Era un uomo normale, non beveva, tutto a posto. Nessuno capisce perché l’ha fatto. Probabilmente non ce la faceva più a soffrire.

Tatiana ogni giorno torna alla sua casa. Alle rovine.

– Andiamo, è qui vicino. Vi faccio vedere. Ho un orto lì!

Con cautela apre il cancello, come se qualcuno fosse a casa. Apre la porta e si ferma sulle rovine della sua vita…

 

Kudriashova Maria, nata nel 1941.

La casa è distrutta. Un missile è arrivato proprio sotto la finestra.

– All’inizio nemmeno ho capito che è successo. Sembrava che qualcosa mi avesse tagliato sulle gambe.

– Schegge?

– Sì, 5 sono rimaste dentro, non sono riusciti a toglierle. Il dolore è insopportabile…

 

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Maria vive dalla nipote, sempre lì, a Georgievka.

La figlia è stata investita da una macchina. È rimasto un nipote.

 

Vilkhovchenko Galina, nata nel 1939. Non si alza.

 

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Vive con la figlia. Gli uomini a casa non ci sono, come non ci sono dei bambini…

Lavoro non c’è…

 

Golubova Maria.

La sua figlia, di 50 anni, è morta quando sono finiti i bombardamenti, il 2 settembre 2014. Il cuore.

Maria non ce la fa nemmeno a tenere dritta la schiena. Cammina a malapena. Non ha nipoti. Ha a suo carico il marito Aleksej, allettato. Lo cura da sola.

 

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L’aiuta la sua nipote che anche vive a Georgievka.

All’inizio Maria non ha capito che abbiamo portato gli aiuti. Ma quando a capito, si è messa a piangere.

– Pannoloni, pannolini ce l’avete?

Maria Egorovna, ci dispiace, non abbiamo preso dei pannoloni, non sapevamo…

Ma li porteremo, lo prometto.

1 giugno 2015



Liuba! Andriuscia!

– “Liuba, Andriuscia, Liuba, Andriuscia!” – grido io. E io stessa già sto a casa con le gambe rotte. I vicini sono venuti e dicono “Sono già morti.”

A Strelkova Raisa è rimasto vivo solo il secondo nipote.

Metà della casa è distrutta.

Piange tutti i giorni.

 

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La prima cosa che abbiamo sentito quando siamo scesi dalla macchina a Georgievka è stata:

– Avete portato i figli?

Poi si ferma di botto.

All’ingresso si mette a piangere.

– Proprio qui sono stati uccisi.

Indica un posto vicino a me. Piange, piange sempre.

In quel momento ho capito che significa la domanda sui figli.

Mi sono spaventata.

Per tre giorni i corpi di sua figlia 41enne e di suo nipote 21enne sono rimasti vicino all’ingresso, mentre Raisa Ivanovna era in ospedale a Lugansk a causa della contusione. Poi li hanno sepolti nell’orto, perché portarli al cimitero non era possibile.

Il posto di sepoltura lo hanno cambiato dopo.

Metà della casa è distrutta, ma un muro sono riusciti a ricostruirlo con l’aiuto dei vicini…

 

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Ho smesso di piangere e innervosirmi.

A volta mi sembra che mi sono trasformata in uno scoglio di cemento armato, che non può essere commosso con niente. Perché storie del genere sono diventate parte della mia vita. Quante ne abbiamo sentite, portando l’aiuto umanitario porta per porta, villaggio per villaggio di Donbass?

Ma è un’illusione.

Sto scrivendo queste righe e mi sembra che sia estate e sono insieme a Raisa Ivanovna durante un bombardamento. E sento:

– Liuba, Andriuscia, Liuba Andriuscia!

28 maggio 2015



Perché?

In ogni villaggio, in ogni città del Donbass dove abbiamo portato gli aiuti – e noi li distribuiamo in maniera mirata, per case, appartamenti, rifugi, mense sociali – sentiamo tantissime storie. Prima la gente si sente imbarazzata, quando entriamo, ma poi la barriera si rompe. Iniziano a raccontare e raccontare. I racconti si ripetono. Non mi sorprendono più. Solo che per molte persone tutti questi racconti sono come prima “non veri”, sono delle “distorsioni”, sono la propaganda della TV russa.

Ecco a voi le storie raccontate dai civili. Ed ecco a voi i fatti presentati dagli ufficiali locali e dagli impiegati del comando di presidio delle città.

Dappertutto, sentite? Dappertutto dove siamo stati ci raccontavano che quando la guardia nazionale e le forze armate ucraine entravano in un paese, loro colpivano con precisione chirurgica l’infrastruttura, distruggendola.

Forza, raccontate che stavano difendendo la loro terra dagli invasori russi…

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Georgievka:

Gli unici 2 asili, “Kolossok” e “Beriozka”, e le 2 scuole sono stati distrutti. L’edificio del consiglio rurale è stato bombardato con dei colpi mirati di proiettili incendiari. Ciò è stato raccontato al capo consiglio Elena Nikitina dagli esperti.

Ex-consiglio rurale di Georgievka.

 

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La fabbrica di lavorazione del pesce è stata bombardata.

Nell’officina che produce tegole in metallo i macchinari sono stati distrutti dai mitra.

Il mobilificio è distrutto, tutti i macchinari sono stati portati via e tutto ciò che non sono riusciti ad avviare è stato bruciato.

La fabbrica di metalloplastica è stata distrutta. I carri armati hanno schiacciato i gasdotti. Quando gli chiedevano perché, rispondevano: “non ne abbiamo bisogno”.

Nessuno capisce perché un carro armato ha distrutto un’area giochi per bambini.

Da diverse persone, ho sentito che i militari della guardia nazionale dicevano agli abitanti: “le nostre rimesse sono meglio delle vostre case”, “perché siete così poveri?” Elena Nikitina: “Non capiscono proprio dove combattono”.

Da Novosvetlovka il battaglione “Aidar” portava via la roba dalle case con dei camion. Una delle donne ha raccontato che dalla sua casa hanno portato via tutto, persino i cucchiai. Parlare delle distruzioni di Kryashchevatoe e di Novosvetlovka fa paura. Intere strade sono ridotte in rovine. Radunavano le persone in un posto e andavano per le case a saccheggiare.

Di Pervomajsk ho raccontato già in precedenza.

Ospedale N.2 di Pervomajsk

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Scuola N. 1, Pervomajsk (Il buco dov’era la lavagna è già stato sistemato…)

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Quasi tutti gli edifici della città sono stati colpiti. Molti sono completamente distrutti.

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Vicino a tutti questi edifici distrutti non c’erano quasi mai delle unità militari. Cioè, questi edifici sono stati colpiti apposta, per distruggere l’infrastruttura della città. Bombardavano miratamente ospedali, scuole, asili, stazioni di distribuzione del gas.

A Chernukhino sono stati avvelenati quasi tutti i pozzi dell’acqua potabile. I militari “versavano dentro il gasolio”, come raccontava gli abitanti.

– Dio mio, ma perché?

– E chi lo sa?

Ditemi, perché, perché bombardare il Centro Geriatrico di Lugansk per i veterani di guerra e del lavoro dove vivono 250 anziani, di cui 170 allettati – è fisicamente impossibile evacuare queste persone?

Il centro è posizionato in mezzo a un bosco, non c’è stata mai nessuna unità militare nelle sue vicinanze per giustificare il bombardamento.

Perché avvelenare i pozzi, schiacciare con i carri armati i parchi giochi, colpire ospedali e asili??

PERCHÉ?

Contro chi combattono?

 

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26 maggio 2015



Padri e figli

Zia Galia è famosa. Lei e la sua casa erano in TV.

Ma che sto dicendo?

In TV hanno fatto vedere decine di case del suo villaggio. Quando entri in Chernukhino oggi è tutto verde, tutto in fiore. E dietro gli alberi si nascondono le rovine. E queste rovine non si vedono. Sembra che la situazione non sia tanto brutta. È surreale.

Chernukhino è diventato famoso in tutto il mondo quest’inverno. È vicino a Debaltsevo – devo aggiungere altro?

Ma non intendevo di parlare di questo, ma di zia Galia.

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Zia Galia scende le scale della sua casa con fatica.

Al posto di un corrimano c’è una tavola di legno fragile. Appoggiarsi fa paura.

-Zia Galia, dove appoggiare gli aiuti?

La donna anziana è completamente perplessa. Lo sguardo vaga, inciampandosi dappertutto.

La casa è distrutta, mancano i pezzi del tetto. Scalda col carbone.

– Ragazzi, si può trovare del cartone bitumato o qualcos’altro per il tetto? Potete chiedere ai vostri capi?

– Non siamo una fondazione, raccogliamo l’aiuto da soli. Materiali di costruzione non ce l’abbiamo. Ma cercheremo di trovare. Lei ha dei figli?

– Uno è morto, ancora prima di tutti gli avvenimenti.

– E l’altro?

– Lui è lontano, a Pavlovograd.

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– Aiuta?

– Come? C’è guerra.

– Non ha mai passato niente con nessuno?

La donna tace. Mi vergogno. Ho paura di fare altre domande, e lei mi sta accanto e si vede che rifiuta di credere quello che sta succedendo.

Stringo i pugni. Lontano. Guerra. Ma porca miseria, è tua madre!

– Nemmeno una volta. Ma non gli lasceranno passare. E poi è pericoloso. Come farà a spedire?

Zia Galia, non posso dirle in faccia ciò che penso. Va bene, che sia così – è lontano, c’è la guerra, non ce la fa a spedire.

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Attraverso la strada vive nonna Zoia.

Ha 83 anni e vive da sola. La viene a trovare la sorella minore e spesso litigano. Dai suoi vicini so che la sua figlia vive all’estero.

Nonna Zoia cammina con difficoltà. Abbiamo impiegato parecchi minuti per passare dal cancello alla sua cucina per lasciare le borse con l’aiuto. Cammina con l’aiuto di due bastoni. La casa è piuttosto sporca, perché le forze per pulire non le ha…

– Nonna Zoia, e la figlia dove abita?

– Non mi ricordo. All’estero.

– Aiuta? Manda i soldi, la roba?

– Macché! Certo che no. Lei è lontano, qui c’è la guerra, è difficile!

– E passare con un’occasione? Tramite qualcuno?

Mi fermo. Perché l’ho chiesto?

Ma nonna Zoia non è imbarazzata. Lei in generale è una donna molto positiva e sorridente:

– Macché! Lei è molto lontano. Però mi ha visto in TV. Mi ha chiamato e detto: “Mamma, ti ho visto!”

Potete immaginare che cosa ha visto in TV? Non voglio ricordarvi gli eventi a causa dei quali facevano vedere Chernukhino in televisione. Corridoi di persone – “la via della vita”, bombardamenti continui, gli scheletri delle case abitate… E tante persone uccise. Cargo 200, come dicono i militari.

Quando stavamo per andare via, nonna Zoia si ricorda:

– Ecco, vive a Canada!

– Ha dei figli?

– Certo, ho una nipote. Anche lei vive là.

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Spesso i vecchi non se ne vanno e i figli non riescono a portali via per la loro svogliatezza di lasciare i luoghi nativi, ma i figli comunque aiutano lo stesso. Ho degli amici a Lugansk che non sono andati via solo per l’ostinazione dei genitori. Ci sono tante storie diverse.

Ma anche le storie come queste di zia Galia e di nonna Zoia sono tante, storie di genitori

che sono rimasti da soli, abbandonati dai propri figli in mezzo a questo inferno.

Loro fanno fatica a camminare, non hanno quasi nulla. A loro portano il cibo delle persone estranee, come noi, che nonostante tutto sono riuscite a passare. Che non ricevono nessun ricompenso per quello che fanno. Che hanno a case tantissimi problemi loro, le loro famiglie-, figli che vanno a scuola, genitori anziani, malati.

Smettete di dire delle bugie a voi stessi. I vostri genitori pensano solo a voi. Siete la loro vita.

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24 maggio 2015



14 agosto 2014

Ieri abbiamo portato gli aiuti a Georgievka.

Le storie sono troppe, persino per me.

Ma una mi ha lasciata particolarmente impressionata.

Mi ha colpito così tanto che l’ho scritta quasi subito. Sebbene quando stavamo là, nel villaggio, non ho capito niente. Questa storia mi ha trovato di notte. Yulia, Nastia, sono ad un tratto venute da me e si sono fermate di fronte ai miei occhi. Non ho dormito più.

– Quante persone c’erano?

Nastia risponde con una voce d’acciaio, senza lacrime, senza lagne e sentimenti, benché abbia solo 16 anni:

– Nove. 6 missili sono caduti prima. I miei due cugini sono stati uccisi subito.

Nastia guarda senza batter ciglio. La sua zia che d’estate è rimasta senza casa a Khryashchevatoe e senza figlio:

– Nastia era in pieno conoscimento, quando è successo tutto ciò. Stavo sdraiata vicino e ho visto tutto.

 

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Nastia è capitata sotto un bombardamento, con i Grad, per strada il 10 agosto nel villaggio Yasnoe. Sotto i suoi occhi sono stati uccisi quasi tutti quelli che erano accanto a lei, inclusi due cugini. Lei stessa è stata colpita con delle schegge – la pancia, la spalla, le gambe. Una parte delle schegge sono state tolte, altre continuano a vivere nel suo corpo.

Lei stava per terra e vedeva come cadevano dei Grad. I missili arrivavano ed esplodevano.

Stava accanto ai corpi dei cugini.

È possibile comprenderlo? Nello stesso villaggio un uomo si è suicidato, schiacciato dalla morte dei suoi cari.

E lei ricorda tutto fino all’ultimo particolare.

Questa ragazzina è più matura di tanti miei coetanei. Non ho mai visto in nessuna persona una tale forza. Le sue parole tagliano e arrivano alle ossa. Non si vede nemmeno una lacrima, niente. Solo una forte convinzione nelle parole.

La zia la spinge:

– Fai vedere le ferite.

Mi sento imbarazzata. Nastia, con la stessa voce d’acciaio, come se lo facesse tutti i giorni:

“Non fa niente. Quando stavo all’ospedale a Kharkov, mi hanno fatto un video. Ho raccontato le stesse cose. Non mi importa. Dopo lo trasmettevano in TV”.

Nastia spoglia diverse parti del corpo. Non riesco a resistere. Mi sento una giornalista in ricerca di uno scandalo, pronta di oltrepassare qualsiasi limite per una sensazione. Faccio tante foto. E poi mi vergogno. E a Nastia non importa niente. Mi guarda senza nessun’emozione: Quante altre persone – giornalisti, osservatori dell’OSCE, semplici sfaccendati – le domandavano le stesse cose?

Non le importa niente. Tutti vengono per una sensazione, per uno scatto. E Lei se ne infischia.

 

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Accanto c’è Yulia, mamma di due bambini. La sua treccia è così folta, che chiunque ne sarebbe invidioso.

Yulia è scappata insieme col marito e figli da Georgievka, quando stavano bombardando l’aeroporto – è molto vicino. Suo marito è stato ucciso accanto a Nastia, quando si sono trasferiti da Georgievka a Yasnoe.

Ha una voce molto dolce, sorride. È così giovane e bella.

Posso fare una foto della tua treccia?

Ho voglia di darle subito del tu, la voglio abbracciare, coccolare, fare con lei una chiacchierata. Un attimo, aspetti. Queste lacrime…

 

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Siamo venuti qui da loro, perché erano nella lista dei bisognosi che ci ha dato il capo consiglio rurale.

Vi sono famiglie diverse. Ci sono delle nonne che subito si mettono a piangere. Qualcuno di loro lo fa davvero per gratitudine e dolore. Qualcuno invece piange, cercando di farci impietosire. Iniziano a lamentarsi, a pigolare. Sebbene a volte a casa di questi “piagnucoloni” si vedono delle provviste e in generale non stanno così male, rispetto agli altri.

Nella famiglia Dovtiuk tutto è diverso.

Quando siamo venuti tutti sorridevano. Non sapevamo nulla della loro storia e ridevamo insieme a loro e loro ci ringraziavano.

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E poi ho iniziato a fare delle domande.

Rimma Nikolaevna quasi subito ha tirato fuori le foto del figlio e del nipote.

Nastia subito è diventata triste. Penso che nella sua testa girava :”Ecco, di nuovo”.

 

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Nastia, Yulia, non avrei mai fatto questo, non avevo l’intenzione di tirare fuori il passato, il dolore. Queste foto. Questi video.

Ogni volta quando entriamo in una casa e sentiamo queste storie, sento una forte vergogna. Come se passasi con degli stivaloni sporchi sopra qualcosa del sacro.

Ma purtroppo la realtà è che senza queste foto e video non riuscirò a portarvi alto aiuto, ancora e ancora.

17 maggio 2015



Brutte notizie. Lugansk

Bajdushev Emeljan Vasilyevich, al quale a marzo abbiamo portato una sedia a rotelle e dei prodotti alimentari, è venuto a mancare.

D’estate, la sua casa a Khryashchvatoe, è stata completamente distrutta. Per fortuna lui si trovava in quel momento insieme a sua moglie nell’orto. Questo gli ha salvato la vita. Ma è stato ferito dalle schegge – la gamba è tutta coperta di ferite. L’icore trasudava sempre e le ferite non guarivano – perché non si asciugavano. Soffriva dei dolori terribili, ma non c’erano dei soldi per le medicine.

Sua moglie ha perso due sorelle, una di esse è stata uccisa sul posto – con un colpo di mortaio, nell’orto, durante il bombardamento del villaggio. Il suo corpo è rimasto nell’orto per un mese e mezzo, finché la linea di fuoco non si è allontanata dal villaggio. Non potevano nemmeno seppellirla durante questo inferno. La seconda sorella è morta d’infarto il primo giorno della tregua.
Adesso Klavdia Mikhaylovna è rimasta da sola, vive in una casa collettiva a Lugansk.
Comprendere questo è impossibile. Il cervello rifiuta di capire.

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C’è un’altra notizia… Durante il viaggio precedente, in aprile, a Khryashchevatoe, abbiamo conosciuto Sergey Vladimirovich Kutsenko, che abbiamo aiutato con gli alimentari e con le stampelle. Una persona molto solare, forte e resistente. A Mosca abbiamo già iniziato a raccogliere per lui le medicine, i vestiti, il necessario per vivere.

Ieri Zhenya, il mio collega e amico di Lugansk, è passato a trovarlo e lasciargli dei generi alimentari. Soffre di poliartrite progressiva, cammina con grandi difficoltà. La sua casa è stata completamente distrutta d’estate durante un bombardamento. Vive in una baracca, senza luce, senza acqua e senza gas. Ogni passeggiata per lui è una tortura, perché la strada è piena di buche, affossature. I vicini gli portano l’acqua, ma le condizioni generali sono insopportabili.
È solo, non ha nessuno. Ecco cosa mi ha scritto ieri Zhenya:
“L’altro ieri è caduto dallo scalino d’ingresso (si regge in piedi con difficoltà) e, disgraziatamente, si è rotto la gamba. Frattura aperta. L’osso sporge dall’anca. La sua baracca è senza luce da 9 mesi e mezzo. Il cellulare è completamente scarico. Non poteva chiamare nessuno, a malapena ha strisciato nella camera… È rimasto lì per 24 (!) ore finché non è stato trovato. I medici hanno fatto tutto il possibile, adesso è in terapia intensiva. L’abbiamo visitato, abbiamo parlato con i medici. Hanno detto che nell’arco di dieci giorni sarà chiaro se sarà possibile salvare la gamba o no. È stato danneggiato un ganglio e dei vasi particolari (non mi ricordo il nome). Ho lasciato il mio numero, ho chiesto di chiamare se serve qualcosa…”
I ragazzi dicono che quando ha sentito di me, si è messo a sorridere. Nonostante i dolori…
Per adesso i medici dicono che la possibilità di amputazione è del cinquanta per cento.
Come mai, Sergey Vladimirovich?

Porteremo tutto che serve, la prego di resistere!

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Da solo

Kutsenko Sergey Vladimirovich.

La sua casa è stata completamente distrutta già in agosto durante un tiro d’artiglieria. Non ha una famiglia, vive da solo in una baracca…

Le ragazze del consiglio rurale di Khryashchevatoe ci aiutavano a distribuire gli aiuti umanitari.

– Sta male da tanto tempo, qualcosa con le gambe. Sarà cancrena o qualcosa del genere. Non lo so.

Arriviamo a una casa a un piano, ma non lo troviamo.

– Non sarà lontano.

Sergey Vladimirovich stava camminando con una stampella, rotta e fissata con il nastro adesivo. Stava camminando a malapena – dappertutto ci sono dei sassi, delle buche, le gambe gli cedono. Anche la stampella si reggeva a malapena e si piegava.

E nel villaggio non c’era né elettricità, né acqua.

Non so perché, ma mi ha colpito tanto.

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Proprio lui.

Quando ero piccola, adoravo gli uomini con baffi. Papà non portava mai i baffi. A me invece piacevano tantissimo. Ho sempre desiderato che lui li avesse. Mi ricordo il giovane padre di una mia amica, con i baffi, – lo adoravo. Tutti mi prendevano in giro.

Quando ho visto Sergey Vladimirovich, dentro tutto è andato sottosopra. Era qualcosa da quei tempi. Dai ricordi dell’infanzia. Proprio quelle sensazioni dal passato.

L’abbiamo visitato per ultimo – dopo tanti anziani, disabili, dopo tante storie terrificanti. Ma proprio lui mi si è impresso nella memoria in un modo particolare.

Ha uno sguardo meraviglioso – forte, d’acciaio. Non suscita pietà. Ma il cuore si stringe.

Una stanzetta piccola. Un letto, 2 sedie, un tavolo…

– Scusate il disordine, vita da scapolo.

E sorride – ha un sorriso affascinante. Cammina a malapena, le gambe gli cedono. E si preoccupa per il disordine.

Vive da solo, cucina per sé stesso. I vicini gli portano l’acqua.

Passa sempre più tempo a letto – ha dei dolori fortissimi.

La stanza è ordinata, quasi tutto sta al suo posto. Accanto al letto c’è una stufetta con la teiera sopra…

– Posso fotografarla?

Sergey Vladimirovich tira fuori un pettine – attaccato a una barretta di legno, probabilmente così gli è più facile usarlo…

-Che cos’ha alle gambe?

– Poliartrite progressiva. L’ho trascurata. Ha iniziato già negli anni 90.

Ci osserva.

– Ecco, bisogna prendersi cura della salute da giovani. Da dove siete venuti, ragazzi?

– Da Mosca.

– Ho fatto lì il servizio militare, in un reggimento carrista. Eh, Mosca…

E sorride.

Ah sapete, ha un certo orgoglio. Alcune nonne iniziano a piangere, spesso apposta, cercando di far impietosire.

Sergey Vladimirovich è fatto di un altra pasta. La sua gratitudine è diversa, è così sincera e genuina, che ti stringe il cuore.

Voleva assolutamente accompagnarci, voleva venire con noi. Ma per lui è un dolore insopportabile, è molto pesante. E poi quella maledetta stampella.

– Sergey Vladimirovich, verremo ancora a trovarla.

Quando siamo tornati a casa, ho iniziato subito a raccontare di lui, con eccitazione. Insieme a noi a casa di Zhenya c’era Galya Sozanchuk, un’eroina, una giornalista, la quale, come me, raccoglie gli aiuti tramite reti sociali, in particolare- tramite Facebook, e poi da sola li porta nel Donbass. Si può dire che siamo colleghe. Galya, ti ringrazio di cuore!

Galya ha reagito subito.

– Ho delle stampelle, qualcuno a Mosca le ha portate.

Il giorno seguente siamo venuti da Sergey Vladimirovich con le nuove stampelle e con due sacchi di cibo.

– Ho un livello di adrenalina, figliola… non so nemmeno come spiegare…

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Vive in condizioni davvero difficili, ha bisogno delle terapie e delle medicine. Lo verremo a visitare ancora e cercheremo di aiutarlo non sono con gli alimentari, ma anche migliorando le sue condizioni di vita. Perché ha perso tutto e vive completamente da solo.



La gioia di aiutare

-Dunja, ti abbiamo portato una pacchetto per Olia, c’è una lettera dentro.A casa nostra tutto è sottosopra: sacchi dei vestiti, montagne di pannolini fino al soffitto, scatole di latte artificiale, omogeneizzati. Sedie a rotelle, passeggini.

In fretta ho messo da parte il pacchetto, senza capire per bene a chi è destinata. E più tardi l’ho aperto e ho letto la lettera.

Olia è una bambina che vive in un rifugio di Pervomajsk. Ha 9 anni e scrive delle poesie sulla guerra e sulla sua vita nella città assediata. Ci ha regalato il quaderno dove scriveva e ci ha permesso a pubblicare i suoi lavori.


La scatola è piena di dolci – caramelle, cacao, cioccolato. C’è anche un quaderno e una penna – l’attrezzatura del poeta. Più la lettera.

Darja che ha portato il pacco lavora nel museo Lev Tolstoj. È stato il museo a raccogliere i regali per la bambina.

– È tutto quello che siamo riusciti a raccogliere. Abbiamo saputo troppo tardi e voi già state per partire…

Darja ha scritto a Olia come a un vero poeta. Capite? È stato un messaggio a uno scrittore, a una collega.

La leggevo e il mio sorriso diventava sempre più largo.

Alla lettera ha allegato i racconti del suo figlio di dieci anni, Ivan.

– Magari Olia gli scriverà una lettera? Lui scrive e ha già delle pubblicazioni. Magari potranno scambiare delle lettere.


Al rifugio dove vive Olia noi andavamo sotto la pioggia, ma lei non c’era e siamo andati per le vie a cercarla. Finalmente l’abbiamo vista – una bambina piccola e bella, sorridente, con una grossa borsa sportiva.

– Olia, questo è per te, una regalo da Mosca, dal museo Lev Tolstoj. Tu sai chi era Tolstoj?

Abbassa gli occhi, intimidita.

– Non lo so.

– Era una grande scrittore russo. Uno dei più grandi. Questo pacco è arrivato da Mosca specialmente per te. Lì hanno letto le tue poesie. E ti hanno scritto una lettera.

Olia era perplessa, ma il sorriso non le andava via.

Le abbiamo raccontato del museo, di Darja e del suo figlio Ivan. Stavamo sotto la pioggia e ridevamo. Lei stringeva il suo pacco come un pregio sacro.

Le storie come questa, alle quali ho contribuito, mi rendono molto felice. Sapete che gioia è aiutare gli altri?

Ovviamente a tutti i bambini del rifugio abbiamo portato dei regali – giochi e dolci.

La bambina a sinistra, nella foto sotto, si chiama Cristina. Recentemente le è stata diagnosticata una forma difficile di diabete e lei vive a Lugansk. Negli ultimi 7 mesi i suoi genitori hanno ricevuto come stipendio solo 1000 hrivne (meno di 40 euro – NdT). Lei riceve l’insulina, ma nel resto del Donbass ci sono tanti problemi. Ha bisogno delle strisce reattive per misurare la glicemia.

Dopo che ho pubblicato un post su Cristina, ho ricevuto tantissimi aiuti – una scatola piena di glucometri e penne per il trattamento del diabete, una scatola di aghi, un pacco di strisce reattive di diversi marchi, l’insulina. Abbiamo dato alla bambina tutto ciò di cui aveva bisogno.

Anche quello che è rimasto lo daremo a chi ne ha bisogno. Ci siamo messi in contatto con l’associazione dei diabetici a Lugansk e abbiamo richiesto una lista delle persone più bisognose. Non abbiamo intenzione di dare le medicine a tutti, ma le vogliamo distribuire tra quelli che hanno la situazione più grave. Grazie a tutti coloro che hanno contribuito alla raccolta. Avete aiutato tante persone. Non smetto di ripetere – quanta felicità aiutare gli altri!


10-11 aprile 2015



Sopravvivere a un’altra guerra

Kozlov Nikolaj Ivanovich.La sua casa è completamente distrutta. E’ rimasta solo l’armatura dei muri.

Il 14 agosto ha perso un braccio, per colpa delle schegge.

Alla Nikolaevna, sua moglie, sta seduta accanto a lui sulla panchina e mette una mano sulla sua gamba. Lo fa automaticamente, cercando il suo palmo per coprirlo con la propria mano, per accarezzarlo.

Ma il palmo non c’è. Perplessa, lei toglie la mano e rimette di nuovo, come se tentasse di trovarlo…

Alla Nikolaevna ricorda tutto, fino al più minuscolo dettaglio. Non ha dimenticato nulla.

Gli scontri sono iniziati il 13 agosto. In ogni via del loro paese nativo, Khryashchevatoe, c’erano 5 carri armati. I vecchi sanno distinguere i Grad dagli obici e dai mortai. Lo fanno a seconda del suono, dal tipo del missile e dai colpi…

Nel Donbass pure bambini sanno queste cose.

– I carri arrivano. Così abbiamo capito – è la fine.

<…>

Vivono dai vicini – la loro casa è rimasta intera e i padroni invece sono andati in Russia, dai figli, e hanno invitato i Kozlov a vivere lì.

Anche i loro figli vivono qui, a Khryashchevatoe. Non ci sono stipendi, non ci sono pensioni. Sopravvivono a malapena.

Abbiamo portato a loro dell’aiuto umanitario, cercando di sostenerli in qualche modo.

Alla Nikolaevna ha problemi di pressione e Nikolaj Ivanovich soffre dei dolori forti. Quasi non dorme.

I soldi per le medicine non ce li hanno.

– Questa è la nostra seconda guerra…

Questo è tutto che è rimasto dalla casa dei Kozlov. Dalla vita precedente non è rimasto niente. Né le cose, né le foto.

Il paese di Luganskaya, dove sono le truppe ucraine e la guardia nazionale, dista 15-20 km da Khryashchevatoe.

Il Donbass resta immobile in attesa. Nessuno crede nella tregua. Per tutti è solo questione del tempo:

– Che dicono a Mosca? Quando?

La domanda – sarà o non sarà – per loro ormai è decisiva.

8 aprile 2015