Quarto viaggio nel Donbass: alla guerra

– I Grad sparano.

Andiamo a tutta velocità verso Lugansk. È notte. Io sono nella macchina di Rostislav, un combattente del comando di presidio di Pervomajsk, il quale ci ha incontrato alla frontiera per accompagnarci. Non si può viaggiare senza lasciapassare. Di notte è imposto il coprifuoco.

I ragazzi nella macchina sovraccarica di aiuti umanitarii ci seguono.

Rostislav preme il pedale al massimo. Il viso non dimostra nessuna reazione. C’è solo serenità, e una grande stanchezza. Accanto a lui c’è la sua fidanzata, le sta per iniziare un attacco di nervi. I ragazzi rimangono indietro.

Osservo un campo dal finestrino. E vedo delle scariche di fuoco. Una, due, tre, quattro… Come contare? La velocità è incredibile. Come in TV, solo che io non sto di fronte allo schermo, ma sono qui, nel campo, con i Grad e la mia vita minuscola che è diventata la cosa più importante del mondo.

Una convulsione mi scuote tutto il corpo e il viso viene paralizzato.

– Lo fanno in attesa della tregua, non ti preoccupare, non sparano qui, ma in un’altra direzione. Lontano. Sembra.

Il cielo è profondo, nero e limpido. E lontano nel campo ci sono delle vampate sanguinose.

Lontano. Sembra.

Le stelle si vedono benissimo, come al sud, in Crimea d’estate. Sono profonde e bellissime.

Mi si stringe il cuore…

I ragazzi sono rimasti dietro. Ci fermiamo per aspettarli. Sono saltata dalla macchina come un proiettile. Solo adesso capisco perché qui si guida senza cinture di sicurezza. Sono saltata fuori, il cuore mi batte fortemente, le vene pulsano, sento ogni loro movimento.

La tregua è solo dopodomani. Ancora mi sembra che significhi qualcosa. Ancora ho l’illusione che possano abbassare le armi.

La paura è selvaggia e istintiva. È già la quarta volta che sono qui. Ho sentito degli spari in lontananza centinaia di volte. Di notte martellavano in continuazione. Ma erano lontani, non arrivavano a Lugansk.

Invece adesso l’ho visto. È insopportabile.

Fuori fa gelo, sono scesa dalla macchina senza abbottonarmi, senza capire cosa sta succedendo. È un panico stupido. Il freddo mi penetra tutto il corpo, ma non lo sento. Il vento mi sbatte in faccia. Il fatto che sparavano in un’atra direzione non lo comprendo. Nel cervello c’è solo il pensiero che adesso ci saranno dei missili e bisogna fare in tempo a ripararsi in un fosso. La comprensione adeguata arriva solo più tardi.

Per adesso mi sembra che sono un bersaglio nudo e vivo.

Nel cielo si vede la via lattea. Il gelo ha fatto diventare l’aria pura e trasparente. Le stelle mi guardano con una fredda eternità. Dio mio, quanto sono belle. Dio mio, che cos’è? Dio mio, come vivere con tutto ciò?

– Rostik, portiamo gli aiuti a Pervomajsk. Mi sa che dopodomani inizia la tregua, lo porteremo per i rifugi…

– La tregua… Penso che sicuramente sarà più tranquillo… Andremo per una strada sicura.

I ragazzi ci raggiungono. Non hanno visto il Grad. Ma io sì.

Lontano. Sembra…

Avanti ci aspetta Pervomajsk… città bombardata e bombardata senza sosta per sei mesi. Dove una settimana fa ci sono stati cinque colpi precisi, diretti contro l’ospedale. Ma l’ospedale ancora resiste e continuerà a ricevere tutti i malati e feriti. Lì lavorano degli eroi che non sono andati via e continuano a fare il loro dovere. A Prevomajsk, dove alcune persone non sono uscite dai rifugi sotterranei da mesi. Dove i missili continuavano a colpire tutta la notte della tregua. Martellavano e martellavano, martellavano e martellavano. A Donbass dicono proprio così.

Col tempo uno smette di notare il costante rumore dei missili in arrivo. Diventa una specie di norma. Persino durante il nostro soggiorno di tre giorni ci siamo stancati di reagire e notare. Bum, bum, bum…

Lontano. Sembra.

Un paio di giorni fa un missile ha colpito un edificio nel centro di Pervomajsk.

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17 febbraio 2015


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