Tregua sanguinosa

Nella piazza centrale di Pervomajsk il numero dei missili raccolti è raddoppiato dal nostro viaggio precedente. (gli abitanti portano i proiettili e missili che trovano al monumento di Lenin nella piazza centrale come un ricordo di quello che ha subito la città- NdT)

È solo una piccola parte di tutti i missili che hanno colpito la città.

Sasha, un ragazzo dal comando di presidio, commenta passando:

– Molti sono arrivati stanotte…

– Ma la tregua non è iniziata a mezzanotte?

– Proprio 5 minuti prima (di mezzanotte) hanno “arato” metà del centro della città con i Grad… Probabilmente stavano festeggiando la tregua. Bombardavano fino alle tre di notte dalla gioia.

Nella lontananza si sente il rumore dei colpi.


– Il calderone (Debaltsevo, NdT) sta bollendo. Bombardano principalmente lì.

Ci sono rumori diversi, da forti e sibilanti a bassissimi come se dei giganti facessero cadere per terra un sacco di farina.

In città quasi non c’è gente. C’è un vuoto che risuona. Si sentono solo esplosioni, esplosioni, esplosioni.

Ogni 5 minuti si sentono i tuoni da qualche parte. La città sembra morta e riprende solo durante la distribuzione del cibo. La gente si raduna e poi si sfolla di nuovo.

La città vive in questo stato ormai da più di sei mesi. Sotto un bombardamento continuo.

La casa vicino alla piazza centrale è stata bombardata qualche giorno fa.


Portiamo gli aiuti umanitari per i rifugi.

Di giorno la gente va a casa e di notte dorme nei sotterranei. E chi è rimasto senza tetto vive lì. Alcune persone non escono dai rifugi da mesi. Perché hanno paura. Hanno paura persino di andare a fare la spesa. Molti sono stati colpiti così dai missili o dalle schegge, quando sono saliti fuori per pochi minuti. Alcuni sono ormai stanchi e dormono a casa propria: “Se sono destinato a morire, morirò. È Dio che lo vuole.”

Avviciniamo il rifugio di una fabbrica. A pochi metri dall’ingresso c’è un buco lasciato da un Grad.

– È arrivato stanotte. Il missile è stato già estratto.

Tatjana Leonidovna, la responsabile del rifugio, ci indica la strada e ci accompagna per i corridoi lunghi del rifugio. Ci sono tantissime camere, vicoli, corridoi. Come se fossimo nella tana di un hobbit, solo che invece delle stanzette accoglienti ci incontrano degli spazi umidi, molti sono senza luce.

Qui ci sono circa 150 persone, 18 di loro sono bambini.

– Posso fare delle foto?

Le persone acconsentono, con dei gesti indifferenti.

La maggior parte di loro sono anziani.

Ci vengono spesso a trovare dei giornalisti, l’OSCE, gli stranieri. Fanno una escursione… E che senso fa? Vengono, fanno delle foto e spariscono. Voi invece avete portato degli aiuti.

Tatjana Leonidovna si mette a piangere e mi abbraccia. Con dolcezza, come una mamma.

– Grazie, cari miei, grazie che vi ricordate di noi. Grazie.


– Grazie a voi…

– Sono un medico, terapeuta. Il mio appartamento si affacciava su via Popasnaja. Sulla linea del fuoco. Adesso è appeso nell’aria… La mia casa…


Andiamo avanti, nel rifugio successivo. È più piccolo, la luce qui non c’è per niente. Qui vivono circa 35 persone.

Proseguiamo con le torce nel buio. L’umidità è fortissima. Andiamo verso una luce debole.

– Posso fotografarvi?

Un gruppo di donne anziane sogghignano.

– I nostri saluti a tutti.

– A chi?

– Ma a tutti quanti. A Ljashko e tutta quella banda di feccia nella Rada. Che sappiano che siamo tanti. Non riusciranno a uccidere tutti.

Il gruppo si è radunato attorno l’unica candela nella camera. Risparmiano il più possibile.

– Vi abbiamo portato aiuti. Da Mosca.

– Non avete paura di venire da noi?

– Eccome no.

– Bravi, grazie. Molti hanno paura.

Spazi enormi, soffitti altissimi, umidità. E gente persa in queste catacombe.


Il rifugio successivo è pieno di bambini. Sono tanti e corrono senza sosta.

Zheka sussurra:

– Vivono qui già da sei mesi. Sono rimasti senza un tetto. Adesso la loro casa è questo posto…

E noi, come deficienti, abbiamo scordato le caramelle. Femmine e maschi, tutti bellissimi. Il cuore si spezza…

Ovviamente, come sempre, ci sono tante lacrime. Sempre il dolore, sempre la gratitudine.

– Di recente sono venuti da Novgorod, Grazie che non ci dimenticate, che ci ricordate…

Hanno raccontato che un signore di Tjumen con la propria macchina ha raccolto insieme con i suoi amici del cibo e l’ha portato fino al Donbass. (Tjumen è una città in Siberia, più di 1700 km da Mosca – NdT)

Sento una vergogna indescrivibile. Che sto a posto, che tutti mi ringraziano, accarezzano i miei capelli, baciano, abbracciano. Come se fossi un parente vicino… Non è solo vergogna, ma anche un dolore straziante e un forte senso di colpa.

Abbiamo portato 2,5 tonnellate di alimentari a Pervomajsk e quando abbiamo diviso tra mense e rifugi ci siamo resi conto che diamo molto poco. Pochissimo.

Da loro vengono dei giornalisti. Filmano, esprimono il loro dispiacere con degli “Ah!” e “Oh!”, come con degli aborigeni. Fanno le foto e poi se ne vanno. E loro rimangono così.

In ogni sotterraneo la prima reazione al nostro arrivo era :”Ecco, di nuovo sono venuti a filmare”, ma quando vedono gli aiuti piangono…

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– La tregua. Tutta la notte facevano la tregua. Oddio, ma quando finirà? Quando? Ma siamo uomini. Non lo sanno?

Ancora più spesso si può sentire la rabbia e condanne:

– Dannata tregua. Non ci crediamo. Loro allungano la presa in giro. L’abbiamo già visto, sappiamo come funziona.

Sempre chiedo perché non vanno via. Ormai non so nemmeno perché lo chiedo. Le risposte sono sempre le stesse. ma chiedo, perché al mio ritorno a casa me lo chiedono tutti: perché non se ne vanno? Come se fosse una conoscenza sacrale.

Chi ha potuto e ha voluto è andato via. Sono rimasti degli anziani, bambini, i disabili, le persone che non hanno un posto dove andare. Qualcuno se n’è andato, ma è tornato indietro perché non ha un posto per vivere e soldi. Sono rimasti gli orfanotrofi e convitti con dei bambini disabili. Chi ha bisogno di loro? Molti sono rimasti con i loro genitori anziani che non possono andare da nessuna parte e i figli non si possono permettere lasciarli da soli. Molti hanno lasciato i loro genitori e sono andati via. E quelli invece… Aspettano i figli e non capiscono… E poi sono rimasti quelli che non vogliono andare perché questa è la loro terra.

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Passiamo per le vie della città e pure io vedo quante nuove rovine ci sono. Qualcosa è stato riparato, sistemato. I servizi funzionano molto efficacemente.

– Andiamo, ti faccio vedere un missile accanto a una chiesa. È arrivato prima dell’alba.

Sasha ci porta nei pressi della chiesa e vediamo lì un buco nell’asfalto.

– I genieri hanno reagito velocemente. Poco fa il missile era ancora dentro.

Alla fermata ci sono un po’ di persone.

Chiedo a Sasha:

– Stanno aspettando l’autobus?

– No, il pane. La gente non esce quasi mai senza averne bisogno. Hanno paura.

– E tu non hai paura?

– Anch’io ho paura. Ma che fare? Sono abituato.

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Torniamo nella piazza centrale.

Quando siamo arrivati a Pervomajsk c’era una nebbia fitta. Gli alberi paralizzati dalla neve, il vento penetrava nelle ossa.

In piazza c’erano delle persone che erano venute a prendere il pane.

La gente si raggrinzava e camminava nervosamente su e giù per la piazza. Qualcuno fumava. Qualcuno stava silenzioso accanto al monumento e osservava, abbassando la testa, i pezzi distorti di ferro che hanno portato via la vita di così tante persone, che hanno rovinato la vita di tutta questa gente. Qualcuno piangeva.

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Dopo aver attraversato tutta la città di Pervomajsk, siamo tornati in centro. Ed è uscito il sole.

Stavamo in una piazza grandissima. Le luci ci scaldavano ed era strano e inconsueto che con un tempo così bello le vie erano quasi vuote. Il gelo e il sole portano sempre fuori le neomamme con i bimbi nei passeggini, le signore anziane e le giovani coppie.

La brina sugli alberi ha iniziato a sciogliersi. Stava diventando più caldo.

Il rumore dei bombardamento sull’orizzonte si sentiva più spesso, ma non sentivamo e non facevamo caso ai colpi che arrivavano. Come la gente locale, siamo entrati nello stato in cui sembra che qui non può arrivare mai. Può colpire da qualsiasi altra parte, ma non qui.

E poi abbiamo visto un ragazzino che girava vicino al monumento.

Ha passato sei mesi nei rifugi insieme con la sua famiglia.

Nella macchina abbiamo trovato un peluche. Non ho visto così tanta felicità negli occhi da tanto tempo.

Questo sguardo è ancora con me.

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18 febbraio 2015

 

Quarto viaggio nel Donbass: alla guerra

– I Grad sparano.

Andiamo a tutta velocità verso Lugansk. È notte. Io sono nella macchina di Rostislav, un combattente del comando di presidio di Pervomajsk, il quale ci ha incontrato alla frontiera per accompagnarci. Non si può viaggiare senza lasciapassare. Di notte è imposto il coprifuoco.

I ragazzi nella macchina sovraccarica di aiuti umanitarii ci seguono.

Rostislav preme il pedale al massimo. Il viso non dimostra nessuna reazione. C’è solo serenità, e una grande stanchezza. Accanto a lui c’è la sua fidanzata, le sta per iniziare un attacco di nervi. I ragazzi rimangono indietro.

Osservo un campo dal finestrino. E vedo delle scariche di fuoco. Una, due, tre, quattro… Come contare? La velocità è incredibile. Come in TV, solo che io non sto di fronte allo schermo, ma sono qui, nel campo, con i Grad e la mia vita minuscola che è diventata la cosa più importante del mondo.

Una convulsione mi scuote tutto il corpo e il viso viene paralizzato.

– Lo fanno in attesa della tregua, non ti preoccupare, non sparano qui, ma in un’altra direzione. Lontano. Sembra.

Il cielo è profondo, nero e limpido. E lontano nel campo ci sono delle vampate sanguinose.

Lontano. Sembra.

Le stelle si vedono benissimo, come al sud, in Crimea d’estate. Sono profonde e bellissime.

Mi si stringe il cuore…

I ragazzi sono rimasti dietro. Ci fermiamo per aspettarli. Sono saltata dalla macchina come un proiettile. Solo adesso capisco perché qui si guida senza cinture di sicurezza. Sono saltata fuori, il cuore mi batte fortemente, le vene pulsano, sento ogni loro movimento.

La tregua è solo dopodomani. Ancora mi sembra che significhi qualcosa. Ancora ho l’illusione che possano abbassare le armi.

La paura è selvaggia e istintiva. È già la quarta volta che sono qui. Ho sentito degli spari in lontananza centinaia di volte. Di notte martellavano in continuazione. Ma erano lontani, non arrivavano a Lugansk.

Invece adesso l’ho visto. È insopportabile.

Fuori fa gelo, sono scesa dalla macchina senza abbottonarmi, senza capire cosa sta succedendo. È un panico stupido. Il freddo mi penetra tutto il corpo, ma non lo sento. Il vento mi sbatte in faccia. Il fatto che sparavano in un’atra direzione non lo comprendo. Nel cervello c’è solo il pensiero che adesso ci saranno dei missili e bisogna fare in tempo a ripararsi in un fosso. La comprensione adeguata arriva solo più tardi.

Per adesso mi sembra che sono un bersaglio nudo e vivo.

Nel cielo si vede la via lattea. Il gelo ha fatto diventare l’aria pura e trasparente. Le stelle mi guardano con una fredda eternità. Dio mio, quanto sono belle. Dio mio, che cos’è? Dio mio, come vivere con tutto ciò?

– Rostik, portiamo gli aiuti a Pervomajsk. Mi sa che dopodomani inizia la tregua, lo porteremo per i rifugi…

– La tregua… Penso che sicuramente sarà più tranquillo… Andremo per una strada sicura.

I ragazzi ci raggiungono. Non hanno visto il Grad. Ma io sì.

Lontano. Sembra…

Avanti ci aspetta Pervomajsk… città bombardata e bombardata senza sosta per sei mesi. Dove una settimana fa ci sono stati cinque colpi precisi, diretti contro l’ospedale. Ma l’ospedale ancora resiste e continuerà a ricevere tutti i malati e feriti. Lì lavorano degli eroi che non sono andati via e continuano a fare il loro dovere. A Prevomajsk, dove alcune persone non sono uscite dai rifugi sotterranei da mesi. Dove i missili continuavano a colpire tutta la notte della tregua. Martellavano e martellavano, martellavano e martellavano. A Donbass dicono proprio così.

Col tempo uno smette di notare il costante rumore dei missili in arrivo. Diventa una specie di norma. Persino durante il nostro soggiorno di tre giorni ci siamo stancati di reagire e notare. Bum, bum, bum…

Lontano. Sembra.

Un paio di giorni fa un missile ha colpito un edificio nel centro di Pervomajsk.

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17 febbraio 2015

Krasnodon, dolore e guerra

Quando siamo venuti a Lugansk non avevamo la possibilità, a causa di un bombardamento massiccio, di arrivare a Pervomajsk per portare l’aiuto umanitario.
– Porteremo dei regali e delle caramelle all’orfanotrofio di Krasnodon?
Avevamo un po’ di giocattoli e delle caramelle per i bambini. Non si poteva immaginare la destinazione migliore per loro di un orfanotrofio.
Siamo arrivati all’orfanotrofio quando già faceva buio, passavamo per delle stradine sconosciute e non riuscivamo a trovarlo. Nella lontananza si sentiva l’eco dei Grad. Non ero abituata e il cervello automaticamente ha registrato per un attimo – fuochi d’artificio. Ma la sensazione mi è passata subito, dando spazio alla consapevolezza della realtà.
– È lontano, non ti preoccupare. Non arriva fino a qui.
Pensavo che si trattasse di un orfanotrofio comune. Stavamo seduti nel furgone e in fretta impacchettavamo un giocattolo e un po’ di caramelle nelle confezioni individuali.
– Guarda, questa cagnolina è piuttosto stupida, metti più cioccolatini qui.
– Guarda che bel dragoncino! Tira fuori un lecca-lecca e mettilo dalla cagnolina.
Eravamo così impegnati che, entrati sul territorio dell’orfanotrofio, non ci siamo accorti nemmeno dell’aspetto strano della guardia che ci ha incontrano. Quando l’abbiamo sorpassato Zheka mi ha sussurato:
-È uno degli ex-alunni dell’orfanotrofio. Non hanno un posto dove andare quando diventano magiorenni.
C’era qualcosa che non andava con il ragazzo della guardia. E in quel momento ho finalmente capito – si tratta di un orfanotrofio per i disabili.
Non ero pronta ad affrontarlo. Ci ha accolto un’infermiera. Abbiamo tirato fuori i pacchi, li abbiamo portati dentro. E nelle mani avevamo dei sacchi con queste confezioni stupide di giochi e caramelle.
L’infermiera ci guarda:
– No, i lecca-lecca non tutti li possono mangiare, Solo alcuni, vi farò vedere. Possono andare per traverso.
Accanto c’erano altre operatrici.
– I giocattoli pure non si possono dare. Prendetene quattro…
Inizia a contare con le dita:
– Mascia, Sascia, Vitia… ecco, prendetene 5. Vi mostrerò. Invece agli altri bisogna mettere direttamente in bocca, e non delle caramelle intere, ma a pezzetti.

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Presi dal panico rompiamo le confezioni e cerchiamo delle caramelle morbide. Purtroppo, quasi tutti i dolci sono i lecca-lecca. Nel panico li dividiamo.
Usciamo nel corridoio e subito sentiamo un forte odore di chiuso. È chiaro – qui ci sono tanti allettati che la fanno nel letto o addosso…
Ci portano per dei corridoi e mi sento sempre peggio. Ero pronta alle esplosioni di missili, ai rifugi, ma non a questo.
È difficile descrivere dei bambini con la sindrome Down, con la paralisi cerebrale infantile, bambini con delle diagnosi che non conosco, ma si vede che non capiscono nulla – soltanto muggono e stendono le braccia.
Mentre andavamo Zheka ha detto:
– D’estate, i missili cadevano a 10 metri dalla casa. E dove portare tutti? Le ragazze già da sei mesi non prendono lo stipendio, ma continuano a fare il loro lavoro, lavano gli orinali, non lasciano da soli i bambini. Sono eroine.
Inizio a osservare attentamente le badanti, l’infermiera – le “ragazze”. Ho letto dell’orrore di posti del genere, della crudeltà del personale. Ma di fronte a me c’erano delle donne che personificavano la bontà. Non c’era niente di forzato nel loro atteggiamento. No. Avvicinavano ogni bambino con affetto, accarezzavano le loro teste.
Potete immaginare che significa trasportare tutti questi bambini nel sotterraneo durante bombardamenti? È possibile?
Ci sono dei malati agitati, ci sono quelli completamente allettati. E lì lavorano quasi esclusivamente le donne. Chi ha bisogno di questi bambini? Dove portarli? Evacuare? Dove?
Quando siamo entrati ci ha incontrato un mugolamento, come se fossimo entrati  in un alveare. Da tutte le parti allungavano mani verso di noi.
Correvamo tra loro, imboccando le caramelle. Alcuni ci sorridevano. Ma in generale nemmeno capivano che cosa stava succedendo attorno a loro. Qualcuno iniziava a gridare. Un bambino rifiutava di prendere la caramella. Uno correva sempre attorno a me, cercando di prendere le caramelle degli altri.
Uno di loro mi stendeva la mano, ma quando gli davo la caramella iniziava a fare dei versi e si girava e agitava le mani. Appena mi allontanavo di nuovo stendeva la mano chiedendo una caramella. Sono venuta da lui tre volte e tutte le tre volte la storia è ripetuta. Non capivo nulla, finché l’infermiera non mi ha notato e ha spiegato:
– Lui mangia solo con il cucchiaio…
Una volta mi è sembrato che un maschietto mi ha stretto un po’ la mano e ha sorriso.
Mi ha fatto anche una grande impressione una delle bambine. Lei ha ricevuto il pacchettino con un giocattolo e i dolcetti. Ha tirato fuori un cuore di peluche con le braccia. L’ha abbracciato con tanta dolcezza e stretto al petto, come se fosse vivo e poi ha iniziato a baciarlo. Lo baciava e abbracciava. Abbracciava e baciava…
Cercavo di sorridere, cercavo di essere allegra. Ma in realtà volevo solo piangere, sbattere la porta e scappare via.
Nella testa si girava solo – Dio mio, non hanno lasciato questi bambini. Non ricevono nessun riscontro da molti di loro, nessuna reazione. Questi bambini non le ringrazieranno, non potranno nemmeno rispondere alle loro attenzioni. Molti non capiscono assolutamente nulla.

– Diteci, di che avete bisogno? Cibo?
– Cibo ce l’abbiamo. Ce lo portano. Ecco, poco fa c’è stato un pugile straniero, ha portato tanti alimentari, proprio per il nostro istituto… Ma ci mancano tantissimo i pannolini, specialmente taglie 5 e 6.
– Qualcos’altro? Ci sono tanti bambini?
E gira il pensiero – un pugile straniero, ha dato da mangiare ai bambini. Ai bambini disabili. In questa sconosciuta città di Krasnodon, nel lontano Donbass. E noi?
– Vi abbiamo fatto vedere “i migliori”. Nel piano sopra stanno a letto alcuni che sono più alti di voi. Rimangono qui fino a 18 anni. Quindi abbiamo bisogno dei pannoloni per adulti. Molti possono solo gattonare, qualcuno sta sempre lungo… Ci hanno offerto dei pannoloni multiuso, ma non abbiamo i detersivi per lavarli. Non solo i detersivi per i panni mancano, ma i detergenti in generale. Abbiamo bisogno di pannolini usa e getta, è indispensabile.
Quando partivamo, tutte le “ragazze” si sono messe in fila, con le lacrime:
– Viviamo solo grazie al vostro aiuto!
– Ma che dite, siamo qui per la prima volta e non abbiamo portato niente a parte delle caramelle… Non sapevamo…
– Parliamo in generale, della gente che ci aiuta. Viviamo solo grazie ai volontari. Grazie. Grazie che vi siete ricordati di noi, che non ci avete scordati…
Stanno lì, sorridono. Gli occhi sono umidi, qualcuna tira su con il naso. Mi sembrano tutte bellissime.
Ogni volta non sai cosa dire partendo. C’è sempre un inciampo. Quano ti sono grati e tu senti solo la colpa- perché tra un paio di giorni sarai al sicuro e loro invece no. Perché vicino a loro possono carede dei missili e non andranno via. E tu starai al calduccio e in silenzio.
Una ragazza dà una gomitata all’altra e fa l’occhiolino all’infermiera:
– Dillo, dai, dillo!
– ?
– Gli assorbenti!
L’infermiera:
– Capite, ci sono delle ragazzine. Alcune hanno menstruazioni già a 11 anni.. Ci servirebbero…
– Si, anche a noi servirebbero!
Scoppiano a ridere imbarazzate, i nostri ragazzi hanno rittratto lo sguardo.

Quanto vorrei sdoppiarmi.
Lì lavorano solo donne. Tutti gli uomini, quelli che portavano le scatole, facevano la guardia – sono tutti ex-alunni dell’istituto.
Ragazze, “ragazzine”, donne-eroine, avrete i vostri pannolini ed assorbenti. Verremo. Li porteremo.

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4 febbraio 2015

Terzo viaggio

Il terzo viaggio è stato probabilmente il più difficile.

La situazione è cambiata drasticamente dal nostra ultima visita.

È iniziata la guerra, ecco.


Questa volta avevamo più tempo per raccogliere il carico, ci hanno portato tanta roba. Grazie a tutti coloro che ci hanno risposto, a chi ha trovato il tempo di venire! Tutto è in ottimo stato, tante cose sono quasi nuove! Lena, grazie per le confezioni con un gioco e caramelle. Nicol, grazie per i tuoi ciocolatini. I bambini erano felici. Anche noi lo eravamo insieme a loro.


Abbiamo quasi pienamente abbandonato l’idea di raccogliere il cibo – è molto difficile capire poi quanto portiamo di peso e di volume. È anche difficile distribuire il cibo per le mense. Raccogliamo i soldi. Poi con questi (nelle foto sotto si vedono gli scontrini) compriamo principalmente il cibo, pannolini, latte artificiale, pappe. Grazie a tutti che hanno partecipato alla raccolta dei fondi! Oksana, Liosha – avete accumulto i soldi da parte vostra! E grazie a tutti coloro che si sono fidati direttamente di me, pur non sonoscendomi di persona. La maggioranza di queste persone nemmeno ha dei conoscenti comuni con me, questo mi ha meravigliato tantissimo.

Un conoscente ha inviato una grande somma (l’ho conosciuto solo dopo che mi ha scritto un sms: “Inviate i dati bancari”) dai paesi Baltici, ha chiesto di non menzionare il suo nome. Ha fatto un bonifico per 70 mila rubli. Quando ho ricevuto questa somma, per 10 minuti ero convinta che si trattasse di uno sbaglio. Di solito mandano da 500 a 5.000 rubli. Le somme più grandi capitano più raramente. Ed ecco una sorpresa! Grazie!

Penso che non mi basterà un post per ringraziare tutti.

La gente invia i soldi da tutte le parti, la geografia si sta allargando di continuo –USA, Australia, Norvegia, Italia, diverse città russe, molte persone dalla Crimea, da Kiev e ciò è importantissimo.


Durante il viaggio sentivamo una certa paura. E quando stavamo per arrivare alla frontiera abbiamo saputo che a Pervomajsk hanno ucciso il comandante, Evgenij Ishchenko, insieme a tre volontari di Mosca. Abbiamo perso il coraggio.

Arrivati a Lugansk, abbiamo deciso di scaricare e lasciare tutto al mio amico Zheka, del quale mi fido come di me stessa. A quell’ora c’era un forte bombardamento su Stakhanov (sulla strada per Pervomajsk), Pervomajsk e Kirovsk. Sono città vicine. I ragazzi dal comando del presidio e Zheka ci hanno vietato di andare.


A tutti queli che chiedono “perché nessuno va via?” posso rispondere: sulla strada del ritorno abbiamo visto una fila per 12 ore macchine alla frontiera con la Russia e delle folle di persone che la attraversavano a piedi. Principalmente erano delle suddette città. La situazione lì è davvero dura.

Come prima ci sono rimaste tante persone anziane le quali per diversi motivi non possono andarsene. Su questo tema bisogna parlare separatamente, qui non è il posto adatto.

C’è una catastrofe umanitaria.


A Lugansk, Zheka mi ha fatto conoscere una donna straordinaria di nome Valentina, una cittadina attiva del villaggio Fabrichnoe. Lei ci ha raccontato di un gruppo dei disabili, pazienti impossibilitati a muoversi e anziani che disperatamente avevano bisogno di aiuto. Abbiamo deciso di aiutarli. Abbiamo visitato ogni persona, abbiamo fatto delle foto. Posso dire solo una cosa: volevamo aiutare loro e silenziosamente andare via, per non disturbare, non intervenire nel loro dolore. Invece eravamo costretti a fotografarci con tutti questi pannolini, lattine di carne… Terribile…

Di Valentina e di quelli che abbiamo visitato con lei voglio scrivere un post separato.

L’uomo nella foto è il figlio di una donna a letto, ha perso una gamba durante il bombardamento…


Abbiamo anche portato il necessario ad alcune mamme che ne avevano bisogno.

Questa signora ha tre figli. Il loro padre l’ha lasciata e nemmeno ha visto il suo figlio di tre mesi – il piccolino è adorabile.


Abbiamo anche portato un po’ di giocattoli all’orfanotrofio di Krasnodon per i bambini disabili – lì ci sono dei bambini con la sindrome di Down, con paralisi cerebrale infantile, che non possono camminare ecc. Bambini abbandonati… Non posso mettere tutte le impressioni in poche parole, ci sarà dopo un racconto da parte…

L’aiuto lì serve ovunque. Hanno bisogno del tutto! Vorrei semplicemente spezzarmi.

Così siamo partiti per Mosca, lasciando tutto a casa di Zheka. Secondo il piano, lui doveva andare a Pervomajsk appena si rallenta il bombardamento.

Un paio di giorno dopo la nostra partenza Zheka ha consegnato una parte dell’aiuto all’orfanotrofio regionale N. 1 di Lugansk. Quando venivamo a Pervomajsk, avevamo sempre pochissimo tempo, di solito scaricavamo tutto in una chiesa oppure presso un centro di distribuzione e partivamo.


“Grazie Dunia” – questa frase non mi piace, e non solo a me. Ma già l’altra volta Zheka ha deciso che, in mia assenza, c’è bisogno di un foglio simile in modo che la gente veda che tutto è arrivato ai destinatari. Di recente ho saputo che i miei amici che non sono d’accordo con me e per scherzo dicevano che volevano organizzare un flashmob – fare una foto accanto ai contenitori per l’immondizia con il cartello “Grazie Dunia”. Va bene, ragazzi, non vedo l’ora.

Abbiamo anche conosciuto delle persone da Kirovsk, hanno detto che anche loro hanno dei grossi problemi con l’aiuto umanitario. Noi con Zheka abbiamo deciso che una parte del cibo bisogna portare anche là.


A Kirovsk la situazione è calda. Un mio conoscente mi scrive da lì regolarmente. Passa mezza giornata e mi arriva un messaggio privato: “hanno annunciato la minaccia di un attacco aereo”, “In centro tre missili sono arrivati nella zona del quartiere Centralny”. Ad ogni modo Kirovsk è meno distrutto di Pervomajsk per il quale abbiamo raccolto tutto. Ma fa paura.

Continuavano a bombardare Pervomajsk, senza sosta. Giorni passano, ma la situazione non si tranquilizza.

Chiamiamo ogni giorno:

– Zheka, non rischiare!

– Non lo farò.

Invece ho tanta paura che andrà lì, sotto i missili. Porterà gli aiuti.

Vorrei tanto raccontare dell’eroismo di Zhenya e Lena. I ragazzi chiedono di non diffondere le loro foto, ma io lo vorrei fare… Ma non posso stare zitta. Sono veri e propri eroi del nostro tempo. Sono orgogliosa di avere tali amici. Non solo Uomini con una “U” maiuscola, ma Eroi. Zheka, Lena, vi voglio tanto bene. Il resto è un repost dalla sua pagina Facebook:

“… Il garage è pieno della salvezza per qualcuno… E ogni giorno diventa sempre più insopportabile vedere che questa salvezza sta da te come un peso morto. Hanno iniziato a bombardare tutti i giorni e adesso a Pervomajsk, a Kirovsk, a Stakhanov è diventato piuttosto pericoloso… tutto ciò già sembra una sciocchezza, un malinteso spiacevole. Ci siamo svegliati di mattina con la moglie, ci siamo guardati – “andiamo”. In un’ora abbiamo caricato il pulmino, abbiamo telefonato – “preparatevi ad incontrarci, veniamo”. Dall’altra parte del telefono danno delle istruzioni, dove fermarsi prima di entrare nella città, dove aspettare l’accompagnamento. A Pervomajsk l’ingresso per la strada dove entravamo prima è diventato pericoloso. Periodicamente dal lato ucraino arriva “un regalo”. Partiamo. Lungo la strada ci sono 10 posti di blocco. Le domande tipiche sono:

– Dove andate, che cosa portate?

– A Pervomajsk, portiamo l’aiuto umanitario ai civili.

– Grazie, potete passare.

Sui visi di alcuni si vede la stanchezza, su alcuni c’è un sorriso e ringraziamento. Ringraziamento per la gente.

Peraltro su molti blocchi di posto già riconoscono la mia giacca color verde acido da un pompiere inglese, e mi fanno passare senza domande. Non è la prima volta che passiamo con la stessa missione. Ma è piacevole lo stesso.

Arriviamo al posto assegnato, un paio di chilometri da Pervomajsk. Telefoniamo. Ci dicono di aspettare un po’. Aspettiamo. Sulla destra, dalla boscaglia, alla distanza di circa 500-700 metri si difende sparando, con dei “boom” giganteschi, l’artiglieria della Repubblica Popolare di Lugansk. Sparano con qualcosa di grande. Non si sente dove cadono i missili, quindi vanno lontano. Sobbalziamo dalla sorpresa. Ma già siamo abituati, perché per due mesi la linea del fronte è stata praticamente a 1-3 chilometri dalla nostra casa. La scorta è in ritardo. E finalmente da dietro la collina a una velocità pazzesca arriva la familiare Lada Priora.


– Ci sarà un tratto di un paio di chilometri. Andiamo veloce, è pericoloso. Poi passeremo per la periferia. Lì è sicuro.

– Ok, andiamo.

Il mio povero pulmino con la percorrenza di 640 mila chilometri e quattro ruote diverse, accelerando sulla discesa fino a una velocità pazzesca, a tutto spiano entra su una nuova salita. Fa fatica a tenere dietro la Priora. Alla fine, ci sono 1,5 tonnellate di carico. Ma non ci ha piantato in asso, bravo. Abbiamo passato. Nella lontananza si sente una cannonata.

La prima impressione all’entrata in città è che la città è morta. Non c’è nessuno. Assolutamente nessuno. Le vie, le piazze sono praticamente deserte. Invece un paio di settimane fa, quando abbiamo portato il carico precedente, qui passeggiavano delle mamme con i loro bambini, la gente andava per i fatti suoi. La città viveva. Mezza distrutta, con il polietilene al posto delle finestre, con dei buchi spaventose nelle case, ma la città era viva. Adesso è una città fantasma. Chernobyl. Soltanto dopo un bombardamento atroce. La seconda cosa che spicca subito all’occhio è la massa di nuove distruzioni. Siamo venuti già tante volte e l’occhio nota quasi ogni 100-200 metri i nuovi segni dei colpi dell’artiglieria. Siamo arrivati al comune, o come si chiama adesso… Non mi ha interessato il nome… La cannonata non è più “lì da qualche parte”, è già attorno a noi. Nella città. Siamo venuti perché dobbiamo informarci in quali mense sociali bisogna portare gli alimentari prima di tutto. Entriamo. Lì ci sono alcuni cosacchi e tre civili con facce spaventate. Un cosacco ci spiega con un sogghigno:

– L’OSCE.

Poi dice a loro:

– Ecco le persone che hanno portato l’aiuto umanitario, volete accompagnarle?

Loro, dopo aver bisbigliato tra loro come delle api in un alveare angosciato, rispondono:

– No, grazie. Dangerous.

– Hanno paura, – sorride il cosacco.

Ci informiamo dove e che cosa bisogna portare in prima fila. Andiamo. La prima è una mensa dove Dunia con dei ragazzi hanno portato gli alimentari di persona. Ci riconoscono, piangono, ci abbracciano. Ci accolgono come dei parenti vicini, molto attesi. A gara raccontano come e che cosa preparavano con dei prodotti che abbiamo portato l’altra volta. Hanno corso fuori tutte, dalle cuoche ai lavapiatti. Gli occhi brillano dalla gioia. E attorno le cannonate. Le ragazze non fanno attenzione. Io ho un nodo alla gola, mia moglie piange. Pazienza, ce la faremo. Scarichiamo una parte di alimentari, facciamo delle foto.


Andiamo in un’altra mensa. Dall’altra volta ha subito dei cambiamenti. È stata colpita. La parte destra della facciata è distrutta. La mensa funziona. I vecchi sono come nella Leningrado assediata, come delle ombre, lentamente, senza forze e senza rumore vengono alla mensa. Alla vita. Lì, dove danno da mangiare. Gratis. Tutti i giorni. E anche versano nei barattoli di vetro per portare via con sé. C’è un bel profumo. E questo è bello… Scarichiamo. La gente ci avvicina, chiede: “Chi siete? Da dove venite?”. Spiego che le persone comuni aiutano in proprio. Noi siamo qui solo a distribuire. Gli occhi di questi anziani sono pieni di lacrime. “Grazie, cari”. E io di nuovo ho questo nodo traditore alla gola. Quante volte sono venuto qui e non riesco ancora ad abituarmi a tutto ciò. Mi arrabbio con me stesso in silenzio. “Una femminuccia, porca miseria”.


Mentre scaricavamo, è arrivata la notizia che è stato colpito un palazzo condominiale, il numero 19 vicino alla fabbrica. C’è un incendio. Poi andiamo in altre due mense. Dappertutto ci incontrano delle ragazze-cuoche, con gli occhi rossi tirano su col naso. Le cuoche sono di tutte le età – da quasi bambine a quasi nonne.

Andiamo in chiesa, scarichiamo i vestiti per adulti, latte condensato e caramelle per i bambini. Lì c’è una scuola domenicale e un coro dei bambini. Non è della chiesa. Nel coro cantano una cinquantina di persone. Nel frattempo si bombarda sul serio. E sempre più vicino.

Chiedo:

– Dura da tanto?

– È l’ottavo giorno. Ieri è stato quasi traquillo, oggi hanno iniziato di nuovo, ma questo ancora è niente. Dovevate sentire quello di prima… Com’è andato il vostro viaggio?

– Beh, ieri è stato tranquillo, anche stamattina, quindi siamo arrivati…

Il nostro accompagnatore è stato informato che l’impianto industriale è stato colpito. Ci sono dei feriti. Si vede che si preoccupa per noi.

– Tutto qui. Scarichiamo il resto nel magazzino, poi finiremo noi a distribuire. Voi dovete scappare dalla città gambe levate. È pericoloso…

Obbediamo.

Il magazzino è nella piazza centrale. Tutti vedono che cosa arriva e che cosa si porta via. E possono paragonare con quello che si mangia nelle mense. Lì anche distribuiscono tra le mamme degli omogeneizzati, dei pannolini e vestiti per i bambini. La gente si fida di loro e ciò vale tantissimo.

Abbiamo scaricato tutto, fatto delle foto.

L’accompagnatore ci porta via dalla città per dei sentieri sconosciuti, a lungo andiamo per l’area rurale, tra le boscaglie. Usciamo sull’autostrada.

– Ecco, siete oltre il posto di blocco. Qui i colpi non arrivano. Quasi.

L’accompagnatore mi tira la mano.

Mi rendo conto che vado a più di cento chilomeetri di velocità. Siamo al sicuro. E la gente è rimasta lì. A vivere. A vivere chi ha fortuna…

2 febbraio 2015