Tregua sanguinosa

Nella piazza centrale di Pervomajsk il numero dei missili raccolti è raddoppiato dal nostro viaggio precedente. (gli abitanti portano i proiettili e missili che trovano al monumento di Lenin nella piazza centrale come un ricordo di quello che ha subito la città- NdT)

È solo una piccola parte di tutti i missili che hanno colpito la città.

Sasha, un ragazzo dal comando di presidio, commenta passando:

– Molti sono arrivati stanotte…

– Ma la tregua non è iniziata a mezzanotte?

– Proprio 5 minuti prima (di mezzanotte) hanno “arato” metà del centro della città con i Grad… Probabilmente stavano festeggiando la tregua. Bombardavano fino alle tre di notte dalla gioia.

Nella lontananza si sente il rumore dei colpi.


– Il calderone (Debaltsevo, NdT) sta bollendo. Bombardano principalmente lì.

Ci sono rumori diversi, da forti e sibilanti a bassissimi come se dei giganti facessero cadere per terra un sacco di farina.

In città quasi non c’è gente. C’è un vuoto che risuona. Si sentono solo esplosioni, esplosioni, esplosioni.

Ogni 5 minuti si sentono i tuoni da qualche parte. La città sembra morta e riprende solo durante la distribuzione del cibo. La gente si raduna e poi si sfolla di nuovo.

La città vive in questo stato ormai da più di sei mesi. Sotto un bombardamento continuo.

La casa vicino alla piazza centrale è stata bombardata qualche giorno fa.


Portiamo gli aiuti umanitari per i rifugi.

Di giorno la gente va a casa e di notte dorme nei sotterranei. E chi è rimasto senza tetto vive lì. Alcune persone non escono dai rifugi da mesi. Perché hanno paura. Hanno paura persino di andare a fare la spesa. Molti sono stati colpiti così dai missili o dalle schegge, quando sono saliti fuori per pochi minuti. Alcuni sono ormai stanchi e dormono a casa propria: “Se sono destinato a morire, morirò. È Dio che lo vuole.”

Avviciniamo il rifugio di una fabbrica. A pochi metri dall’ingresso c’è un buco lasciato da un Grad.

– È arrivato stanotte. Il missile è stato già estratto.

Tatjana Leonidovna, la responsabile del rifugio, ci indica la strada e ci accompagna per i corridoi lunghi del rifugio. Ci sono tantissime camere, vicoli, corridoi. Come se fossimo nella tana di un hobbit, solo che invece delle stanzette accoglienti ci incontrano degli spazi umidi, molti sono senza luce.

Qui ci sono circa 150 persone, 18 di loro sono bambini.

– Posso fare delle foto?

Le persone acconsentono, con dei gesti indifferenti.

La maggior parte di loro sono anziani.

Ci vengono spesso a trovare dei giornalisti, l’OSCE, gli stranieri. Fanno una escursione… E che senso fa? Vengono, fanno delle foto e spariscono. Voi invece avete portato degli aiuti.

Tatjana Leonidovna si mette a piangere e mi abbraccia. Con dolcezza, come una mamma.

– Grazie, cari miei, grazie che vi ricordate di noi. Grazie.


– Grazie a voi…

– Sono un medico, terapeuta. Il mio appartamento si affacciava su via Popasnaja. Sulla linea del fuoco. Adesso è appeso nell’aria… La mia casa…


Andiamo avanti, nel rifugio successivo. È più piccolo, la luce qui non c’è per niente. Qui vivono circa 35 persone.

Proseguiamo con le torce nel buio. L’umidità è fortissima. Andiamo verso una luce debole.

– Posso fotografarvi?

Un gruppo di donne anziane sogghignano.

– I nostri saluti a tutti.

– A chi?

– Ma a tutti quanti. A Ljashko e tutta quella banda di feccia nella Rada. Che sappiano che siamo tanti. Non riusciranno a uccidere tutti.

Il gruppo si è radunato attorno l’unica candela nella camera. Risparmiano il più possibile.

– Vi abbiamo portato aiuti. Da Mosca.

– Non avete paura di venire da noi?

– Eccome no.

– Bravi, grazie. Molti hanno paura.

Spazi enormi, soffitti altissimi, umidità. E gente persa in queste catacombe.


Il rifugio successivo è pieno di bambini. Sono tanti e corrono senza sosta.

Zheka sussurra:

– Vivono qui già da sei mesi. Sono rimasti senza un tetto. Adesso la loro casa è questo posto…

E noi, come deficienti, abbiamo scordato le caramelle. Femmine e maschi, tutti bellissimi. Il cuore si spezza…

Ovviamente, come sempre, ci sono tante lacrime. Sempre il dolore, sempre la gratitudine.

– Di recente sono venuti da Novgorod, Grazie che non ci dimenticate, che ci ricordate…

Hanno raccontato che un signore di Tjumen con la propria macchina ha raccolto insieme con i suoi amici del cibo e l’ha portato fino al Donbass. (Tjumen è una città in Siberia, più di 1700 km da Mosca – NdT)

Sento una vergogna indescrivibile. Che sto a posto, che tutti mi ringraziano, accarezzano i miei capelli, baciano, abbracciano. Come se fossi un parente vicino… Non è solo vergogna, ma anche un dolore straziante e un forte senso di colpa.

Abbiamo portato 2,5 tonnellate di alimentari a Pervomajsk e quando abbiamo diviso tra mense e rifugi ci siamo resi conto che diamo molto poco. Pochissimo.

Da loro vengono dei giornalisti. Filmano, esprimono il loro dispiacere con degli “Ah!” e “Oh!”, come con degli aborigeni. Fanno le foto e poi se ne vanno. E loro rimangono così.

In ogni sotterraneo la prima reazione al nostro arrivo era :”Ecco, di nuovo sono venuti a filmare”, ma quando vedono gli aiuti piangono…

post 17 02 7

– La tregua. Tutta la notte facevano la tregua. Oddio, ma quando finirà? Quando? Ma siamo uomini. Non lo sanno?

Ancora più spesso si può sentire la rabbia e condanne:

– Dannata tregua. Non ci crediamo. Loro allungano la presa in giro. L’abbiamo già visto, sappiamo come funziona.

Sempre chiedo perché non vanno via. Ormai non so nemmeno perché lo chiedo. Le risposte sono sempre le stesse. ma chiedo, perché al mio ritorno a casa me lo chiedono tutti: perché non se ne vanno? Come se fosse una conoscenza sacrale.

Chi ha potuto e ha voluto è andato via. Sono rimasti degli anziani, bambini, i disabili, le persone che non hanno un posto dove andare. Qualcuno se n’è andato, ma è tornato indietro perché non ha un posto per vivere e soldi. Sono rimasti gli orfanotrofi e convitti con dei bambini disabili. Chi ha bisogno di loro? Molti sono rimasti con i loro genitori anziani che non possono andare da nessuna parte e i figli non si possono permettere lasciarli da soli. Molti hanno lasciato i loro genitori e sono andati via. E quelli invece… Aspettano i figli e non capiscono… E poi sono rimasti quelli che non vogliono andare perché questa è la loro terra.

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Passiamo per le vie della città e pure io vedo quante nuove rovine ci sono. Qualcosa è stato riparato, sistemato. I servizi funzionano molto efficacemente.

– Andiamo, ti faccio vedere un missile accanto a una chiesa. È arrivato prima dell’alba.

Sasha ci porta nei pressi della chiesa e vediamo lì un buco nell’asfalto.

– I genieri hanno reagito velocemente. Poco fa il missile era ancora dentro.

Alla fermata ci sono un po’ di persone.

Chiedo a Sasha:

– Stanno aspettando l’autobus?

– No, il pane. La gente non esce quasi mai senza averne bisogno. Hanno paura.

– E tu non hai paura?

– Anch’io ho paura. Ma che fare? Sono abituato.

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Torniamo nella piazza centrale.

Quando siamo arrivati a Pervomajsk c’era una nebbia fitta. Gli alberi paralizzati dalla neve, il vento penetrava nelle ossa.

In piazza c’erano delle persone che erano venute a prendere il pane.

La gente si raggrinzava e camminava nervosamente su e giù per la piazza. Qualcuno fumava. Qualcuno stava silenzioso accanto al monumento e osservava, abbassando la testa, i pezzi distorti di ferro che hanno portato via la vita di così tante persone, che hanno rovinato la vita di tutta questa gente. Qualcuno piangeva.

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Dopo aver attraversato tutta la città di Pervomajsk, siamo tornati in centro. Ed è uscito il sole.

Stavamo in una piazza grandissima. Le luci ci scaldavano ed era strano e inconsueto che con un tempo così bello le vie erano quasi vuote. Il gelo e il sole portano sempre fuori le neomamme con i bimbi nei passeggini, le signore anziane e le giovani coppie.

La brina sugli alberi ha iniziato a sciogliersi. Stava diventando più caldo.

Il rumore dei bombardamento sull’orizzonte si sentiva più spesso, ma non sentivamo e non facevamo caso ai colpi che arrivavano. Come la gente locale, siamo entrati nello stato in cui sembra che qui non può arrivare mai. Può colpire da qualsiasi altra parte, ma non qui.

E poi abbiamo visto un ragazzino che girava vicino al monumento.

Ha passato sei mesi nei rifugi insieme con la sua famiglia.

Nella macchina abbiamo trovato un peluche. Non ho visto così tanta felicità negli occhi da tanto tempo.

Questo sguardo è ancora con me.

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18 febbraio 2015

 


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