Donne e guerra

Un amico mi ha scritto a proposito dei viaggi a Lugansk: “Vale la pena? I clan di oligarchi fanno i propri conti tra loro. La gente comune muore. La storia è vecchia come il mondo.”Sono rimasta perplessa. Che posso dire? La domanda principale delle ultime settimane da parte degli amici – perché rischiare?

Posso rispondere con una storia.

C’è questa signora, Chernykh Liubov Mikhajlovna, nata nel 1953.

Quando siamo venuti a Lugansk non potevamo portare l’aiuto a Pervomajsk, per il quale abbiamo raccolto i fondi. Lì c’era e ancora c’è un bombardamento massiccio. La gente si sta nascondendo nelle cantine e nei rifugi.

Ci hanno segnalato alcuni indirizzi a Lugansk e nei centri limitrofi, dove vivono delle persone bisognose, e abbiamo portato un po’ di roba lì. Principalmente abbiamo visitato dei disabili, pazienti allettati e molto anziani.

In una delle case ci ha incontrato un ragazzino molto simpatico, il quale sempre scappava da noi e si vergognava di prendere delle caramelle.

La sua nonna era su una sedia a rotelle. Ci sentivamo a disagio a intruderci nella casa con le scarpe di strada. Stavamo nell’anticamera, imbarazzati. Eravamo ospiti arrivati da un mondo alieno. E Liubov Mikhajlovna ci sorrideva. Questo sorriso era allo stesso tempo pieno di dolore e ringraziamento e il suo sguardo era insopportabile.

– Avete bisogno di qualche cosa?

– Una sedia a rotelle andrebbe bene… Abbiamo trovato questa, ma è rotta, durerà poco.

È diventata invalida da poco. Non è abituata stare seduta così, si vede.

Usciamo dalla casa e Valentina, una cittadina del villaggio Fabrichnoe, attiva e piena di simpatia, racconta:

– Liubov Mikhajlovna è un eroina.

Quando in agosto Lugansk era sotto bombardamenti mirati continui, nella fattoria avicola di Fabrichnoe hanno distrutto 4 capannoni su 7. Nei capannoni rimasti c’erano dei polli. Più correttamente, i loro cadaveri. Dopo qualche tempo hanno iniziato a decomporsi, erano comparsi dei vermi. C’era un forte rischio che infezioni e malattie potessero diffondersi per la città La città era bombardata continuamente e gli operai non bastavano per pulire i capannoni dalle carcasse. Quindi hanno chiesto l’aiuto ai cittadini. Che tipo di aiuto? Bisognava al caldo, dentro i locali con le mani raccogliere i corpi decomposti degli uccelli. Era impossibile stare lì a lungo perché si rischiava un avvelenamento, anche letale. Vi potete immaginare una montagna dei corpi decomposti, un fetore, un’afa insieme al caldo? E come fiore all’occhietto c’era anche il rischio di essere colpiti dai bombardamenti.

I cittadini hanno risposto alla richiesta. Non c’erano gli uomini. Quindi sono andate le donne. Delle donne comuni. Madri, nonne. Molte erano anziane.

Tra loro c’era Liubov Mikhajlovna.

Ha l’età della mia mamma e della mia suocera. Quando ci penso, mi strazia il cuore.

Al caldo, al suono di mortai e obici, rischiando la salute, lei, come le altre, ripuliva i capannoni dai cadaveri di polli.

Può sembrare patetico, ma non lo è. Io sminuisco l’eroismo di queste persone. Perché non posso immaginare com’era in realtà.

Le donne nei capannoni crollavano, svenendo. Molte vomitavano.

Queste sono le nostre donne…

E poi vicino è caduto un missile.

Liubov Mikhajlovna ha perso una gamba e un braccio. Farò del tutto per trovarla e portarle una sedia a rotelle.


28 gennaio 2015

Upd: la sedia a rotelle per Liubov Mikhajlovna è stata trovata e consegnata – NdT.

Qui uccidono

Zhenya Ishchenko è stato ucciso, con lui anche tre volontari da Mosca.Riattacco il telefono e le gambe mi cedono.

Tutti i parenti e amici si mettono a telefonarmi in panico.

Siamo noi? Potevamo essere noi.

Ma noi stiamo procedendo ancora per la regione di Rostov, in un furgone sovraccarico con l’aiuto umanitario per Donbass.

C’è incertezza totale.

– Non andare lì! Lì stanno bombardando, tutti dicono che bisogna scappare a gambe levate!

– Mamma, tutto a posto.

Stringiamo i denti e andiamo avanti.

Khryashchevatoe.

Attraversiamo la frontiera come in delirio. Posso dire soltanto che, secondo me, ci conoscono tutte le guardie di frontiera e di dogana.

Dall’altra parte ci aspettano i ragazzi dal comando di presidio di Pervomajsk, insieme a Zheka e Lena, i nostri amici. Sono ormai come parenti.

– È vero? È stato ucciso?

– Sì. È vero…

Zhenya Ishchenko, il comandante militare di Pervomajsk, l’ho visto solo una volta. Quando siamo venuti in questa città a dicembre. Ci hanno accompagato da lui:

– Ecco la Dunia.

Zhenya, no, Evgenij, mi guarda, sorride e minaccia col dito:

– Ah, questa Dunia, questa Dunia!

Stringiamo le mani l’uno all’altra e mi guarda dritto negli occhi. Le mani sono enormi. Non sono mani, sono mestole. Nel frattempo lo circondano gli abitanti e lo riempiono con migliaia di domande.


Non so nulla sul passato di questo uomo. In internet scrivono tante sporcizie, magari tutto ciò è vero. Ma non mi importa. Io so il suo presente. È la cosa più importante. Stava sempre dalla parte della sua città e faceva tutto per essa. Quando tutti sono scappati, lui è rimasto e ha assunto la responsabilità. Viveva con gli interessi di Pervomajsk. Gli sono rimasti due figli, la figlia minore ha solo 6 mesi.

I ragazzi raccontano:

– Immagina, recentemente ha preso un missile con le mani, l’ha messo nella macchina e l’ha portato fuori dalla città. Gli artiglieri hanno paura di avvicinare un missile e lui con le mani. Come ha potuto rischiare così? Ma dice tutto di lui.

Dice tutto di lui.

È difficile da credere. Era la personificazione della vita e della pressione.

Ishchenko ha cercato di ottenere l’aiuto umanitario per la città con tutti i mezzi, leciti ed illeciti. È stato proprio lui che andava dappertutto a chiedere, ad implorare, ad umiliarsi. Sapeva tutto della città. Se da qualche parte c’era un’esplosione, lui era già lì. Passava al massimo un giorno e iniziavano a ricostruire tutto. Siamo stati a Pervomajsk durante la cosidetta tregua. Ma la città era bombardata regolarmente. Nonostante ciò non mancava l’elettricità, né l’acqua. Costantemente riparavano e aggiustavano.

Come si fa adesso senza di lui?

Una lettera di ringraziamento a Evdokiya Sheremeteva firmata da Evgenij Ishchenko


Attraversiamo la frontiera e ci rendiamo conto che questa volta tutto è diverso. La tregua non c’è. C’è la guerra.

-Dunia, non vi porteremo a Pervomajsk. Scarichiamo la macchina, lasciamo il carico a casa mia e aspettiamo quando si tranquillizza la situazione. Dopo aver consegnato faremo delle foto e video, condivideremo tutto. Adesso non si può, non mi chiedere, è inutile.

Già da qualche giorno stanno sempre bombardando Pervomajsk, Stakhanovka e Kirovsk. Senza sosta. La gente si nasconde nei sotterranei. È ritornato l’inferno. Mi ha già scritto un amico – suo padre è stato colpito da una scheggia a Kirovsk.

Nelle notizie c’è solo Donetsk. Alla situazione nella Repubblica di Lugansk hanno dedicato solo un paio di righe.

Con noi in macchina c’è la fidanzata di Rostislav – un miliziano dal comando di presidio di Pervomajsk. Ad un tratto si sente una cannonata. Julia si stringe nel sedile e scivola lungo il finestrino.

Non capisco che sta succedendo, ma inizio a lasciarmi prendere dal panico. Zheka dice:

– Tutto ok, è lontano. A Lugansk tutto è tranquillo.

I Grad bombardavano tutta la notte. Prima di addormentarmi ho sentito un paio di scariche e poi ho dormito la grossa. Ruben ha detto che sparavano tutta la notte. È una sensazione orrida.

Khryashchevatoe, biblioteca


L’altro giorno siamo andati a Khryashchevatoe. Già quest’estate la città è stata rasa al suolo.

È in rovina. In ogni via c’è un veicolo blindato o un carro armato bruciato. La gente quasi non si vede. Passano velocemente come ombre e spariscono nelle case sopravvissute.

Armature delle case, macchine bruciate, bracieri rovesciati dove prima si facevano delle grigliate…

Tutto è immerso nella neve e nel silenzio.

Novosvetlovka, Khryashchevatoe sono diventati dei paesi-fantasma dove abitano delle persone.

In Khryashchevatoe fin’adesso non c’è l’elettricità.


Quando siamo tornati a casa di Zheka, ho visto sul tavolo dei fogli. Sono messaggi lasciati dai genitori durante il bombardamento di Lugansk – quando non c’era connessione li passavano con gli autisti delle navette. I pulmini funzionavano nonostante i bombardamenti.

Lena guarda i messaggi e i suoi occhi sono pieni di lacrime.

– Non siamo stati per tanto tempo sotto un bombardamento massiccio, e Pervomajsk vive così già da sei mesi… E adesso lì è ancora peggio…

Ma perché?

Perché nessuno se ne lamenta?

Perché nessuno ne grida?

Perché nessuno organizza delle manifestazioni e comizi?

Perché se ne parla con una sola riga nel telegiornale, con un solo post in rete e con delle discussioni locali?

A Khryashchevatoe e a Novosvetlovka sono morti circa 150 persone, a Pervomajsk, secondo diverse stime, fino a 500 persone. E che sta accadendo in altre città?

Perché tutto il mondo se ne frega? Ma perché??

27 gennaio 2015

Appunti dalla guerra

Nell’arco dell’ultimo mese nella mia vita ci sono stati dei cambiamenti globali.Mi ha avvolto un buio così denso che è difficile da descriverlo.

Le storie innumerevoli che ho sentito a Novosvetlovka, Lugansk, Pervomajsk, non mi danno sosta.

I volti dei bambini, le scritte sulle case, le nonne che salgono e scendono le scale con fatica per andare a prendere il pane, le case distrutte…

Più di tutto nel mondo vorrei cancellare dalla memoria queste storie, dimenticare questi visi. Vorrei andare per i negozi e al cinema e discutere furiosamente, come prima, in internet su chi ha ragione e chi è colpevole.

Ma da’altra parte, questa è la vita e la devo conoscere e la devo ricordare. Tutti noi la dobbiamo conoscere e non girare le spalle. Non si può nascondere la testa, bisogna capire: la guerra, diamine, non è un bollettino o delle dichiarazioni di bravura da parte dei capi dell’esercito. La guerra è un dolore eterno e paura.

– D’estate seppellivamo i morti negli orti. Il bombardamento era così fitto che potevamo farlo solo vicino alle case… E in città aleggiava l’odore dei cadaveri. Quanti sono morti non si sa fino adesso. A volte un corpo può rimanere in un appartamento a lungo. E nessuno lo sa. Magari fin’ora qualcuno ancora sta così da qualche parte…


Mi hanno dato delle foto.

– Tieni, magari riuscirai a pubblicarle.

Dio mio, ci sei? Mi senti?

Non le posso guardare! Dio mio, uccidimi, ma non posso! Sono debole e non posso! Non posso riuscire a guardarle!

Di sfuggita vedo cadaveri di donne, bambini, di anziane. Nelle foto vicino ai cadaveri ci sono dei passaporti dove si vede chi sono. Che i combattenti da salotto non scrivano “Questo è una truffa”. Da vomitare.

– Eh, Dunia, che cosa aspettavi? È la guerra.

Guerra, guerra.

Questa parola ci segue come un eco. È stata sempre vuota, ma adesso si è riempita di significato. Di un significato sanguinoso, straziante e pesantissimo.

Questo significato è diventato un maglio che uccide tutti i giorni.

Stiamo attraversando Lugansk e dappertutto vediamo della scritte:


– Zheka, che cos’è ?

– Quando tutto stava iniziando i “cittadini attivisti” segnalavano le persone in questo modo. È il segno con cui identificavano “separatisti”. Nonostante il segno era comparso prima di tutti gli eventi, era velocemente politicizzato. Anche qualcuno di miei “amici” mi ha riferito. Adesso il mio nome è nelle liste dei Servizi di Sicurezza dell’Ucraina.

Nel Donbass ho tanti amici adesso. Mi sono diventati molto vicini.

– Julia, perché la figlia di quella vostra parente anziana non la porta da sé, a Kiev?

– Dice: “L’avete votato, adesso pagate”. Rifiuta di parlare anche con il proprio fratello. Dice che è un separatista e non vuole parlare con lui.

A Pervomajsk, Novosvetlovka, dappertutto nel Donbass, sono rimaste tantissime persone anziane. Molti non vogliono andarsene. Ma molti non hanno nemmeno la possibilità. Hanno dei figli, ma quelli non si ricordano di loro. Molti amici e parenti rifiutano proprio a comunicare – “Non dovevate andare al referendum, l’avete meritato, adesso pagate”.


– Nostri parenti vivono a Novgorod. Perché non ci trasferiamo? Ma non è che ci invitano. Hanno poco spazio.

Irina ha gli occhi bagnati. Sua figlia ha l’età della mia, un paio di mesi in più. Sta cinquettando allegramente di caramelle e giochi. Il marito è morto, vivono dal suocero. Lei fa il chirurgo in un ospedale locale.

– Recentemente sono andata a vedere la loro pagina in una rete sociale, vedo – sono stati in Turchia, per le vacanze. Proprio in quel periodo stavano bombardando la nostra Novosvetlovka (un piccolo comune nella regione di Lugansk, lungo l’autostada che collega Lugansk e Krasnodon – NdT). E noi siamo rimati senza casa…


21 gennaio 2015

Aiuto per Pervomajsk-2

Abbiamo portato la seconda macchina con l’aiuto umanitario per Pervomajsk.Questa volta sono andata anch’io fino alla destinazione.

Che questo post sia un post di gioia e di trionfo sull’abominazione umana che ci ha circondato.

La gente continua a scrivermi. Offrono aiuti, scrivono da città diverse, inclusa Kiev. Molti di loro stanno sulle posizioni diverse.

Amici, uomini, no – Uomini! Che vi posso dire!

Sono pazza di gioia a sapere che ci siete!

E grazie a voi e solo a voi porteremo una terza macchina!


Se volete aiutare o partecipare in persona – scrivetemi su Facebook (il link è attivo) oppure inviatemi un messaggio privato su livejournal o per email – littlehirosima@gmail.com. Prego solo di scrivere dagli account reali. Perché dopo che mi hanno minacciato nei messaggi privati alcune volte sono diventata piuttosto sospettosa.

Che cosa serve?

Servono tantissimo dei vestiti e scarpe per bambini, particolarmente quelli pesanti.

In generale, abbiamo passato alla raccolta dei soldi con i quali poi compriamo gli alimentari necessari e tutto ciò che serve ai bambini – pannolini, latte artificiale, omogeneizzati, traverse monouso, anche i pannoloni per adulti. Ci sono tanti malati allettati, anziani, anche loro hanno bisogno dell’aiuto.

Se vi è scomodo inviare i soldi potete comprare merce da soli e portarla a noi.

Se qualcuno vuole venire a Pervomajsk, portare il carico – anche questo sarebbe stupendo. Perché tutti noi, quelli che aiutano, lavoriamo, abbiamo dei figli, dei malati o dei genitori anziani e siamo pochi (((

Abbiamo portato la seconda macchina con l’aiuto umanitario per Pervomajsk.

Questa volta sono andata anch’io fino alla destinazione.

Che questo post sia un post di gioia e di trionfo sull’abominazione umana che ci ha circondato.

La gente continua a scrivermi. Offrono aiuti, scrivono da città diverse, inclusa Kiev. Molti di loro stanno sulle posizioni diverse.

Amici, uomini, no – Uomini! Che vi posso dire!

Sono pazza di gioia a sapere che ci siete!

E grazie a voi e solo a voi porteremo una terza macchina!
Se volete aiutare o partecipare in persona – scrivetemi su Facebook (il link è attivo) oppure inviatemi un messaggio privato su livejournal o per email – littlehirosima@gmail.com. Prego solo di scrivere dagli account reali. Perché dopo che mi hanno minacciato nei messaggi privati alcune volte sono diventata piuttosto sospettosa.

Che cosa serve?

Servono tantissimo dei vestiti e scarpe per bambini, particolarmente quelli pesanti.

In generale, abbiamo passato alla raccolta dei soldi con i quali poi compriamo gli alimentari necessari e tutto ciò che serve ai bambini – pannolini, latte artificiale, omogeneizzati, traverse monouso, anche i pannoloni per adulti. Ci sono tanti malati allettati, anziani, anche loro hanno bisogno dell’aiuto.

Se vi è scomodo inviare i soldi potete comprare merce da soli e portarla a noi.

Se qualcuno vuole venire a Pervomajsk, portare il carico – anche questo sarebbe stupendo. Perché tutti noi, quelli che aiutano, lavoriamo, abbiamo dei figli, dei malati o dei genitori anziani e siamo pochi (((


<…>

Quando siamo arrivati a Lugansk, ha iniziato a nevicare alla grande. La neve ha coperto molti crateri lasciati dai bombardamenti. In alcuni di questi si vedono ancora i missili.


Ma il giorno dopo si è sciolto tutto, anche se continuava a fare molto freddo. Avevamo sempre freddo.


Le mie impressioni di Pervomajsk l’ho descritte in un post precedente (“C’è gente, non sparate”). Non voglio ripetere che eravamo tutti shockati.

Molti amici mi dicevano: “”E che cosa aspettavi? È la guerra”.

Sapevamo tutti che era la guerra. Non tutti erano così sensibili, come me. Inoltre, avevamo delle idee assolutamente diverse a proposito di ciò che stava accadendo lì. Proprio opposte.

Ma dopo il viaggio non è rimasto più niente su che discutere.

Perché quando vedi la città distrutta, senti decine di storie delle anziane, delle donne, sul cuore non è solo una pietra, ma un masso di mille tonnellate. Penso, è proprio quello che sta spingendo Sisifo.


Arriviamo al centro della città e vedo una macchina dalla quale distribuiscono il pane alle persone secondo un elenco. Mezza pagnotta a ciascuno. Il ragazzo che lo sta facendo chiede di non fotografarlo. In generale, la situazione umanitaria nella città, da quando abbiamo portato la prima macchina, è migliorata. Grazie alla diffusione di notizie tramite i mass media l’attenzione è stata attirata alla città e adesso è meglio. Quando siamo venuti, nella città distribuivano delle razioni portate dalla Croce Rossa.


Ma ciò non significa che l’aiuto non serve. Serve, eccome. Credetemi, non dimenticherò mai come piangevano le donne in tutte le mense, chiese, in tutti i posti dove siamo stati, e come ci ringraziavano.

Probabilmente, dopo una tale esperienza, si può tranquillamente non avere paura della morte.


Adesso conosciamo anche un piccolo segreto. Bisogna sempre portare con se tante confezioni di caramelle. Perché i bambini ci sono dappertutto. È impossibile non fare loro un pensierino.


Quando siamo entrati in chiesa lì c’era un coro di bambini. Cantavano qualcosa molto bello in ucraino. Non avevamo tante caramelle con noi, ma siamo riusciti a dare una manciata a ciascuno. Quanta gioia c’era per tutti!


Mi facevano posare per tutte le foto, come una bandierina “ecco il cibo, l’abbiamo consegnato, non l’abbiamo mangiato”. Ma non avevo più forze di stare in piedi. Asciughi le lacrime e ti metti in posa di nuovo…


Mi hanno dato anche due diplomi firmati dal sindaco con il ringraziamento da parte dei cittadini. Mi dispiace che il diploma ho ricevuto solo io, perché l’abbiamo fatto tutti insieme.

Grazie a voi, ragazzi, amici, persone sconosciute che non siete indifferenti alla disgrazia degli altri. Grazie allo sponsor sconosciuto per una somma considerevole la quale ci ha permesso di inviare la seconda macchina così presto.

Andremo ancora, e sono immensamente felice della vostra disponibilità.

Mannaggia, sto piangendo di nuovo. Ma questa volta sono lacrime di gioia.

8 gennaio 2015

C’è gente! Non sparate!

– Ira, non piangere! Non stanno sparando, ti è sembrato!
In cucina si svolge la distribuzione del cibo. La gente è venuta con vasetti di vetro a una mensa sociale.

Avvicino le donne che lavorano in mensa e dò degli assorbenti igienici. La seconda di loro, l’amica di Ira, si mette a piangere.

– Cari miei, grazie!

– Non dovete. È da molto che hanno sparato?

– Ma, sembra che ieri hanno sparato con i Grad.

– Ma c’è la tregua, no?

Il cuore stringe. E se lo faranno ancora?

Loro invece ridono. E poi piangeranno di nuovo.

– Oh mio Dio, ma loro sanno che ci stanno martellando! Ma non ce l’hanno delle madri e dei figli?

Tutti a Pervomaisk sono vicini alle lacrime. Manca poco. Quasi tutti hanno il cuore straziato dal dolore. Il dolore che non si può descrivere, né trasmettere. La città è stata assediata ancora il 22 luglio. Da quel giorno fino al 9 dicembre ha vissuto sotto un costante bombardamento quotidiano. Adesso c’è una tregua, ma i cittadini dicono che sempre sentono delle salve o dei tiri. A volte vengono bombardati. Già da sei mesi vivono in terrore, paura e morte.

– Nonostante la tregua, i nipoti dormono sempre vestiti. E con i documenti.

L’amica la spinge.

– E tu mica non dormi vestita?

Nel frattempo in fila ci sono quasi esclusivamente dei pensionati. Salgono con fatica le scale e dopo aver mostrato il passaporto e messo la firma ricevono da mangiare. Gli sguardi sono pesanti, come i passi e le parole.

– Perché non andate via che è pericoloso qui?

– E dove andiamo? Chi ha bisogno di noi? D’estate molti sono partiti. Adesso stanno tornando indietro. Qui c’è la nostra casa. Dove andiamo da qui?

Mi sento come mi avessero messo sopra un masso e mi avessero schiacciato.

D’estate, di 60 mila abitanti ne sono rimasti 5 mila, adesso già sono circa 15 mila. La gente è tornata nella città che è costantemente bombardata.


– Per fortuna, non soffriamo più di fame. Ma il cibo basta appena.
Tengo la porta aperta, c’è una signora anziana.

– Siete voi che ci avete portato da mangiare?

– Sì, noi.

Ha le lacrime negli occhi.

– Carissima, grazie a te! Dio esiste!

Questa è già la terza mensa e dappertutto piangono tutti. Poi ci baciano le guance e piangono di nuovo. E grazie, grazie, grazie. Il cuore è alla rovescia. Sono stata sviscerata, sono stata sventrata e adesso dentro c’è solo un vuoto infinito.


Entrare a Pervomaisk non si può. La città è in un ferro di cavallo, circondata da tutte le parti dalle forze armate ucraine e dalla guardia nazionale. Per arrivare qui da Lugansk bisogna passare più di un posto do blocco. Ma è impossibile entrare in città se non sei residente. Il passaggio è chiuso. Il nostro carico umanitario era scortato da Rostislav, un bel miliziano altissimo.

– Rostislav, come ti fai chiamare?

– Non ho uno pseudonimo. Sono Rostislav, Rostik. Sono nato e ho vissuto qui. Non ho bisogno di aver paura. In rete e dappertutto scrivo il mio indirizzo, dico – vieni e parliamo.

Rostislav ci fa salire nella sua macchina. Guardo giù – c’è una granata con attorno il filo dell’iphone, come con il cordone ombelicale di un bambino.


– È vera?

Ride.

– Prendila. Tu guarda dietro.

La prendo in mano e le mani tremano. Dietro c’è un oggetto molto grande. Ovviamente più grande di un mitra. Vorrei proprio sapere che cos’è.

– Mamma mia, ma che cos’è?

Il mio amico che accompagna il carico umanitario, Ruben, risponde:

– Mukha (“Mosca” nome del RPG-18, un razzo anticarro sovietico – NdT).

– No, è un RPG-26. Andiamo, vi faccio vedere che hanno fatto con la nostra città.


Rostislav con calma fuma una sigaretta dopo l’altra. è più giovane di me, ma mi sento accanto a lui una bambina – uno sguardo preciso e chiaro.

Guardo dal finestrino e cerco di trovare almeno una casa che non è stata colpita. Dove non sono state rotte almeno le finestre. E non riesco a farlo.

– Tanto è stato già ricostruito. Vedi quel tetto? È stato messo qualche giorno fa. E qui – vedi? – hanno messo dei sacchi di plastica sulle finestre. Hanno fatto già tanto. Ma puoi vedere da sola che sta succedendo. ecco, vedi, un cratere – proprio qui una famiglia è uscita per preparare sul fuoco da mangiare… Vedi quella casa? – un uomo non ha fatto in tempo nemmeno a saltare giù nella cantina, la porta è rimasta aperta. Ed i resti sono dappertutto. Con il primo colpo.

Dopo qualche minuto la mano è già stanca di fare le foto ed aprire il finestrino. Non ho le forze per uscire. Rimane solo l’impotenza e la debilitazione. Una debilitazione svogliata e cupa. Quante volte ho visto nei giornali e in rete delle innumerevoli foto dopo i bombardamenti, ma niente aiuta a comprenderlo quando lo vedi con i propri occhi.

Non ci sono dei vaccini speciali che aiuterebbero ad osservarlo con calma.


– Ma lo fanno apposta?

– Ma no, mica apposta. Il bombardamento non è preciso.

– I correttori lavorano?

– Prima sì, ma adesso non più.


– Cercano di colpire la milizia, voi?

– Sai, li catturavamo. Tra loro ci sono dei ragazzi, persone in gamba. Quando hanno visto che non combattono l’esercito russo, ma colpiscono anziani e bambini, molti hanno cercato di scappare. Erano stati tutti zombizzati, convinti che liberavano la gente da Putin. Ma insomma, semplicemente bombardano la città a mazzo. Scuole, istituti, il palazzo dello sport – tutto senza discriminazione. Hanno crivellato la città…


Rostik fa un tiro di sigaretta, socchiude gli occhi.

– Entriamo nel portone.

Con passi lenti saliamo le scale.

– Mio Dio, che cos’è?

– I nostri figli tutti sanno distinguere dal suono che cosa spara – un obice, un grad, un mortaio. Questo viene dall’aria, da un aereo…


– Ma che razza di roba è? I bambini, i vecchi – perché loro?

– A tutti loro hanno lavato il cervello. Ma ci sono delle persone normali. Una volta hanno bombardato un campo. Quindi è rimasto qualcosa di umano. Non possono non adempiere ad un ordine, ma capiscono che ad ogni cluster va via una vita oppure qualcuno perde per sempre la propria casa.

– Magari è meglio lasciare la città in modo che la gente può vivere? Ciò vale la vita di centinaia di persone?

Rostislav mi guarda e questo sguardo mi penetra fino alle ossa:

– Uccideranno la metà qui oppure la metteranno in prigione. Non sai mica che siamo tutti “terroristi” qui. Non tradiremo la gente.

Nel centro di Pervomaisk di recente, dopo l’annuncio di tregua, la gente ha iniziato a portare dei proiettili conservati. Proprio al monumento di Lenin.

Accanto c’è una bandiera ucraina, calpestata nella neve e fango.


La gente costantemente viene e resta a lungo. Poi va via in silenzio. Verso il cimitero.

– Faremo un monumento con questi. Che si sappia

Ancora due settimane fa non usciva nessuno di casa.

– Venivamo a distribuire il pane, chiamavamo, e la gente gridava dai sotterranei – “Butta qua giù”. Avevano paura di uscire fuori. A volte, durante le pause, alcuni, che avevano ancora appartamenti intatti, correvano a casa per lavarsi e prendere delle cose necessarie. Molti erano colpiti così. E tutti stavano nelle cantine e nei rifugi.

Con un dito mostra dei proiettili.

– Questi sono di un grad, questi di un mortaio, questi invece sono proiettili dirompenti. Questi sono dall’aria…

Un mucchio di tubi mezzo arrugginiti. Come se avessero tagliato decine di grondaie, se non porre l’occhio. Ognuno di loro è una morte o una disgrazia.


Adesso c’è già gente per le strade. Ma in generale la città sembra morta. Sembra che sei arrivato a Pripiat dopo l’esplosione (la città ucraina 3 km dalla nucleare di Cernobyl, abbandonata dopo l’incidente del 1986 – NdT).

Rostik ci porta per cortili, ma non si vede ormai niente. Come se gli occhi fossero coperti con un velo. Non ci sono delle persone. Non ci sono delle case. Parchi con giochi storti. Morte.

Su tante case è scritto: “GENTE”.

– Rostik, che cos’è?

– La gente lo ha scritto, ma mica aiuta…

La gente ha scritto, per chi – per la gente?


Un grido dal fondo del cuore scritto con il sangue. Quasi su ogni casa.

Un grido scritto con lacrime e dolore. Siamo UOMINI. Non uccidete! UOMINI.

Questa scritta sarà con me per sempre. è stata incisa con l’acido, non è più rimovibile. Sta sempre davanti agli occhi.

– Andiamo nel rifugio. Ti faccio vedere dove vivono quelli che sono rimasti senza niente e dove si nascondono.


Scendiamo in un sotterraneo. Dappertutto ci sono appese delle coperte. In mezzo c’è una stufetta panciuta. Materassi, coperte, sacchi con vestiti, taniche dell’acqua. La gente inizia ad agitarsi. Hanno visto il miliziano e subito l’hanno circondato e riempito con tante domande. Si è unito a noi un amico di Rostik, Sania. Il suo nomignolo è “Velocità”. Sania, circondato dalle donne, cerca di difendersi.

– Ci sono tante persone che vivono qui?

Una donna mi guarda attraverso.

– Quando bombardano il rifugio è pieno. Adesso noi viviamo qui.

Vedo un ambiente a parte, separato a mezzo di panni. Li sposto per vedere una donna anziana che mi guarda spaventata. Appena vede che siamo venuti con del cibo, i suoi occhi diventano colmi di lacrime.


– Lei è da sola qui?
– I figli sono andati via e la casa è stata distrutta da due razzi. Vivo qui.

– Perché i figli non la portano via?

– Non lo so. Ma io non andrò da nessuna parte. La mia casa è qui, qui morirò.

E lacrime, lacrime, lacrime. E un dolore straziante.


Nei sotterranei di questo genere vivono in comune. Mangiano e fanno tutto insieme.

I miei occhi sono gonfi. Rostik mi guarda:

– Non sei abituata. Non fa niente. Andiamo avanti.

La conversazione è caotica, ci sono mille domande – che cosa, chi, perché. E negli occhi c’è solo quella anziana e la scritta “GENTE”.

– Prima la gente si comportava orribilmente – toglievano l’uno all’altro delle razioni, litigavano. Tutti cercavano di afferrare qualcosa per se stessi. Adesso tutto è cambiato. La guerra ha svegliato nelle persone il lato umano. Adesso portiamo il cibo e versano l’olio nei bicchieri, chiamano l’uno l’altro. Tutti condividono tutto.

Ma bisogna vivere per sei mesi sotto bombardamenti per diventare Uomo?


All’uscita dalla città, al posto di blocco c’è un ragazzo. Ha 18 anni, non di più. Gli diamo delle caramelle e sorride felicemente.

– Nella vostra città hanno messo l’albero di Natale?

– Si, l’hanno messo.

– Anche da noi. è Capodanno alla fine!

Eravamo poche persone che hanno portato a Pervomaisk l’aiuto umanitario da Mosca. L’abbiamo raccolto con l’aiuto degli amici, conoscenti, tramite internet. Siamo di posizioni politiche molto diverse,ma non c’era nessuno che non piangeva sulla strada del ritorno. Piangevamo, soffocandoci, girandoci, inghiottendo le lacrime dall’impotenza totale davanti a questo orrore.
4 gennaio 2015